drammaturgia.it
Home | Cinema | Teatro | Opera e concerti | Danza | Mostre | Varia | Televisioni | Libri | Riviste
Punto sul vivo | Segnal@zioni | Saggi | Profili-interviste | Link | Contatti
cerca in vai

L段mpero delle luci fioche

di Giuseppe Mattia
  Empire of Light
Data di pubblicazione su web 08/03/2023  

Presentato in anteprima mondiale nel settembre del 2022 al Telluride Film Festival, Empire of Light di Sam Mendes si presenta ai prossimi Oscar con una sola magra nomination, quella per la migliore fotografia a Roger Deakins, suo collaboratore sin da Jarhead (2005) e già due volte vincitore dell’ambita statuetta, rispettivamente per Blade Runner 2049 (2018) di Denis Villeneuve e per il pluripremiato 1917 (2019), memorabile, virtuosistica pellicola firmata sempre da Mendes. A tre anni di distanza da quest’ultimo titolo, il cineasta nato a Reading vira verso una produzione dalle tinte fortemente intimistiche, inserendosi sulla medesima scia di svariati lavori usciti nell’ultimo periodo: da Belfast (2021) di Kenneth Branagh a The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg, da Roma (2018) di Alfonso Cuarón a È stata la mano di Dio (2021) di Paolo Sorrentino fino ad arrivare a Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades (2022) di Alejandro González Iárritu. Formatosi come regista teatrale a partire dalla fine degli anni Ottanta portando sul palcoscenico Sartre, Čechov, Shakespeare, Pinter fino alla recente messa in scena londinese di Lehman Trilogy di Stefano Massini (2018-2020) , solo nel 1999 passa dietro la macchina da presa con il folgorante esordio American Beauty, vetta, purtroppo, mai più eguagliata. 



Una scena del film

Ambientata agli inizi degli anni Ottanta nella cittadina costiera di Margate, sud-est dell’Inghilterra, la vicenda si dipana attorno all’Empire Cinema, punto di riferimento per gli spettatori della zona ma soprattutto per il personale che vi lavora, imbastendo di fatto una dialettica tra il microcosmo dell’edificio e il macrocosmo pulsante all’esterno. Tra i dipendenti, la direttrice di sala Hilary (Olivia Colman), il giovane di colore Stephen (Micheal Ward) e il responsabile della struttura Donald Ellis (Colin Firth), con cui la protagonista intrattiene, quasi per inerzia, una relazione adulterina. Se Hilary, oltre alla solitudine, deve fare quotidianamente i conti con un disturbo schizofrenico che si aggrava quando decide di interrompere la terapia farmacologica, Stephen è costretto invece a subire numerosi e brutali episodi di razzismo, mentre cerca di svincolarsi da una ottusa provincia che sottostà ai disordini e alla mentalità retrograda durante i primi anni di governo Thatcher: tensioni sociali, recessione, austerity e una subcultura che condiziona addirittura l’abbigliamento, l’acconciatura, le abitudini di consumo così come le scelte musicali. Avvinti da un’attrazione reciproca, i due iniziano a frequentarsi nonostante la notevole differenza d’età. Dopo una serie di vicissitudini, Hilary dovrà tuttavia fare i conti con ostacoli più imponenti della propria volontà, arrendendosi alla malattia prima di ritornare a lottare, guadagnandosi una seconda possibilità per giungere a una vera e propria rinascita.

 


Una scena del film

Empire of Light accarezza con sensibilità svariate tematiche: dal razzismo alla questione anagrafica in amore, dalla decadenza urbana all’abbandono, dalla stigmatizzazione all’autoisolamento fino a ricamare un’ode all’arte cinematografica. Questa varietà di tematiche viene trattata purtroppo con superficialità, senza spunti di approfondimento. Diversa considerazione se si analizza tutto l’impianto di sceneggiatura come una sorta di flusso di coscienza dell’autore. Tra vari omaggi filmici, da Chariots of Fire (1981) di Hugh Hudson a Being There (1979) di Hal Ashby, la pellicola sembra non decollare nemmeno nei momenti strutturati ad hoc, risultando piuttosto ridondante, incapace di valorizzare i seppur esigui cambi di registro e a tratti intrisa di svenevole sentimentalismo fine a sé stesso. Si è piuttosto lontani dalle atmosfere claustrofobiche delle relazioni amorose in Revolutionary Road (2008) o del ritmo e del clima in Road to Perdition (2002). A mettere ordine nel caravanserraglio dell’ultima fatica di Mendes ci pensa il comparto attoriale, fra tutti Olivia Colman, inspiegabilmente snobbata dagli Academy nonostante sia, senza ombra di dubbio, una delle interpreti più credibili e incisive da circa un decennio a questa parte, a cominciare da lavori con Yorgos Lanthimos quali The Lobster (2015) e soprattutto The Favourite (2018) (titolo che le ha valso l’Oscar come miglior attrice protagonista). Ammirevoli anche le prove in The Father (2020) di Florian Zeller e nel più recente The Lost Daughter di Maggie Gyllenhaal (2021). 



Una scena del film

Prova esemplare anche quella del pressoché esordiente Michael Ward, giamaicano classe 1997, capace di tenere le redini di alcuni momenti nei quali la tensione drammaturgica sembra sprofondare verso l’ignoto, complice una certa piattezza di scrittura. Purtroppo impalpabile, come in numerose recenti pellicole, l’interpretazione di Colin Firth, relegato in un ruolo privo di mordente e, dunque, troppo facilmente dimenticabile. Di gran lunga più sicura e decisa la performance di Toby Jones, nel ruolo della figura mitologica e ormai svanita del proiezionista: l’attore londinese, in un paio di scene didascaliche e retoriche, riesce tuttavia a restituire un senso di nostalgia e trasporto verso la settima arte, parlando di luce, movimento, polvere e suoni, fino a descrivere con fare poetico il fascio luminoso che attraversa la sala per ricreare sul telone una via di fuga per gli spettatori.



Una scena del film 

Altre menzioni sono doverose nei confronti delle ragguardevoli e funzionali scelte musicali a cura di Trent Reznor e Atticus Ross, due volte premio Oscar per la miglior colonna sonora, rispettivamente per The Social Network (2010) di David Fincher e per Soul (2021) di Pete Docter. I due autori lavorano per restituire la controcultura giovanile del tempo, dal reggae all’hip-hop passando per Bob Dylan - con il "profetico" brano It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding) - e Cat Stevens. La regia, incorporea e impostata, mette però in risalto le scelte legate ai costumi e alle scenografie, con spazi mastodontici che si alternano a dettagli eloquenti, tesi a restituire un clima di decadenza e di rincorsa alla magnificenza.




Empire of Light
cast cast & credits
 


La locandina del film



 
Firenze University Press
tel. (+39) 055 2757700 - fax (+39) 055 2757712
Via Cittadella 7 - 50144 Firenze

web:  http://www.fupress.com
email:info@fupress.com
© Firenze University Press 2013