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La mano di Sorrentino

di Sara Mamone
  È stata la mano di Dio
Data di pubblicazione su web 05/10/2021  

Se non fosse stato il film di un maschio bianco pluripremiato avrebbe potuto vincere il Leone d’oro. Ma gli handicaps erano, appunto, molti. E poi un Leone d’argento non è così male.
 
Presentato come un film intimista e autobiografico, con il quale il cinquantenne regista italiano più premiato del millennio decide di fare direttamente i conti con il proprio passato, È stata la mano di Dio è ben più che una confessione autobiografica. Certamente, dopo trent’anni in cui ha fatto di tutto e venti di parossistica attività registica, il premio Oscar che ha veleggiato in tutti i campi della creazione artistica si concede una pausa e si permette di presentarsi a nudo, con la ferita immedicabile della propria tragedia personale. Che viene presentata in tutta la sua evidenza cronistica, senza orpelli o abbellimenti, segnando il punto di svolta del film ma anche della vita: la morte per asfissia, banale e perciò ancor più immedicabile, dei genitori nella villetta di famiglia di Roccaraso. 

Una scenal del film
Una scena del film

A quel punto il film cambia direzione e diventa la personalissima storia di formazione del protagonista che troverà pian piano, grazie agli amici, grazie alle relazioni ereditate, grazie allo sguardo che progressivamente ritorna limpido, la capacità di piangere e quindi quella di rimettersi in relazione con il mondo, non solo quello dei sentimenti. Ma prima di essere questo, prima di risolvere nella linearità della narrazione il quesito (per quanto intricato) delle scelte individuali il film è ben altro. Dal punto di vista della cronaca il giovane Paolo si salva perché il padre, consentendogli di andare in trasferta a vedere il Napoli di Maradona, gli ha di fatto salvato la vita. Ma in quella manifestazione di affetto non c’è solo il legame tra padre e figlio. 

C’è l’epopea di una città, la Napoli degli anni ’80, che affida all’annuncio dell’arrivo di Maradona la sua rinascita e che dimentica umiliazioni secolari nella costruzione di un nuovo mito. E non importa se il mito si sgretolerà, sempre più simile al Munaciello del Folklore Napoletano, spirito folletto imprendibile e dispettoso che non per caso (dopo gli omaggi di Giovan Battista Basile, Roberto Bracco, Petito, Eduardo) viene posto quasi in esergo all’inizio del film.


Una scena del film 

Dopo il sontuoso piano sequenza che abbraccia la città e il Golfo dando la misura di una natura smisurata, la macchina da presa piomba nel cuore della città e fa del Munaciello la sentinella della vita urbana. Avvertendo a mo’ di didascalia che la partita si giocherà tra illusione e realtà. “La mano di dio”, evocata in maniera così irridente da Maradona per giustificare il più materiale fallo di mano che aveva condotto alla sconfitta dell’Inghilterra nei campionati del mondo del 1986, potrebbe essere davvero l’emblema di una cultura fatalista. È stata la mano di dio, Se dio vuole, Inshallah. Un pacato fatalismo circola in tutto il film, un fatalismo che non è inerzia ma, al contrario, una vitalità che cerca i suoi sbocchi al di là della tragedia. Più che un amarcord (non si riesce a citare Sorrentino senza una spolveratina felliniana) un dialogo tra un giovane e il suo destino. 

Ma prima che diventi dialogo il dialogo è sostenuto da un coro straordinario di comprimari (tutti protagonisti nel piccolo spazio concesso dal regista demiurgo): personaggi impagabili che solo una civiltà teatrale come quella napoletana può mettere a disposizione. E non si parla certo solo dell’immenso Toni Servillo (il padre che illumina con tutta la sua controllata dismisura la prima parte del film), né di Teresa Saponangelo (la madre, un piccolo miracolo di equilibrio tra sentimento e presentimento) né di Luisa Ranieri (la splendida zia che annega nella follia il suo eros indisciplinato) né del giustamente premiato Filippo Scotti (nel ruolo protagonistico di Fabietto, alter ego del regista). Sono tutti i comprimari che danno al film il sapore della civiltà teatrale: Marion Joubert, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betti Pedrazzi, Enzo Decaro, Sofia Gershevich, Lino Musella (presente anche nell’altro grande inno alla civiltà teatrale napoletana Qui rido io di Mario Martone), Biagio Manna. La prima parte del film la più bella, la più compatta, prima che una certa difficoltà a chiudere renda il finale un po’ slabbrato, è anche il piacere di un gioco corale.




È stata la mano di Dio
cast cast & credits
 



La locandina del film



 
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