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L’oro di Napoli

di Sara Mamone
  Qui rido io
Data di pubblicazione su web 20/09/2021  

Dismesso l’aspetto un po’ pontificale indossato per Noi credevamo (2010) e Il giovane favoloso (2015) e dopo il riavvicinamento a temi più domestici con Capri revolution (2018) e soprattutto con la trasposizione dell’eduardiano Sindaco del rione Sanità (2019), Mario Martone rimette le mani nell’inesauribile patrimonio della cultura teatrale napoletana. E ne estrae un film bello, compatto, corposo che è insieme ritratto d’artista e ritratto di una città, anzi ritratto di un’epoca e di una cultura attraverso la biografia di un artista. Che poi non è solo un artista ma in qualche modo lo specchio (quasi antropologico) di una civiltà. Chi è dunque la cartina di tornasole di tutte queste rifrazioni? Ma non può essere che lui, il grande, incontenibile, vorace e idolatrato Eduardo Scarpetta (1853-1925), padre della patria teatrale partenopea, inventore di un personaggio che riempiva le platee al solo nome: Felice Sciosciammocca.


Una scena del film

L’invenzione del personaggio “a bocca aperta” ma non più lo scemo del villaggio, anzi ormai inurbato e piccolo borghese, era piaciuta al grande del momento, Antonio Petito che lo aveva affiancato al suo più tradizionale Pulcinella. Ma Odoardo (napoletanizzatosi in Eduardo) aveva colto il cambiamento di gusto di un pubblico post unitario che amava il teatro dialettale ma ambiva ad aggiornamenti internazionali. L’operazione, non solo istintiva ma programmatica, è riassunta nelle sue stesse memorie:

«[Sciosciammocca] maschera del piccolo borghese povero ma ambizioso, con il quale ha scalzato e spodestato Pulcinella, per realizzare un teatro adeguato a un pubblico che “voleva ridere” ma vedere attori e non maschere sul palcoscenico, attori ben vestiti che recitassero e non improvvisassero… La comicità deve nascere dall’ambiente, dalla situazione scenica, dal personaggio… Ma io credo di aver avuto le mie buone ragioni di averla cercata soprattutto nella borghesia dove essa zampilla più limpida e copiosa. La plebe napoletana è troppo misera, troppo squallida, troppo cenciosa per poter comparire ai lumi della ribalta e muovere il riso».


Una scena del film

Intercettati i gusti del pubblico, all’attore non rimaneva che raccogliere i dividendi: artistici ed economici. Ed è proprio al culmine della sua carriera che Martone comincia a rappresentarlo e a seguirlo senza dargli troppo respiro. È nella villa costruita con i cospicui guadagni, e nella quale intendeva programmaticamente imporre il suo volere («Qui rido io») che lo studia nel suo andirivieni vorace tra casa e teatro ma soprattutto tra i vari piani della dimora: una sorta di harem in cui lo smisurato animale da palcoscenico aveva organizzato i suoi differenti appetiti. Al piano nobile la famiglia “regolare” anche se un po’ plurale; con la consorte legittima Rosa De Filippo e i tre figli di varia provenienza: Domenico, forse figlio del re d’Italia, Maria, frutto di una relazione extraconiugale, e finalmente in comune Vincenzo. Al piano sottostante è posta la paziente Luisa De Filippo, nipote della moglie e feconda fattrice di Annunziata (poi detta Titina), di Eduardo e del piccolo Peppino. In luoghi più conviviali si incrociava Anna De Filippo, sorellastra della moglie Rosa e madre di ulteriori rampolli di Scarpetta: un altro Eduardo De Filippo e Pasquale De Filippo. Probabilmente anche Ernesto Murolo fu un ulteriore risultato del suo attivismo amatorio.

Con una ricostruzione suggestiva e precisa Martone fa muovere questo concentrato del teatro napoletano di quasi un secolo. Perché il microcosmo che ruota intorno alle prepotenze scarpettiane sarà anche la spina dorsale del teatro a venire. La paternità come patrimonio è infatti quotidianamente esercitata nell’allenamento dei figli alle scene (vedi la rotazione dei piccoli nel ruolo di Peppiniello in Miseria e nobiltà), nelle imposizioni al maggiore Vincenzo del peso di un’eredità soffocante, nelle sfacciate predilezioni.


Una scena del film

La dimensione del personaggio deborda dalla sia pur estesa importanza teatrale e allaga l’intera vita culturale nella ricaduta del processo per plagio intentatagli dal Vate per la parodia de La figlia di Iorio. Fernando Russo, Roberto Bracco, Salvatore di Giacomo, Libero Bovio, Ernesto Murolo affiancano le ragioni del teatro d’arte contro la bassezza della contraffazione mentre Benedetto Croce si erge in difesa del diritto di trasformare il sublime in ridicolo come è nella vita: «La parodia è nell’arte perché è nella vita». Al processo, che chiamò osservatori da tutto il mondo e farà giurisprudenza con la sentenza di assoluzione nel 1908, Scarpetta si esibì nell’ultima grande captatio del pubblico. Benché assolto con una sentenza storica si ritirò poco dopo dalle scene imponendo al figlio Vincenzo di prolungare indefinitamente la vita di Sciosciammocca.

Grande il merito di Martone nell’aver reso lineari e non sovraccariche le linee narrative della sceneggiatura (scritta con la consueta Ippolita Di Majo), decisive nell’esito la fotografia di Renato Berta, il montaggio di Jacopo Quadri, le scenografie di Giancarlo Muselli e Carlo Rescigno.  Grande la capacità di aver diretto il complesso coro di tutti i personaggi attingendo con intelligenza dall’infinito scrigno napoletano. Come non citare almeno Maria Nazionale e Cristiana Dell'Anna nel ruolo di Rosa e Maria De Filippo? E come non restare incantati dallo sguardo attonito, vera reincarnazione sciosciammocchiana, dell’omonimo discendente, Eduardo Scarpetta nei panni del maltrattato e adorato Vincenzo? Un film così comunque non si fa se non si ha a disposizione un attore infinito, impudente, un animale da palcoscenico che si diverte a giocare tutte le sue carte: in faccia al pubblico, come Scarpetta fece in faccia al pubblico e ai giudici, un attore capace di passare lo schermo come il palcoscenico e andare direttamente a scovare, uno per uno i suoi spettatori. Mario Martone aveva Toni Servillo. Impresa compiuta.




Qui rido io
cast cast & credits
 



La locandina del film 

In concorso alla
 
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