Eccezioni e Decostruzioni. Sui premi di Venezia 83

La redazione

Data di pubblicazione su web 13/09/2026

Eccezioni e Decostruzioni. Sui premi di Venezia 83

Si è conclusa ormai due giorni fa l’ottantatreesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, con l’assegnazione del Leone d’Oro a Woman Unknown (Kvinde Ukendt) di May el-Toukhy da parte della giuria internazionale composta da Johnnie To, Francesco Casetti, Shahrbanoo Sadat, Daniel Blumberg e Xavier Giannoli, e presieduta da Maggie Gyllenhaal. Attorno a questo verdetto si potrebbe costruire una semplice cronaca dei premi; ma, a guardare con più attenzione il Concorso di quest’anno, si può individuare un dispositivo drammaturgico condiviso, capace di attraversare film altrimenti lontanissimi per genere, geografia e ambizione.

Un dispositivo che si materializza attraverso un doppio movimento, opposto e complementare: un corpo individuale che sceglie di farsi carico della Storia di una comunità o di un sistema; oppure, all’inverso, un sistema che cerca, senza sempre riuscirci, di farsi corpo. Nei film più riusciti del Concorso questo movimento si traduce in spazio: un bunker, una finestra, un istituto ricostruito, una fabbrica occupata, uno spazio domestico o un appartamento assediato dalla pioggia diventano luoghi fisici in cui il dialogo tra particolare e generale è reso possibile.

Alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia il regolamento prevede che uno stesso film non possa vincere più di un premio nel Concorso. La regola può essere elusa solo se c’è l’unanimità di tutta la giuria e l’assenso da parte del direttore artistico. È quanto accaduto quest’anno con Woman Unknown, premiato sia con il Leone d’oro che con la Coppa Volpi per la migliore attrice a Mathilde Arcel. Era già successo nel 2004, quando lo stesso doppio riconoscimento andò a Il segreto di Vera Drake di Mike Leigh e alla sua interprete Imelda Staunton. Per quanto riguarda quest’anno, un consenso così ampio non stupisce, se si guarda il film da un punto di vista strettamente drammaturgico. In Woman Unknown, la narrazione si orienta fra due spazi: l’interno domestico, dove Marie (Mathilde Arcel) recita il proprio futuro da padrona di casa, e la piazza, dove un’intera collettività, appena uscita dall’occupazione nazista e priva di un sistema giuridico, punisce le donne sospettate di aver avuto relazioni con soldati tedeschi. Il corpo della protagonista si trasforma nel luogo in cui la collettività scarica la propria sete di giustizia, e in cui va a impressionarsi la storia di una comunità di donne. La forza del racconto è data soprattutto dal modo in cui el-Toukhy rifiuta ogni giudizio morale netto, scegliendo di mettere in scena la decostruzione di un corpo che smette di appartenere solo a sé, offrendo un racconto che rifiuta la linearità della colpa a favore della complessità della Storia.


May el-Toukhy e Mathilde Arcel 
© Biennale Cinema

Si tratta dello stesso principio che orienta buona parte della selezione di quest’anno. Ilya Khrzhanovsky, Leone d’argento per la miglior regia, porta il citato dispositivo drammaturgico alle sue estreme conseguenze. Dau, decostruendo e rifiutando l’architettura causale del racconto tradizionale – inizio, sviluppo, chiusura – lavora su una drammaturgia dell’accumulo, fatta di frammenti che si sommano senza mai comporre un disegno definitivo. Un premio dunque meritato, se si guarda al lavoro di anni che il film porta con sé: non una sceneggiatura da eseguire, ma un mondo da costruire e abitare a lungo, fino a piegare l’intero apparato produttivo.


Ilya Khrzhanovsky
© Biennale Cinema

È la stessa radicalità che muove, con esiti diversi, gli altri premiati del Concorso. In Possible Love di Lee Chang-dong, secondo Leone d’argento - Gran Premio della Giuria, la decostruzione riguarda la memoria di classe. Il film, tratto dai licenziamenti di massa alla SsangYong Motor del 2009, affida a una regista di documentari, intenzionata a raccontare proprio quella lotta operaia, il compito di restituire l’immagine di una famiglia distante da sé. È lei il punto in cui il generale – una sconfitta collettiva del lavoro, mai del tutto rielaborata – prova a farsi corpo, senza mai smettere di essere insieme cronaca e finzione. Lee Chang-dong sceglie la strada più lenta, quella di un cinema che si prende il tempo di lasciar decantare il dolore prima di restituirlo. Il premio riconosce la tenuta di un metodo, portato avanti con pazienza per oltre un decennio prima di arrivare sullo schermo.


Lee Chang-dong
© Biennale Cinema

Sullo stesso principio si muove, radicalizzandolo, Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, Premio Speciale della Giuria – ed è, di tutto il Concorso, il caso più radicale e il più discusso. Un’opera capace di intervenire sulla realtà che racconta e di modificare il modo in cui la percepiamo. Il film parte da un sistema – l’apparato di uccisione di massa messo in atto da Israele a Gaza – provando a farsi corpo attraverso ventiquattro testimonianze di militari israeliani, lasciandole però deliberatamente incomplete. Non una mancanza, ma una sottrazione necessaria, forse l’unico modo per raccontare un’atrocità ancora in corso senza scorciatoie sentimentali né facili identificazioni. Resta aperta la questione della distribuzione, considerando anche ciò che era accaduto con La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, che nonostante il Leone d’argento alla ottantaduesima edizione aveva riscontrato non poche difficoltà, soprattutto nel contesto statunitense.


Yuval Abraham e Rachel Szor
© Biennale Cinema

Il palmarès del Concorso si completa con la Coppa Volpi per il miglior attore a John Malkovich in Wild Horse Nine, tragicommedia nera di Martin McDonagh ambientata sull’Isola di Pasqua. Malkovich interpreta Chris, un vecchio agente della CIA logorato da anni di colpi di Stato e operazioni sporche, la cui memoria comincia a tradirlo proprio mentre il passato torna a bussare. Un corpo che porta letteralmente su di sé, fino a smarrirla pezzo per pezzo, la storia di un intero apparato di potere. È un premio che McDonagh e Malkovich meritano insieme, per il modo in cui alternano minaccia, ironia e fragilità senza mai scivolare nell’artificiosità, e che si prevede possa portare a numerose candidature agli Oscar.


John Malkovich
© Biennale Cinema

Il premio per la migliore sceneggiatura è andato invece a Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un bon petit soldat, che porta il citato dispositivo drammaturgico che caratterizza il Concorso di quest’anno dentro l’ufficio. Carla (Alba Rohrwacher), neoresponsabile delle Risorse Umane di una grande azienda, per restare fedele al proprio ruolo, si trova costretta a una catena di compromessi sempre più stretta. Il suo corpo diventa il punto di attrito in cui il sistema economico – con le sue logiche di controllo, subordinazione e obbedienza – si scarica su un individuo che non può più dirsi del tutto innocente. Il premio alla sceneggiatura riconosce proprio questa capacità di rendere visibile, senza mai alzare la voce, la violenza ordinaria del linguaggio aziendale.


Oliver Gorce, Stéphane Brizé e Coraline Amédéo
© Biennale Cinema

Il Premio Marcello Mastroianni, dedicato alle interpreti emergenti, è infine andato a Malou Khebizi per 15/18 di Cédric Kahn, ambientato in un reparto di neuropsichiatria infantile ricostruito in scenografia per proteggere la privacy dei pazienti reali. Kahn sceglie di raccontare la fragilità degli adolescenti ricoverati senza melodramma e senza retorica della denuncia, restituendo con rigore la quotidianità della cura, dell’ascolto e delle relazioni fra pazienti e operatori. Dentro questo racconto rigorosamente corale, dove nessun personaggio ha diritto a un primo piano prolungato, il premio a Khebizi certifica la capacità della giovane attrice di farsi notare senza rompere l’equilibrio d’insieme.


Malou Khebizi
© Biennale Cinema

Fra le cinque presenze italiane in Concorso – Succederà questa notte di Nanni Moretti, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, L’estranea di Paolo Strippoli e Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis – nessuna è tornata a casa con un premio. Non stupisce nel caso di autori che restano fedeli a una cifra già nota anche quando funziona meno; stupisce di più per L’estranea, che applicava lo stesso “doppio movimento” evidenziato nel resto del Concorso – un paese che affida a un capro espiatorio il proprio bisogno di pace, contratto qui nella cella domestica di un’unica famiglia – con una tenuta drammaturgica rara per un autore ancora giovane. La sua assenza dal palmarès, come quella dell’intera selezione italiana, resta una delle domande aperte con cui si chiude questa edizione della Mostra.

 

LEONE D’ORO per il miglior film a:
KVINDE UKENDT  (WOMAN UNKNOWN) di May el-Toukhy (Danimarca, Svezia, Lettonia)

 

LEONE D’ARGENTO – GRAN PREMIO DELLA GIURIA a:
GA-NEUNG-HAN SA-RANG (POSSIBLE LOVE) di Lee Chang-dong (Corea del Sud)

 

LEONE D’ARGENTO – PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA a:
Ilya Khrzhanovsky per il film DAU (Germania, Francia, Svezia)

 

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a:
Mathilde Arcel nel film KVINDE UKENDT  (WOMAN UNKNOWN) di May el-Toukhy (Danimarca, Svezia, Lettonia)

 

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a:
John Malkovich nel film WILD HORSE NINE di Martin McDonagh (Regno Unito, USA, Cile)

 

PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a:
Stéphane Brizé, Coralie Amédéo, Olivier Gorce per il film UN BON PETIT SOLDAT di Stéphane Brizé (Francia)

 

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:
NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor (Regno Unito)  

 

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente a:
Malou Khebizi nel film 15/18 (A PLACE TO HEAL) di Cédric Kahn (Francia)