L’immagine come sostanza
Con i suoi 195 minuti, Dau di Ilya Khrzhanovsky arriva in Concorso all’ottantatreesima Mostra d’Arte Cinematografica come opera madre di uno dei progetti più controversi e discussi del cinema degli ultimi vent’anni. Un ritorno al Lido per il regista che nel 2004 aveva presentato 4 nella sezione Giornate degli Autori e le cui intuizioni vengono oggi portate agli estremi con un film che promette di essere ricordato per molto tempo, non solo all’interno del circuito festivaliero.
Tratto dalla storia dei fisici sovietici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica, trasfigurando la figura di Lev Landau, il film segue quattro decenni di vita di Dau (Teodor Currentzis), un fisico teorico di origine greca, dal 1928 al 1968. Una traiettoria personale e insieme collettiva, da cui emerge un doppio ritratto: quello di un idealista in cerca di libertà e di felicità, e quello di una società fondata sulla violenza e sulla sopraffazione.
La nuova opera di Khrzhanovsky unisce il materiale girato tra il 2008 e il 2011 a Kharkiv, in Ucraina – dove il regista fece ricostruire un imponente istituto di ricerca sovietico ispirato a quello del premio Nobel Landau – e scene girate nel 2024. Dalle circa settecento ore di pellicola accumulate negli anni sono state tratte installazioni, tre serie e quattordici lungometraggi: tessere di un unico mosaico che il pubblico internazionale ha già imparato a conoscere a frammenti. In particolare, Dau. Natasha e Dau. Degeneration erano stati presentati alla Berlinale 2020, occasione in cui il primo dei due titoli si aggiudicò l’Orso d’Argento per il contributo del direttore della fotografia Jürgen Jürges.

È proprio dal suo contributo che il film trova la sua riuscita più immediata: uno sguardo che ha attraversato l’intero progetto quantistico per quasi vent’anni si traduce sullo schermo in una coerenza visiva capace di reggere il peso di un’opera vasta e frammentaria. Sin dai primi istanti l’immagine prende il controllo sulla narrazione, nella sua materialità e nel suo farsi accumulo. Georges Didi-Huberman in Images malgré tout sosteneva che l’immagine non è mai una finestra trasparente sulla Storia, ma un frammento materiale che porta su di sé il peso di ciò che testimonia, e che per questo obbliga lo sguardo a “pensare”, non semplicemente a “vedere”. In continuità con ciò, Dau racconta il passato proprio attraverso la grana delle immagini che la compongono.
Il montaggio è frenetico: le inquadrature brevi e ravvicinate si susseguono senza concedere il tempo di un’elaborazione pienamente razionale secondo un principio quasi ritmico, percettivo prima che narrativo. Il suono lavora nella stessa direzione: uno strato autonomo che si sovrappone e talvolta contraddice il visivo, costringendo lo spettatore a sintonizzarsi su una lunghezza d’onda sensoriale prima che intellettuale.
Sul piano drammaturgico Dau rifiuta l’architettura causale del racconto tradizionale — causa, conseguenza, climax — a favore di una drammaturgia della durata. Il risultato è un film costruito per stratificazione di tempo vissuto, ritagliato e poi ricomposto in montaggio. La durata stessa diventa così dispositivo drammaturgico prima ancora che dato tecnico: non si chiede allo spettatore di seguire un arco narrativo, ma di attraversare un tempo, nello stesso modo totalizzante in cui i protagonisti della vicenda hanno attraversato quello dell’istituto.
Coerente con la propria genesi, il destino di Dau dopo Venezia resta per ora incerto. Manca ancora una distribuzione nelle sale: un’incertezza che restituisce la stessa natura del film, sospeso tra la materialità del documentario, la sospensione quasi allucinatoria del sogno e la rievocazione di una visione che diventa memoria.

Il regista Ilya Khrzhanovsky
Cast & credits
| Titolo
Dau |
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| Origine
Germania, Francia, Svezia |
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| Anno
2026 |
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| Durata
195 min. + 15min. di intervallo |
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| Data rappresentazione
9 settembre 2026 |
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| Città rappresentazione
Venezia |
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| Luogo rappresentazione
Sala Grande |
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| Prima rappresentazione
Venezia 2026 |
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| Evento
83 Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica - Venezia |
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| Colore | |
| Regia
Ilya Khrzhanovsky |
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| Interpreti
Teodor Currentzis Radmila Shchogolieva Anatoly Vasiliev Maria Nafpliotou Vladimir Azhippo Dmitri Tcherniakov Dmitry Cheglakov Demian Kudryavtsev Ekaterina Andreeva Victoriia Skytska Konstantin Leshan |
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| Produttori
Ilya Khrzhanovsky, Svetlana Dragayeva, Philippe Bober, Solal Coutard, Susanne Marian, Erik Hemmendorff, Leonid Lebedev |
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| Produzione
Phenomen Berlin, Essential Films & Parisienne de Production, Plattform Produktion, Arte France Cinéma, Westdeutscher Rundfunk |
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| Scenografia
Denis Shibanov, Olga Gurevich, Boris Shapovalov |
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| Costumi
Lyubov Mingazitinova, Irina Tsvetkova, Alexandra Timofeeva, Alexandra Smolina-Rozanova, Stefania Graurogkayte, Elena Bekritskaya, Olga Bekritskaya |
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| Sceneggiatura
Ilya Khrzhanovsky, con Susanne Marian, Vladimir Sorokin, Ilia Permyakov |
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| Montaggio
Ilya Permyakov, Rob Myers |
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| Fotografia
Jürgen Jürges, Manuel Alberto Claro, Lol Crawley |
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| Suono
Kirill Vasilenko, Guillaume Bouchateau, Maksym Demydenko, Elena Gurvich, Rob Myers |
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| Lingue disponibili
Russo, Inglese, Greco |
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| Note
Con performance di Carsten Höller, Marina Abramović e Romeo Castellucci |