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Vuoti a rendere

di Giuseppe Mattia
  Najsrekniot covek na svetot (L'uomo più felice del mondo)
Data di pubblicazione su web 07/09/2022  

Al suo sesto lungometraggio, reduce dal grande successo del film Dio è donna e si chiama Petrunya – presentato in anteprima mondiale alla 69ª edizione della Berlinale –, la regista macedone Teona Strugar Mitevska realizza l’ennesimo titolo che la consacra tra gli autori più coraggiosi e talentuosi nel panorama europeo. In concorso nella sezione Orizzonti della 79ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, L’uomo più felice del mondo pone nuovamente al centro della vicenda un personaggio femminile di mezza età, quanto mai deciso a prevalere sulle ingiustizie subite e a disfarsi di bagagli culturali, sociali e maschilisti del passato. La protagonista si ritrova invischiata all’interno di un vero e proprio esperimento sociale, espediente scelto dall’autrice per mostrare le molteplici sfaccettature della società bosniaca, ancora conflittuale ed eterogenea a trent’anni di distanza dalla guerra civile. Quando finisce davvero una guerra? Dove si trova la forza di perdonare? Come si convive col dolore e con il terrore dei fuochi d’artificio che ricordano troppo da vicino il rumore dei bombardamenti?



Una scena del film

In un’odierna Sarajevo la macchina da presa segue furtiva una quarantenne single di nome Asja (Jelena Kordić Kuret) che cammina per strada, diretta verso il microcosmo dentro al quale tutto il film si dipanerà: una grande sala di un albergo costruito secondo i dettami dell’architettura brutalista (tipica eredità jugoslava). La stanza è adibita a ospitare appuntamenti prestabiliti su internet tra coppie che, con tanto di badge e uniforme, hanno una giornata di tempo per interrogarsi, conoscersi e rivelarsi – con la mediazione di due figure preposte –, attraverso quesiti e attività ludiche e ricreative. L’atmosfera serena e distesa viene bruscamente interrotta nel momento in cui, al tavolo della protagonista, si siede Zoran (Adnan Omerović), un bancario suo coetaneo dall’aspetto tutt’altro che rassicurante. Attraverso una serie di domande incrociate emerge l’amara motivazione che ha spinto l’uomo a scegliere Asja: durante il tragico assedio della città, durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, l’allora adolescente Zoran, arruolato nelle truppe anti-bosniache, spara ad Asja alla schiena condannandola per giorni a un coma profondo, sospesa tra la vita e la morte. Tale rivelazione conduce tutto il gruppo in un climax di collera e recriminazioni reciproche, a riprova di una mai sopita avversione tra etnie, generi e religioni. Vittima e carnefice si rivelano individui dai contorni indefiniti, indecifrabili, labili, un po’ come già visto in un altro film est-europeo, l’Orso d’oro 2021 Bad Luck Banging or Loony Porn di Radu Jude.



Una scena del film

La regista classe 1976 di Skopje – anche co-sceneggiatrice del film insieme alla bosniaca Elma Tataragić – indovina la ricetta giusta per gestire questo marasma di motivazioni, di emozioni, di ragioni e sentimenti. Da un punto di vista stilistico e formale emerge la propensione al ritmo, retto dall’alternarsi bilanciato di dettagli, sguardi, parole sommesse, pronunciate in sottofondo, impercettibili ma infinitamente pregnanti. Notevoli anche certi virtuosismi così come alcuni inserti immaginari (tra tutti quello, immaginato da Asja, del plotone che compie una strage lasciando in vita soltanto Zoran). Altra nota rilevante sono i drastici cambi di registro, ideali per favorire la fluidità del film, atti a destabilizzare lo spettatore tenendo costantemente alta la sua soglia dell’attenzione (conditio sine qua non per dargli modo di ricostruire un quadro composto da miriadi di tasselli). Dunque un lavoro che si presenta con uno stile e una struttura drammaturgica adatta al pubblico di nicchia ma anche alle platee più varie.

Il tema del perdono viene trattato senza troppo calcare la mano, dosando con misura la componente collerica della vittima e quella taciturna del carnefice. Nel finale l’irruzione in una sala da ballo di una scena con numerosi giovani e giovanissimi: le nuove generazioni ereditano l’odio e i traumi di quelle precedenti e sono condannati a sopportare le conseguenze ineluttabili di colpe altrui. Tuttavia, lo spiraglio di speranza nel finale lascia presagire un futuro sicuramente più roseo e una visione piuttosto ottimistica nella poetica dell’autrice. Così il poeta Gojko a Gemma in Venuto al mondo (2012) di Sergio Castellitto, a proposito degli strascichi dell’assedio di Sarajevo: «è stato più facile correre sotto le granate, che camminare sopra le macerie».




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