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Le ambizioni di una Mostra

di Sara Mamone
  Le ambizioni di una Mostra
Data di pubblicazione su web 15/09/2022  

È stato uno strano festival, questo 79 (settantanovesimo) che ha celebrato i suoi novant’anni. Nato nel 1932, il primo nel mondo, ha subìto inevitabili sospensioni restando sempre tra i grandi appuntamenti della cinematografia mondiale. Quest’anno, dopo la prorompente esplosione di vitalità della scorsa edizione (che celebrava insieme l’uscita dal Covid e un raccolto particolarmente fertile), il tutto si è avviato su binari più normali, anche se un festival come quello di Venezia normale mai sarà. Perché al festival si va a prescindere, e si torna a prescindere. Anche a prescindere dalle difficoltà sempre crescenti di riuscire a vedere i film prescelti e non quelli che un astruso e tirannico sistema di prenotazione concede di vedere. 

Per cui quest’anno più che mai siamo costretti a riferire non sui film che avremmo voluto ma su quelli che abbiamo potuto vedere. E si va anche per quella gioiosa incontenibile atmosfera di festa, di festa collettiva che non perde il suo senso genuino anche se quest’anno si è avuta l’impressione di maggior attenzione al glamour che alla qualità, più ai selfie e ai gridolini adolescenziali. Però. Però seppur non usciti da nessuna sala con l’atteso colpo al cuore non sono pochi i film che restano nella memoria e che meritano un adeguato tranquillo passaggio in sala. Soprattutto se riusciranno a essere allontanati dalle fastidiose e quest’anno veramente sovrabbondanti dichiarazioni di coinvolgimenti autobiografici e verranno visti per quel che sono. Partendo dal piano riconoscimento che ogni opera è autobiografica. Quanto hanno giovato all’ottimo Il signore delle formiche le non compostissime dichiarazioni di Gianni Amelio che, dopo aver fatto quello che a nostro giudizio è forse il film più compiuto della Mostra, lo ha banalizzato riducendolo ai traumi personali? O le più sommesse dichiarazioni di Crialese sulla sua transizione che hanno allungato la propria ombra fastidiosa su un’opera certo non pienamente risuscita ma che sarebbe stata assai più apprezzata se fosse stata vista come un film sull’adolescenza, le sue incertezze, le sue tenerezze?


Un momento della premiazione

Cosa vorremmo vedere in sala oltre a questi due e al premiato Leone d’argento Bones and All di Luca Guadagnino che non siamo riusciti a vincere nella lotteria delle prenotazioni? Certamente il Gran premio della giuria: Saint Omer dell’esordiente francese di origine senegalese Alice Diop, affermata documentarista qui al primo lungometraggio. Storia di un processo per infanticidio che mette a nudo, insieme alle fragilità personali della madre, il dramma di una mancata (forse impossibile?) integrazione. Certamente Love Life di Koji Fukada che segue con infinita finezza l’evoluzione di vita e sentimenti di una famiglia in cui la morte del figlioletto (sì, ancora un bambino morto con tutto il carico di angoscia che la cancellazione del futuro porta con sé) deve rimettere a posto le tessere di una vita sconvolta dal dolore e medicata dalla pietas. Certamente The Banshees of Inisherin (Gli spiriti dell’isola) del pluripremiato Martin McDonagh, qui confermato con il premio per la miglior sceneggiatura e la Coppa Volpi per il miglior interprete maschile all’indiscutibile Colin Farrell. Certamente Argentina di Santiago Mitre che con Mariano Llinás firma la solidissima regia di un film politico che segue la storia di due impavidi giudici argentini (Strassera e Ocampo) che osarono perseguire i maggiori responsabili della fase più sanguinaria della dittatura argentina. Film non certo immeritevole dei due premi assegnati invece al film di McDonagh. Ma si sa che i premi per le interpretazioni e spesso quelli per la sceneggiatura hanno sempre più candidati meritevoli e sono i più soggetti alle fluttuazioni degli equilibri interni. Certamente vorremmo vedere in sala The Whale di Darren Aronofsky, tratto dall’omonimo testo teatrale di Samuel Hunter, con un commovente Brendan Fraser, ripugnante nella sua obesità e straziante nella sua umanità (non meritava forse anche lui qualcosina?). Intorno al divano nel quale è praticamente crocifisso si accende e si spegne il microcosmo dei suoi affetti, che cerca di riattrarre disperatamente a sé prima del grande freddo, in un ultimo anelito di redenzione.


Luca Guadagnino premiato con il Leone d’argento

E il Leone d’oro? Mai avremmo pensato a una vittoria di All the Beauty and the Blooshed, documentario di Laura Poitras sull’artista di fama internazionale Nan Goldin che intreccia le immagini della sua biografia e della sua arte con le testimonianze del suo impegno civile nella lotta contro la famiglia Sackler al contempo grande benefattrice nei più importanti musei internazionali e dispensatrice di morte con la produzione dell’Ossicodone, un antidolorifico che ha portato alla dipendenza e alla morte almeno mezzo milione di americani. Il documentario ha certo goduto del benevolo appoggio della presidente della giuria Julianne Moore confermando il feeling particolare del festival con la cinematografia degli States) eppure forse il premio trova una sua profonda giustificazione nella natura originaria del festival che mantiene ancora, al di là di contingenti aggiustamenti, la natura e l’ambizione di mostra d’arte cinematografica.







Gianni Amelio presente alla Mostra con Il signore delle formiche








Emanuele Crialese con il cast de Limmesità

 

 
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