La maschera del tiranno
«Uno, due, tre, quattro, cinque»: al giovane Vova dicevano di contare fino a cinque prima di passare all’azione. Stefano Massini batte a macchina il fascicolo della vita di Vladimir Vladimirovič Putin in Lo Zar, anteprima nazionale in scena al Teatro Era di Pontedera, a partire dalla sua torbida infanzia fino all’ascesa ai vertici del Cremlino. Dopo gli spettacoli Mein Kampf e Donald, Stefano Massini prosegue il suo ciclo di spettacoli monografici, in cui si propone di interrogare la coscienza di massa attraverso l’analisi dei potenti che la governano. Questa difficile operazione viene tentata attraverso la prospettiva del monologo a voce sola, per cercare di raccontare coloro i quali incarnano, tragicamente, l’unica voce al comando di un paese.
Davanti a una scenografia monumentale fatta di pannelli crepati, Stefano Massini è seduto e bendato, prigioniero di un quadrato di luce proiettato dall’alto che lo immobilizza. Si tratta della cosiddetta “stanza dello Zar”, la prova finale prima di diventare ufficialmente spia del KGB, ma anche metafora narrativa con funzione prologante che mette in prospettiva quello che stiamo per vedere: come viene scandagliato, nei più minuti particolari, il profilo personale di Vladimir Putin. Sarà lui stesso a scrivere di suo pugno il proprio fascicolo, un’autobiografia asettica in cui misurare sé stesso con la stessa durezza con cui ha misurato gli altri, durante la sua militanza nei servizi segreti. Basta un istante di buio e subito Massini si trasforma in Putin, restando in piedi e immobile al lato destro della scena, il tanto che basta per far deglutire al pubblico un singulto di sorpresa. Quindi, misura a passi lenti la scena, con le mani affogate in lungo cappotto nero che nasconde una Makarov semiautomatica, l’arma d’ordinanza di Stato. Sul lato sinistro del palcoscenico c’è una piccola scrivania con una macchina da scrivere insieme a delle fotografie con cui Vladimir Putin ricostruisce l’algido rapporto con la sua famiglia, la quale è divisa tra la nostalgia dell’Unione Sovietica e le nuove ambizioni del giovane Vova: entrare a far parte dei servizi segreti sovietici, l’unico modo che trova per dare un senso alla violenza della propria esistenza.

Lo spettacolo ripercorre la gavetta di Vladimir Putin nei servizi segreti, da cui viene dapprima scartato, paradossalmente, a causa del proprio carattere troppo duro e ascetico. Il rapporto con Ljudmila, che poi diventerà sua moglie, è tutto tranne che un’increspatura rosa della sua vicenda personale: essere sposati è un requisito per entrare nel KGB, per entrare nelle maglie della società senza destare sospetto. Un’altra direttiva che il giovane Putin riceve da uno dei suoi supervisori, per abituarlo a toccare le corde più profonde delle passioni umane, è quella di imparare a suonare il pianoforte.
Stefano Massini mette in scena un teatro in “stile cinematografico”, in cui lo sguardo dello spettatore viene costantemente direzionato attraverso vere e proprie inquadrature realizzate mediante il disegno luministico, che raccordano le scene dello spettacolo come quelle di un film. Un teatro cinematografico ma anche e soprattutto di parola, con cui Massini riesce a interpretare il suo doppiogioco di narratore e attore, unendo senza soluzione di continuità le battute pronunciate nei panni del personaggio-personalità di Putin e le indicazioni di data e luogo che pronuncia come narratore. Tutto questo è possibile solo grazie a una dizione scultorea ma soffiata, che nega il grido che pure sembra stia per erompere da un momento all’altro. D’altronde, fa parte del mestiere della spia il saper dominare le emozioni, non importa quanto forti o quanto grande il pericolo a cui si è esposti: in questo modo Massini riesce a creare un ordito drammaturgico sempre tensivo, con una recitazione che nasconde la paura sotto una maschera di imperturbabilità, la maschera del tiranno.
Risulta difficile per un pubblico occidentale e filoccidentale empatizzare con la vicenda personale di Putin, il quale definisce sé stesso nella sua biografia giovanile come «il peggiore dei teppisti», come testimonia l’autore nella sua intervista rilasciata per lo spettacolo. Massini tenta di umanizzare la persona che interpreta chiamandola con il suo nomignolo, Vova, per cercare di creare una frattura in una personalità altrimenti monolitica. In questo modo lo spettatore riesce, a tratti, quantomeno a compatire la sua sofferenza, di cui però è lui stesso la causa. Alla fine, salito sul trono del Cremlino alla vigilia del nuovo millennio, Putin riuscirà a suonare Chopin sopra le macerie della democrazia: «Obiettivo raggiunto?».
Lo Zar


Una scena dello spettacolo
Cast & credits
| Titolo
Lo Zar |
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| Origine
Italia |
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| Anno
2026 |
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| Durata
1 ora e 30 |
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| Data rappresentazione
17 ottobre 2026 |
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| Città rappresentazione
Pontedera |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Era |
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| Prima rappresentazione
17 ottobre 2026 |
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| Regia
Stefano Massini |
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| Interpreti
Stefano Massini (Putin) Ottavia Piccolo (voce di Anna Politkovskaja) |
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| Produzione
Teatro della Toscana |
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| Scenografia
Paolo Di Benedetto |
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| Costumi
Elena Bianchini |
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| Suono
Andrea Baggio |
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| Luci
Manuel Frenda |
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| Musiche
Luca Roccia Baldini e Mariel Tahiraj |