Le Parole non sono Aria
La scena è occupata solamente da un grande pannello bianco, immobile, sospeso nell’aria a circa mezzo metro dalle tavole del palcoscenico; il sipario è aperto, nulla nasconde il mondo altro della scena. Con le luci ancora accese a riscaldare l’ambiente, Stefano Massini, non notato dai più, entra in sala; cammina in mezzo al pubblico, guarda dritto davanti a sé, sale sul palco, comincia a parlare; da questo momento, dalle prime parole, si capisce che – proprio come quel sipario già in partenza assente – niente si frapporrà tra 'emittente' e 'ricevente', niente verrà nascosto.
È questo il presupposto del lavoro, lunghissimo nei tempi, che Massini compie sulla figura – e in particolar modo sugli scritti – di Adolf Hitler: privare questi elementi della lontananza storica e, soprattutto, dell’inevitabile negazione causata dal trauma di cui furono responsabili, per restituirli al pubblico nella loro concretezza. Questa riesposizione in piena luce ha un fine pienamente didattico: porci di fronte alla messa a nudo di una figura così difficile da affrontare deve azionare in noi un movimento cerebrale, critico; mostrare vuol dire conoscere, e «solo con la conoscenza [...] si può evitare la ripetizione della catastrofe» (dall’intervista di A. Consagra a S. Massini nel programma di sala).
Tutto ciò viene realizzato tramite il medium che a Massini risulta più congeniale: la parola. Lo spettacolo è un meccanismo, una costruzione che di essa vive: negli ottanta minuti di durata flussi ininterrotti di parole rimbalzano in sala, riuscendo a costituirsi come elemento totale in grado di 'riempire' la scena. Massini, in questo, conferma la sua natura di scaltro artigiano del lessico, abilissimo nel decostruire e poi ricostruire in forma nuova i discorsi originali del dittatore tedesco, rendendoli un unico, organico fluire.

© Filippo Manzini
Al lavoro di composizione testuale si aggiunge una presenza scenica viva, sanguigna, poliedrica: come un cantambanco medievale, solo di fronte agli astanti, Massini ricopre la struttura verbale di una grande varietà di intonazioni e registri emotivi, riuscendo a reggere esclusivamente sulle proprie spalle il peso dello spettacolo. L’autore si fa attore preciso, millimetrico nel seguire e restituire le sfumature della vita interiore di Hitler, modellando davanti a noi una figura pienamente umana e tridimensionale, col già citato fine di eliminare la patina della lontananza storica e di una certa mitologizzazione che ha portato, nel tempo, a considerare il dittatore esclusivamente un personaggio e non più una persona. Il parlato – che per velocità di ritmo e musicalità riecheggia le tecniche della spoken world – si fa spesso nevrotico, martellante, e grazie a un frequente uso dell’anafora riesce sia a sottolineare i punti focali del discorso che a dare vita sonora all’ossessione psichica hitleriana.
A una declamazione così ricca e 'ribollente' si accompagna un contorno – al contrario – essenziale, dove tutto sembra mosso dal principio del less is more: la gestualità si condensa in pochi, calcolati movimenti di alto valore espressivo e semantico, con la scena che talvolta sembra trasformarsi in una sorta di tableau vivant; l’accompagnamento sonoro si costituisce come un tappeto ambientale di puri suoni, tetro, potente, dove la melodia viene negata a favore della rarefazione; infine, gli oggetti scenici sono dei punti di presenza – una valigia, un paio di scarpe, un cumulo di libri – che permettono alla Storia, alla realtà accaduta, di entrare in un ambiente metafisico, dominato com’è dal grande pannello bianco sospeso a mezz’aria.

© Filippo Manzini
Parole, ancora, un’ultima volta. Parole, e potere. Il Mein Kampf del drammaturgo toscano suscita una riflessione ad ampio raggio sul tema del potere della parola; riflessione che tocca aspetti del nostro mondo vissuto quotidianamente, della storia dell’uomo recente e di tutti i tempi, fino ad arrivare ad alcuni interrogativi sull’essenza del teatro come disciplina artistica e come strumento comunicativo. Sì, perché seduti nel silenzio delle poltrone con davanti solamente un uomo che parla, si rimane affascinati da come le parole – un qualcosa che per natura rimane lì, nell’aria, intangibile – risultino per noi così seducenti e capaci d’azione. Ci fanno sbarrare gli occhi, muovono milioni di uomini – Hitler, la politica in generale ne sono la dimostrazione –, distruggono paesi, le parole. Stefano Massini – che su quel pannello bianco che presto si è capito essere un enorme foglio è «vestito di nero come un pennino d’inchiostro» (ibid.) – ci pone davanti, in mezzo ad esse, e così ci mostra la loro forza, facendoci capire che le parole, in realtà, non sono aria, mai.
Mein Kampf

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Cast & credits
| Titolo
Mein Kampf |
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| Origine
Italia |
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| Anno
2024 |
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| Durata
80 min. (atto unico) |
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| Data rappresentazione
12 novembre 2024 |
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| Città rappresentazione
Firenze |
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| Luogo rappresentazione
Teatro della Pergola |
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| Prima rappresentazione
12 novembre 2024 |
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| Titolo testo d'origine
Mein Kampf |
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| Autori
Stefano Massini |
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| Autori testo d'origine
Adolf Hitler |
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| Regia
Stefano Massini |
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| Interpreti
Stefano Massini |
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| Produzione
Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano - Teatro d'Europa in collaborazione con Teatro della Toscana |
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| Scenografia
Paolo di Benedetto |
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| Costumi
Micol Joanka Medda |
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| Musiche
Andrea Baggio |
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| Note
Aiuto regia: Serena Fornari; Assistente alla regia: Gianluca Massini |