Atlante storico della guerra
Il 7 dicembre alla Scala con un’opera di Verdi è sempre un rischio. Soprattutto con alcune delle sue opere, molto presenti nel Secondo dopoguerra nel teatro milanese (come in genere in tutti quelli italiani, grandi e piccoli), e poi negli ultimi anni fattesi per diversi motivi gradualmente più rare. La forza del destino è una di queste. Il problema del riproporla è avere a disposizione sei grandi voci per i sei ruoli maggiori, tre principali e tre secondari, ma anch’essi con parti di rilievo, che devono reggere un’opera lunga e complessa. A questo si sommano le difficoltà poste dalla messinscena: La forza del destino è l’opera romanzesca quant’altre mai, con spostamenti in luoghi e tempi diversi che richiedono opportuni cambi di scena, e la presenza costante di masse (mulattieri, contadini, vivandiere, questuanti, soldati), che bisogna pur vestire con adeguati costumi, e questo nonostante la possibilità di allestimenti minimalisti. E poi c’è il pubblico della Scala, che, quando si tratta di Verdi, ha sempre i nervi assai scoperti. Scoperti per i cantanti, che famosamente oggi non hanno più le voci (verdiane) di una volta (mi verrebbe da aggiungere un bel «signora mia!»), scoperti per le regie, che se sono tradizionali non piacciono, ma “moderne” neppure. La soluzione della gestione Meyer-Chailly è stata da subito quella di puntare sui grandi cantanti (che ci sono sempre stati), e su spettacoli democristianamente centristi, conservatori ma anche un po’ aggiornati, per mettersi il più possibile al sicuro cercando di non scontentare nessuno.È una ricetta che pare funzioni, visto che da un po’ le inaugurazioni di stagione funzionano tutte allo stesso modo, con più o meno le stesse voci (Anna Netrebko è con questa Forza al suo settimo 7 dicembre), e, con poche eccezioni, con regie spettacolari e illustrative, per poter almeno mostrare di starci provando a stare al passo coi tempi. I risultati sono però in genere deludenti: spettacoli poco interessanti che nascono e muoiono nel teatro milanese che così, di nuovo, smette di dialogare con i grandi teatri europei suoi pari. Lo scorso anno le cose andarono molto male, con il brutto Don Carlo di Lluís Pasqual, che si è tirato appresso la direzione inconcludente di Chailly. Quest’anno va un po’ meglio, ma, per quanto riguarda la regia (di Leo Muscato), non si va oltre un’illustrazione della vicenda, con qualche timido accenno di lavoro interpretativo.

Un momento dello spettacolo
ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
La scena propone un palco rotante che si muove durante la rappresentazione offrendo alla vista diversi ambienti sui quali si muovono i personaggi (scene di Federica Parolini). Si parte con gli interni di casa Calatrava, che sono solo accennati (una porta e un verone con solo gli stipiti; un letto, un tavolo e una sedia), perché poi per lo più le scene sono di esterni – anche quella dell’osteria è ambientata all’aperto, al fresco di un patio alberato. A ogni atto si cambia epoca: il Settecento è solo nel primo atto; il secondo ci porta tra i soldati di una guerra della prima metà dell’Ottocento; il terzo nelle trincee della Prima guerra mondiale; il quarto in uno dei conflitti attuali – si potrebbe essere ugualmente in Ucraina, in Siria o a Gaza, le devastazioni e le miserie sono sempre quelle (costumi di Silvia Aymonino).Con l’alternarsi di luoghi ed epoche, si alternano anche le stagioni e dall’estate del primo atto si arriva alla primavera dell’ultimo con un evidente messaggio di speranza (un albero secco che riprende a germogliare) in un mondo e una storia che pare conoscano solo morte e distruzioni. Funziona quasi tutto. Perché dal punto di vista tecnico la Scala può contare su attrezzature personale di primissimo ordine. I problemi, tuttavia, ci sono. L’interesse di Muscato e della sua brigata sta chiaramente nelle scene di guerra; il primo atto è di conseguenza il meno interessante, anzi, il meno curato: se tutti gli altri atti propongono dei quadri scenici belli da vedere (dico “belli” o per la qualità pittorica dell’aspetto visivo, come nel secondo e terzo, o per l’efficacia di quello che mostrano, come nel quarto), quello d’apertura ha un’aria posticcia, con gli arredi di un interno adattati a un impianto che non è pensato in loro funzione.Sono soprattutto le scene che raccontano l’opera; la regia è concentrata soprattutto sui movimenti delle masse in scena, più che a seguire la recitazione, che resta quella convenzionale: braccia aperte, mani sul cuore e via dicendo. E lo spettacolo si “scalda” (e migliora) solo man mano che l’epoca rappresentata si fa più contemporanea. È negli scenari terribili dei conflitti odierni che ci sono i momenti più toccanti: il cadavere di Preziosilla, che si riconosce spuntare avvolto in un sacco pietoso insieme ad altre vittime; la piccola controscena di un padre che porta in braccio il corpicino di un figlio morto. Ma sono dettagli, in una lettura che mostra la guerra, ma, appunto, la mostra come in un libro illustrato, e tranne che in pochi momenti finali, non scuote mai le coscienze di chi è in sala: la guerra è orribile, ma non fa davvero male.

Un momento dello spettacolo
ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
Che si sia trattato di una regia blanda, si è capito anche dalle uscite finali: all’arrivo del regista della sua brigata l’applausometro non ha registrato alcuno spostamento, come se non fosse entrato nessuno; c’è stato un solo, sparuto “buuu” dal loggione. Sembra, cioè, che lo spettacolo non abbia destato altro che indifferenza. Troppo poco per quello che dovrebbe dare tono e slancio a un’intera stagione.La parte musicale è stata senz’altro la cosa migliore della serata. Non però la direzione. Da quando è direttore musicale alla Scala, Riccardo Chailly ha proposto un Verdi diverso, attento alle sfumature della sua scrittura orchestrale, molto più ricca e sorprendente di quanto in genere non si sia pensato. La sua Giovanna d’Arco del 2015 da questo punto di vista è stata esemplare. Poi le cose non hanno sempre funzionato allo stesso modo. Certo, con questa Forza del destino non ci sono i problemi del passato Don Carlo. Eppure, qualcosa manca. Manca la tensione, che Chailly mostra nella Sinfonia iniziale, che resta forse il vertice della serata. Poi la tensione a tratti cala, e la cifra di questa direzione resta la discontinuità tra momenti di accensione, e momenti (molti) lenti, comodi. Bellissimi, in verità: vi si scoprono dettagli stupendi di timbri, fraseggi, ma che incidono sulla tenuta d’insieme. E dànno vita a una lettura distaccata: in questa Forza non si è mai trascinati e non si piange mai, nonostante le vicende sventuratissime di popoli e individui.Ottima invece la compagnia di canto. Anna Netrebko (Donna Leonora) ha fatto miracoli: allo stesso modo della figura, la voce è come ringiovanita, con i gravi scuri e sonori, gli acuti fermi, i fiati lunghi. Sembra che i ruoli drammatici affrontati negli ultimi tempi (Lady Macbeth, Turandot, Gioconda) siano stati una palestra per ammorbidire l’aggressività e acquisire al suo posto una sicurezza vocale che adesso Netrebko mette al servizio di un ruolo lirico. Netrebko domina la scena come una grande primadonna. La domina vocalmente, capace di passare dai pianissimi struggenti nei momenti lirici agli slanci di forza nei passaggi più intensi (meraviglioso per queste ragioni il suo «Pace mio dio» del quarto atto); la domina come attrice per la varietà di espressioni e di accenti che sa donare al suo tormentato personaggio – nonostante una regia da questo punto di vista non presente.

Un momento dello spettacolo
ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
La forza del destino

Un momento dello spettacolo
ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
Cast & credits
| Titolo
La forza del destino |
|
| Sotto titolo
Opera in quattro atti |
|
| Anno
2024 |
|
| Durata
3 ore e 53 minuti circa intervalli inclusi |
|
| Data rappresentazione
7 dicembre 2024 |
|
| Città rappresentazione
Milano |
|
| Luogo rappresentazione
Teatro alla Scala |
|
| Prima rappresentazione
7 dicembre 2024 |
|
| Titolo testo d'origine
La forza del destino di Giuseppe Verdi |
|
| Libretto
Francesco Maria Piave e Antonio Ghislanzoni |
|
| Regia
Leo Muscato |
|
| Interpreti
Fabrizio Beggi (Il Marchese di Calatrava) Anna Netrebko (Donna Leonora) Ludovic Tézier (Don Carlo di Vargas) Brian Jagde (Don Alvaro) Vasilisa Berhanskaya (Preziosilla) Alexander Vinogradov (Padre Guardiano) Marco Filippo Romano (Melitone) Marcela Rahal (Curra) Huanghong Li (Un Alcade) Carlo Bosi (Mastro Trabuco) Xheldo Hyseni (Un Chirurgo) |
|
| Scenografia
Federica Parolini |
|
| Costumi
Silvia Aymonino |
|
| Coreografia
Michela Lucenti |
|
| Luci
Alessandro Verazzi |
|
| Musiche
Giuseppe Verdi |
|
| Orchestra
Orchestra del Teatro alla Scala |
|
| Direzione d'orchestra
Riccardo Chailly |
|
| Coro
Coro del Teatro alla Scala |
|
| Maestro del coro
Alberto Malazzi |