Domenico Giuseppe Lipani
Devota Magnificenza. Lo spettacolo sacro a Ferrara nel XV secolo (1428-1505)
Roma, Bulzoni, 2017, 382 pp., euro 25, 00
ISBN 978-88-6897-091-8
Data di pubblicazione su web 09/05/2018
Il
corposo saggio di Domenico Giuseppe
Lipani, primo contributo monografico sull'argomento, colma in larga misura
questa lacuna. L'analisi prende le mosse dalle fondamentali acquisizioni, anzitutto
di natura metodologica, di Ludovico Zorzi (Il teatro e la città. Saggi sulla scena italiana, Torino,
Einaudi, 1977) che incrociando fonti cronachistiche, iconografiche e
architettoniche ha delineato un primo quadro d'insieme della civiltà teatrale
nella Ferrara estense. Basilari anche gli studi di Fabrizio Cruciani, Clelia Faletti e Franco Ruffini (La sperimentazione a Ferrara negli anni di
Ercole I e Ludovico Ariosto, in «Teatro e Storia» IX, 1994, pp. 131-215), i
quali hanno esaminato le principali tipologie sceniche ferraresi in rapporto
alla cultura della rappresentazione che le ha prodotte, concentrandosi
soprattutto sulla dialettica progettualità-realizzazione materiale.
La
lezione di Zorzi è interiorizzata a vari livelli. Prima di tutto nell'ampio
lavoro di scavo documentario a sostegno dell'impalcatura del volume, che nel
“ritorno alle carte” riconosce uno dei suoi intenti primari: «Riordinare i
documenti, anche noti (e forse più noti che conosciuti), è il punto di partenza
di ogni ricerca, ma credo possa essere anche il punto di arrivo» (p. 50). La
centralità delle fonti, cuore pulsante della ricerca (si pensi alla scuola fiorentina),
trova riscontro nelle utili appendici inserite alla fine di ogni capitolo che registrano
i documenti più significativi presi in esame. La centralità documentaria è tempestivamente
dichiarata nell'introduzione dedicata alla contestualizzazione delle molteplici
tipologie di fonti oggetto di studio e alla messa a fuoco dello specifico punto
di vista di cui sono portatrici.
Da
Cruciani, Lipani mutua la categoria di spazio antropologico del teatro: luogo
ideale in cui gli uomini coinvolti nel mondo dello spettacolo si scambiano idee
e saperi lavorando fianco a fianco. La definizione di questo spazio ha un ruolo
chiave nell'indagine, ma non ne costituisce il cardine.
L'angolatura principale dalla quale si inquadra lo spettacolo sacro ferrarese è ideologica. La sfida più importante con cui il libro si
confronta è quella di provare a restituire, insinuandosi tra le crepe del
discorso spettacolare di corte (di cui le fonti sono quasi sempre diretta
espressione), stralci di alterità linguistica, dove per “lingua” è da
intendersi («marxianamente», come ama precisare l'autore) «l'espressione del
pensiero» (p. 20). La struttura del lavoro risponde direttamente a questo
proposito: quattro capitoli dedicati ad altrettanti linguaggi, in cui si
privilegia un approccio trasversale diacronico che dà conto dell'affinità
culturale di fatti di spettacolo anche lontani nel tempo.
Il
primo capitolo si occupa della lingua “litteraria” che attecchisce a Ferrara nella
prima metà del XV secolo con il magistero di Guarino Veronese, intellettuale di punta dell'umanesimo maturo nonché
precettore di Lionello d'Este. La salita al potere di quest'ultimo segna il
momento in cui l'innovativo modello pedagogico umanista guariniano viene
legittimato dal potere centrale e diventa instrumentum
regni. La lingua letteraria, basata sulla sublimazione del presente
attraverso una sua proiezione nel passato mitico, diventa così ufficialmente il
registro espressivo dell'élite culturale
e in primis dello stesso Lionello, princeps letterato che quella lingua padroneggia
alla perfezione. Si osserva però che non tutti nella corte posseggono gli
strumenti anche solo per comprenderla, come dimostra un puntuale confronto tra
le fonti di ambiente intellettuale-cortigiano sulla mascherata mitologica del
1433: uno sfarzoso corteo di divinità pagane organizzato dall'umanista
siciliano Giovanni Marrasio. Solo la
testimonianza di Guarino Veronese sembra cogliere il valore “teatrale” (in
senso umanistico-classicheggiante) dell'evento.
Se
autoreferenzialità ed elitarismo connotano il linguaggio dell'umanesimo a
Ferrara, al contrario la “lingua religiosa”, oggetto del secondo capitolo, ha
nella molteplicità di “parlanti” e contesti di fruizione il tratto fondante. Da
un lato è presente una religione “alta”, contigua al discorso del potere e
vicina all'avanguardia culturale della corte, che in quegli anni si esprime in
modo maturo nella fondamentale esperienza del concilio di Ferrara (1438). Dall'altro
è viva e operante una religiosità “bassa”, più vicina al vissuto delle classi
subalterne, rintracciabile nelle pubbliche predicazioni, nelle pratiche spettacolari
delle confraternite francescane, nelle processioni e nei rituali della città. Il
percorso proposto in queste pagine mira non tanto a documentare e a descrivere singoli
contesti ed eventi; quanto, piuttosto, a sondare l'immaginario culturale che è
alla base di qualsiasi forma produttiva collegata al contesto sacro (si veda il
repertorio iconografico in appendice).
Dopo
una parentesi dedicata alla “lingua cortese” (capitolo terzo), in cui si
sottolinea la presenza costante delle tradizioni cavalleresche a Ferrara durante
la signoria degli Este (specialmente sotto Borso), l'attenzione si sposta sul
teatro religioso di Ercole I (quarto capitolo). Alla luce dei risultati della
puntuale analisi dei due grandi cicli di Passioni
riconducibili alla committenza del duca (1481, 1489), Lipani ridiscute il noto concetto
di “circolarità” delle forme spettacolari all'epoca di Ercole. L'ipotesi dello
studioso, sostenuta da corpose evidenze documentarie, è che la ricorrenza degli
stessi elementi, anche se con funzioni diverse, sulle scene delle diverse
tipologie di spettacolo inizi già molto prima di Ercole I. La disamina dei
registri di pagamento della corte estense dimostra che i vari professionisti e gli
artigiani, primi fra tutti i fiorentini Antonio
di Cristoforo e Niccolò Baroncelli,
lavoravano indifferentemente a ingegni e scenografie per spettacoli di matrice
cortese, umanista o religiosa, di corte e non, già nei primi decenni del secolo.
Con l'ascesa al soglio ducale di Ercole, tale processo si intensifica in virtù
dell'affermazione di un progetto ideologico di teatro centralizzante.
Il
saggio si chiude con alcune considerazioni sulle rappresentazioni sacre del
1503, per la prima volta slegate dal calendario liturgico e, in almeno un caso,
rivolte alla sola corte: chiaro segno, secondo lo studioso, del passaggio da una
“molteplicità” alla “unità”.
Il
volume coltiva una prospettiva “emica” prossima alle categorie della cultura così
come emergono dalle fonti. Si può non essere d'accordo su alcuni punti problematici
(uno per tutti, il riferimento all'allegoria come «struttura del pensiero
medievale», p. 138), ma sono da apprezzare l'ampio respiro culturale e il
rigore del metodo induttivo di cui si giova questa ricerca originale che nella consapevolezza dei suoi strumenti e della parzialità del proprio
punto di vista ha il suo maggiore punto di forza: «Ogni opzione interpretativa
apre visioni nuove e inesorabilmente ne chiude altre: ciò non può essere un
limite se si acquisisce la consapevolezza della non definitività delle proprie
domande e della non esaustività delle conseguenti risposte» (p. 49). Un reference book.
di Marcello Bellia
Indice
Indice
Introduzione
I. La lingua litteraria
Documenti I
II. La lingua religiosa
Documenti II
III. Breve intermezzo: La lingua cortese
Documenti III
Immagini
IV. La lingua della contaminazione: Ercole I e le sacre rappresentazioni
Documenti IV
Riferimenti Bibliografici
Indice dei nomi