Ai Berliner Theatertreffen si alza il sipario sul teatro di lingua tedesca

di Alessandro Tinterri

Data di pubblicazione su web 01/07/2026

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Creati a Berlino Ovest nei primi anni Sessanta in piena Guerra Fredda, i Berliner Theatertreffen costituiscono una vetrina annuale, che si tiene a Berlino nel mese di maggio, delle dieci migliori produzioni teatrali dei Paesi di lingua tedesca, selezionate da una giuria di critici teatrali.

La 63a edizione si è aperta il 1° maggio con Il Gattopardo, adattamento drammaturgico di Pinar Karabulut e Hannah Schünemann del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), nella traduzione di Burkhart Kroeber, regista Pinar Karabulut, prodotto dallo Schauspielhaus di Zurigo e ospitato sul palcoscenico principale del Haus der Berliner Festspiele. Sarebbe ingeneroso confrontare lo spettacolo con Il gattopardo (1963), film di Luchino Visconti, non fosse che per la coppia Claudia Cardinale (Angelica) e Alain Delon (Tancredi), senza trascurare Burt Lancaster (Fabrizio, Principe di Salina). È invece apprezzabile l’impostazione storica, senza forzature moderniste, della messinscena zurighese.

A partire dalla grandiosa scenografia di Michela Flück, che sfrutta in tutta la sua profondità le dimensioni del grande palcoscenico e i pregevoli costumi di Sara Valentina Giancane. Markus Scheumann, aristocratico ed elegante è un convincente Fabrizio, cui è affidato il lungo monologo finale, e Sophia Mercedes Burtscher ne è la figlia, malinconica e dolente, in un’interpretazione che non fa rimpiangere la Concetta di Lucilla Morlacchi di viscontiana memoria. Si percepisce il fascino esercitato nella scelta del testo dall’esotismo della terra dove fioriscono i limoni, ma nella scena del ballo (indimenticabile nel film non solo per la sua durata) avrebbe meritato l’impiego di comparse, magari moltiplicate dall’utilizzo di specchi, così da evitare la sensazione di una festa di famiglia.



Una fotografia di scena di "Il gattopardo" 
 © Krafft Angerer

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Pubblicato nel 1936 Mephisto. Roman einer Karriere (Mefisto. Romanzo di una carriera) di Klaus Mann (1906-1949) è un romanzo a chiave, ispirato alla vicenda biografico-artistica dell’attore Gustav Gründgens (1899-1963), cognato dello scrittore, avendone sposata la sorella Erika in un matrimonio di breve durata (dal 1926 al 1929). Nel 1936 Gründgens sposerà Marianne Hoppe (1909-2002), diva celebrata di cinema e teatro nella Germania nazista.

La Hoppe venne richiamata sulla scena nel 1995 nella edizione della Resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht, regista Heiner Müller con Martin Wuttke nei panni di Aturo Ui, dove l’attrice recitava la parte (maschile) dell’attore che dà lezioni a Arturo Ui, ispirata a Brecht da Gründgens. Per parte sua Klaus Mann dedicò il suo romanzo all’attrice ebrea Therese Giehse, amante di Erika Mann con la quale fondò il cabaret Pfeffermühle (Macinapepe). A questa complessa trama di intrecci biografico-artistici, al retroterra politico-culturale della Germania tra le due guerre fa riferimento il Mephisto dei Kammerspiele di Monaco per la regia di Jette Steckel. Ne è protagonista Hendrik Höfgen (Thomas Schmauser), affermato attore di talento, che all’avvento del nazismo cede alle lusinghe del potere e sacrifica alla carriera il suo passato politico di oppositore del regime per divenirne il campione artistico, accettando di insediarsi a Berlino e facendo dell’interpretazione di Mefistofele nel Faust di Goethe il suo cavallo di battaglia. 

È un apologo inquietante sul difficile rapporto tra arte e politica in un regime totalitario. Malgrado la durata di quasi quattro ore lo spettacolo affascina, trascina, non ha momenti di calo, grazie alla bravura degli interpreti, al dinamismo incalzante delle scene essenziali di Florian Löscher, alle musiche di Mark Badur ed Elias Krischke, nonché al light-design di Maximilian Kraußmüller. Il bravissimo Thomas Schmauser è un Hendrik Höfgen calibrato, raramente sopra le righe, spesso attonito e smarrito nella sua debolezza, a fronte della compagna, Barbara Bruckner, attrice ebrea interpretata dalla altrettanto brava Linda Pöppel, dura e severa, lucida, a tratti beffarda.



Una fotografia di scena di "Mefisto" 
 © Armin Smailovic

Le fa da contraltare Johanna Elworth, che interpreta l’attrice amante del gerarca nazista, mediocre quanto ambiziosa, allettata all’idea di essere Margherita accanto al grande Mephisto; godibilissima Maren Solty nella scena da cabaret della giovane attrice Nicoletta von Niebuhr, smaniosa di far carriera; Bless Amada, dal fisico scolpito, nei panni di Julien Martens, l’amante di colore (qui declinata al maschile) del protagonista, che alla fine la sacrificherà alla sua carriera, introduce il doppio tema della discriminazione razziale e sessuale; Edmund Telgenkämper è sempre convincente nei tre personaggi cui presta il suo volto, sino all’arrogante, volgare, perverso Primo Ministro del Terzo Reich; Elias Krischke fa mostra di un duplice talento di musicista dal vivo e di attore nei panni di Hans Miklas, giovane nazista che finirà vittima del suo stesso idealismo; Martin Weigel è Otto Ulrichs, il compagno comunista, che mantiene fede ai suoi ideali, e, senza accusarlo, rappresenta la voce della coscienza di Hendrik.

Caratteristica dei Kammerspiele di Monaco è l’inclusione di attori disabili (ricordiamo Peter Radtke protagonista dello Stalin di Gaston Salvatore in scena ai Münchner Kammerspiele nel 1989), qui vediamo Erwin Aliukić convincente nei tre ruoli di intellettuali corrotti che gli sono affidati: Theophil Marder, Cäsar von Muck, Gottfried Benn.

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La giovane regista britannica Jaz Woodcock-Stewart, che ha diretto per il Teatro di Basilea l’originale edizione di Zoo di vetro (Die Glasmenagerie) di Tennessee Williams in scena il 5 maggio al Haus der Berliner Festspiele, ne propone un’interessante lettura tesa soprattutto a investigare i ruoli femminili della madre single Amanda Wingfield (Hilke Alterfohne), con le sue frustrazioni e desideri inappagati, proiettati soprattutto sui suoi due figli: Laura e Tom. Laura (Antoinette Ulrich) è schiva e insicura, chiusa in una bolla adolescenziale, il cui centro è occupato dalla sua collezione di animali di vetro, mentre Tom (Jan Bluthardt), sostegno economico della famiglia, si sogna poeta e cerca nelle sale cinematografiche l’evasione da un’esistenza monotona e angusta. A spezzare l’opprimente atmosfera familiare è l’arrivo, con una moto sportiva, di Jim O’Connor (Julian Anatol Schneider), giovane amico di Tom, infatuazione scolastica di Laura, portatore di una svolta attesa e presto sfumata con la simbolica rottura accidentale dell’unicorno, animale preferito della ragazza.

Spettacolo di forte impatto visivo, a partire dalla scenografia di Rosie Elnile, fatta di una scala che dà accesso all’interno disadorno, dalle pareti di cemento a vista, con qualche elemento di arredo, oltre a una lavatrice e altri elettrodomestici. L’insicurezza dei personaggi si riflette nel precario equilibrio degli interpreti in piedi su moderne pedane vibranti da palestra; la loro tensione trova improvvisi sfoghi in una sorta di frenesia motoria, mentre tutto vibra, compreso il tavolo durante l’infausta cena. L’insieme ci restituisce, non senza ironia, «un’opera silenziosa, fortemente simbolica e commovente», come si legge nella motivazione della critica Alexandra Kedves per la giuria dei Theatertreffen.

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Venerdì 15 maggio all’Hans Otto Theater di Potsdam è stata la volta di Serotonin, adattamento teatrale di Sebastian Hartmann, nella traduzione di Stephan Kleiner, del romanzo Sérotonine del 2019 (Serotonina), di Michel Houellebecq, unico interprete Guido Lambrecht. Entrambi, Hartmann e Lambrecht, provengono da Lipsia e sono transitati dalla berlinese Volksbühne. Un attore vestito di bianco, seduto su una panca di legno bianca, in una scatola bianca, illuminata da una luce fissa, naturalmente bianca, si esibisce in un monologo di oltre cinque ore, senza intervallo. Dopo un’ora si alza, continua in piedi il suo monologo, poi si risiede, accade anche che si sdrai per terra con le gambe sulla panca, si distenda a fianco della panca. Con tutta evidenza una sfida con il pubblico, ma anche con sé stesso cui l’attore Guido Lambrecht non ha saputo, né voluto sottrarsi, conscio che si sarebbe potuto tradurre in un successo o in un clamoroso fiasco. Ed è con assoluta tranquillità d’animo, che assiste all’andirivieni degli spettatori, sia che si tratti di ritardatari (anche di un’ora), sia che scendano alla spicciolata dalla gradinata metallica per andarsene; Lambrecht s’interrompe per qualche attimo per accompagnarli con lo sguardo serafico, sideralmente distante, di chi tutto aveva già messo in conto. 

Un’esperienza estrema per l’attore, che durante tutto il tempo non beve un goccio d’acqua. Oggetto della narrazione, che procede monotona come un flusso di coscienza, è il bilancio fallimentare di Florent-Claude Labrouste, il protagonista del romanzo, il racconto di una vita fatta di solitudine e depressione, abrasivo nell’analisi della sua vita sessuale.



Una fotografia di scena di "Serotonin" 
 © Thomas M. Jauk


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Fräulein Else (La signorina Else, 1931) è un racconto lungo o, se si preferisce, romanzo breve di Arthur Schnitzler (1862-1931), concepito come monologo interiore della protagonista. Nella quarta di copertina dell’edizione Adelphi, anonima, ma scritta come mille altre da Roberto Calasso (se ne avverte lo stile), viene presentata con queste parole: «Nell’opera di Schnitzler, La signorina Else è un’aria mirabile, che continua a suonare nell’orecchio di chi l’ha sentita anche una sola volta. Fin dalla prime battute, e poi sempre più trascinati sino alla fine, avvertiamo il battito tumultuante del sangue e delle parole che circolano nella testa di Else, l’adolescente “altera”, vivida e appassionata. Incombe su di lei, sulle sue nervose vacanze alpine, una catastrofe familiare». Il padre, affermato avvocato viennese rischia la galera per debiti di gioco e la madre, facendosi portavoce del padre, scrive alla figlia, in vacanza a San Martino di Castrozza, una lettera, in cui la supplica di cedere alla richiesta di un ricco amico di famiglia, disposto a dare il denaro necessario, purché la giovane Else consenta di farsi vedere integralmente nuda. Nasce da qui il conflitto interiore della fanciulla, di fronte al turpe ricatto, destinato a concludersi tragicamente. Tramite il dilemma di Else, Schnitzler mette a nudo tutta l’ipocrisia e il perbenismo di una società, dominata dal denaro come valore assoluto e disposta a tutto pur di salvare una reputazione sociale di facciata. 

Nell’adattamento teatrale di Leonie Böhm e Julia Riedler per il Volkstheater di Vienna, per un’ora e mezza Julia Riedler si muove liberamente tra il pubblico in una sala illuminata, si rivolge direttamente agli spettatori, li interroga, li rende partecipi dei suoi interrogativi interiori, arrivando a chiedere consiglio sul da farsi. Quindi, sale sul palcoscenico e di lì su un grande lampadario illuminato e prende a dondolarsi, quasi fosse il ricordo infantile di un’altalena. In questo caso, il coinvolgimento del pubblico non è un banale espediente scenico, peraltro frequente nel teatro tedesco, ma corrisponde a una necessità drammaturgica e all’intenzione di richiamare lo spettatore a un’assunzione di responsabilità. In questo modo il testo di Schnitzler diventa prepotentemente attuale e interpella la società di oggi, non meno di quella di un secolo fa. Straordinaria l’interpretazione di Julia Riedler: per chi l’ha vista, per chi l’ha ascoltata anche una sola volta, la signorina Else avrà per sempre la sua voce.

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Ai Berliner Festspiele domenica 10 maggio è andato in scena Wallenstein. Ein Schlachtfest in sieben Gängen, spettacolo fiume in sette parti di oltre sette ore (con lunghi intervalli) dei Kammerspiele di Monaco, regia di Jan-Christoph Gockel, che innesta sul testo di Schiller la vicenda del cuoco Prigožin e i mercenari della Wagner (agli applausi finali si presenta un vero e proprio esercito di attori e maestranze). Lo spettacolo si apre su una cucina, memore di The Kitchen di Wesker, gerarchicamente distinta in cuochi e preparatori freneticamente all’opera. A inquadrare drammaturgicamente le azioni intervengono i “siparietti” di Serge, interpretato dall’autentico russo Sergei Okunev, versione adulta di Harry Potter, dotato di bacchetta magica e mantello dell’invisibilità, che introduce il tema putiniano. Chiarito il nesso tra attualità e storia (il programma di sala, documento accurato e ricco di immagini, strilla lo slogan «la guerra alimenta la guerra») lo spettacolo decolla con un profluvio di trovate.  In una sorta di reality show, la steadicam accompagna l’inviato dell’imperatore d’Austria Questenberg di André Benndorff all’esterno del teatro a interrogare i passanti su Wallenstein, sino a incontrare i Piccolomini, padre (Annette Paulmann) e figlio (Annika Neugart), al tavolino di un caffè nei pressi del teatro. Si assiste al reiterato coinvolgimento del pubblico, più divertito che infastidito dal richiamo sul palcoscenico per la baraonda della festa russa. E ancora, nella pausa, mentre il grosso degli spettatori sciama alla ricerca di un hot dog e di una birra o di un bicchiere di vino, ha luogo sul palcoscenico la cena a invito per decine di commensali (menu italiano con colonna sonora variante dalla Mina di Tintarella di luna alla Pappa col pomodoro di Rita Pavone). In una sorta di bulimico catalogo di effetti speciali, lo spettacolo incalza in diverse direzioni sino ai due monologhi finali affidati al Wallenstein di Samuel Koch in versione chroma key e alla brava Katharina Bach, interprete di Illo, che finalmente si libera del travestimento machista in lattice.

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Non è la vie en rose cui farebbe pensare la scenografia ideata da Paula Wellmann per Die Welt im Rücken (Il mondo alle spalle), prodotto dallo Schauspiel di Stoccarda, per la regia di Lucia Bihler, nella riduzione drammaturgica di Gwendolyne Melchinger del pluripremiato romanzo autobiografico di Thomas Melle (Bonn 1975), scrittore di successo, cui non sono mancati i riconoscimenti. Affetto da sindrome bipolare, Melle racconta l’abisso della malattia, l’oscillazione tra fasi maniaco-depressive e stati euforici. L’autore accompagna il lettore nella discesa agli inferi della patologia, dalla diagnosi ai trattamenti con l’assunzione di psicofarmaci che agiscono sul metabolismo del paziente, modificandone l’aspetto fisico, sino alle visioni di interazioni virtuali con il poeta Enzensberger, il regista Alexander Kluge, la cantante Madonna, culminanti nella trasformazione finale in Superman. Nello spettacolo una bravissima Paulina Alpen, sorta di clown grottesco, circondata da sei sosia, dà voce a Thomas Melle, in una dettagliata introspezione di un disagio mentale che isola socialmente il protagonista, lo priva del suo passato, consegnandolo a un incerto futuro, costellato di ricadute. Al tempo stesso ci consegna una riflessione sul labile confine tra normalità e stigma sociale. Fa da contrasto una scenografia fatta di un grande sipario rosa, che inghiotte la protagonista, in un ambiente dal pavimento rosa, su cui poggia una scala rosa girevole, che contribuisce al dinamismo di un’azione scenica affidata essenzialmente alla parola.



Una fotografia di scena di "Die Welt im Rücken" 
 © Julian Baumann


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Il capitano di Köpenick (Der Hauptmann von Köpenick, 1931) di Carl Zuckmayer (1896-1977), sceneggiatore del celeberrimo film L’angelo azzurro, è, nella definizione dell’autore, «una fiaba tedesca in tre atti», portata sul grande schermo nel 1956 da Helmut Käutner con il popolare attore Heinz Rühmann nei panni del calzolaio Wilhelm Voigt (1849-1922), singolare figura di impostore realmente esistita. La sua truffa più famosa, che gli fruttò una notorietà internazionale, nella penna di Zuckmayer si traduce in una satira, vivace e leggera, del militarismo prussiano e dell’autoritarismo in generale. Vi si narrano le traversie dello sfortunato Voigt, che entra ed esce dal carcere, dove trascorre lunghi periodi di detenzione, durante i quali apprende il mestiere di calzolaio e si familiarizza con la disciplina militare, imposta dal direttore del carcere. Una volta messo in libertà si scontra con la burocrazia, che, con logica perversa, non gli concede un passaporto senza una residenza, ma, viceversa, non gli riconosce la residenza senza passaporto. Esasperato, Voigt architetta una beffa e, acquistata un’uniforme da capitano, si cala nel ruolo. Sfruttando l’innato rispetto prussiano per l’autorità, intercetta una pattuglia di soldati, e, al loro comando, millantando ordini superiori, s’impadronisce del municipio di Köpenick, traendone in arresto i notabili, per poi allontanarsi indisturbato con la cassa.

La messinscena proposta dallo Staatstheater di Cottbus, seconda città del Brandeburgo dopo Potsdam, occupa in tutta la sua estensione il palcoscenico del Haus der Berliner Festspiele con un enorme casotto dei burattini, alto quanto l’arcoscenico, che riproduce la facciata del teatro di Cottbus, sormontata dalla scritta «Der deutschen Kunst» («All’arte tedesca»). Ad apertura del grande sipario dorato si affacciano a mezzo busto gli attori, con movenze da burattini e marionette, che di tanto in tanto scavalcano per guadagnare il proscenio. I costumi, luccicanti di paillettes, accentuano il sapore grottesco di uno spettacolo rutilante di invenzioni sceniche, in un’atmosfera felliniana, sospesa tra circo e varietà. Mentre gli interpreti giocano con l’accento berlinese, il regista Sebastian Hartmann, senza troppo preoccuparsi della fedeltà al testo originario, accentua l’aspetto fantastico dello spettacolo, invitando lo spettatore a seguirlo nel suo magico mondo.



Una fotografia di scena di "Der Hauptmann von Köpenick" 
 © Bernd Schönberger


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Per motivi di programmazione non è stato possibile vedere uno degli spettacoli più attesi, A Year without Summer di Florentina Holzinger, in programmazione alla Volksbühne in ottobre, nell’attesa trascriviamo la motivazione della critica Christine Wahl per la giuria dei Theatertreffen: «Cosa si fa in un “anno senza estate”, quando il mondo è oscurato da eruzioni vulcaniche e temperature in picchiata? Quando questo accadde nel 1816, la diciottenne scrittrice Mary Shelley concepì il mostro Frankenstein. Florentine Holzinger fonde tutti questi eventi e, insieme ai suoi interpreti, che questa volta includono un gruppo di attori alcuni dei quali ultraottantenni, intraprende un viaggio selvaggio ed eccezionalmente lucido attraverso la storia dell’ottimizzazione dell’Homo sapiens. In scene spettacolari e altamente complesse, presenta lo status quo del pianeta insieme alla storia di come il corpo umano si deteriora e – mentre i cani robot si preparano già ad attaccare – mette in discussione la maledizione e la promessa della vita eterna. Sfidando l’oscurità, tutto ciò si svolge sotto forma di un musical traboccante di idee e immagini, che si conclude con la più letterale orgia fecale finta nella storia del teatro. Come un’utopia assolutamente priva di kitsch emerga qui all’interno della verità più spietata immaginabile è qualcosa che non si è mai visto in questo modo prima in teatro».

 

Cast & Credits

Il Gattopardo

di Giuseppe Tomasi di Lampedusa; traduzione Burkhart Kroeber; adattamento teatrale Pinar Karabult e Hannah Schünemann. Premiere: Schauspielhaus di Zurigo 29 novembre 2025.

Regia Pinar Karabulut; scenografia Michela Flück; costumi Sara Valentina Giancane; musiche Daniel Murena; luci Michel Güntert; drammaturgia Hannah Schünemann.

Con Markus Scheumann (Don Fabrizio, Principe di Salina); Sabine Waibel (Maria Stella Corbera, Principessa di Salina); Sophia Mercedes Burtscher (Concetta Corbera di Salina); Peter Knaack (Padre Saverio Pirrone); Mouataz Alshatouh (Tancredi di Falconeri); David Rothe (Paolo Corbera di Salina, Duca di Querceta/Carlo Cavriaghi, Conte di Milano); Alexander Angeletta (Don Calogero Sedara); Mirjam Rast (Angelica Sedara); Michaael Neuenschwander (Don Ciccio Tumeo); Pino Simili (Mimi); Lukas Rathjen (Pastorello/Domenico); Ronja Melissa Leute (Carolina/Luigi).

Mefisto

tratto dal romanzo autobiografico di Klaus Mann. Premiere: Kammerspiele di Monaco 28 febbraio 2025.

Regia Jette Steckel; scenografia Florian Lösche; costumi Pauline Hüners; musiche Mark Badur, Elias Krischke; design luci Maximilian Kraußmüller; adattamento scenico Emilia Heinrich, Jette Steckel, Johanna Hömann; drammaturgia Johanna Hömann, Theresa Schlesinger, Carl Hegemann.

Con Thomas Schmauser (Hendrik Höfgen); Erwin Aliukić (Theophil Marder/Cäsar von Muck/Gottfried Benn); Bless Amada (Julien Martens); Johanna Eiworth (Dora Martin/Lotte Lindenthal); Elias Krischke (Hans Miklas, percussioni dal vivo e vibrafono); Linda Pöppel (Barbara Bruckner); Maren Solty (Nicoletta von Niebuhr); Edmund Telgenkämper (Direttore artistico Kroge/Professore/Primo Ministro); Martin Weigel (Otto Ulrichs).

Zoo di vetro

un’opera teatrale basata sulla memoria di Tennessee Williams. Premiere: Teatro di Basilea 30 gennaio 2025.

Regia Jaz Woodcock-Stewart; scenografia e costumi Rosie Einile; Sound design Josh Grigg; luci Alex Fernandes; drammaturgia Inga Schonlau.

Con Hilke Altefrohne (Amanda Wingfield, la madre); Jan Bluthardt (Tom Wingfield, suo figlio); Antoinette Ulrich (Laura Wingfield, sua figlia); Julian Anatol Schneider (Jim O’Connor, un giovane); Thomy Riedtmann (Comparsa).

Serotonina

tratto dal romanzo Sérotonine di Michel Houellebecq; traduzione tedesca di Stephan Kleiner; adattamento teatrale di Sebastian Hartmann. Premiere: Teatro Hans Otto di Potsdam 13 dicembre 2025.

Regia e scenografia Sebastian Hartmann; luci Lothar Baumgarte; costumi Adriana Braga Peretzki; drammaturgia Christopher Hanf. Con Guido Lambrecht.

La Signorina Else

liberamente adattato da Arthur Schnitzler da Leonie Böhm e Julia Riedler. Premiere; Teatro popolare di Vienna, 8 febbraio 2025.

Ideazione Leonie Böhm e Julia Riedler; regia Leonie Böhm; scenografia e costumi Belle Santos; luci Ines Wessely; drammaturgia Matthias Seier; prove di co-drammaturgia Helena Eckert. Con Julia Riedler (Else). 

Wallenstein

un banchetto di macellazione in sette portate, adattamento da Friedrich Schiller. Premiere: Kammerspiele di Monaco 4 ottobre 2025.

Regia Jan-Christoph Gockel; scenografia Julia Kurzweg; costumi Janina Brinkmann; musica/composizione (musica dal vivo) Maria Moling; design video Lion Bischof; design luci Christian Schweig, Stephan Mariani; burattini Michael Pietsch; menu Piccolomini Annette Paulmann; drammaturgia Viola Hasselberg, Claus Philipp; collaborazione e ricerca drammaturgica Sergei Okunev; collaborazione musicale Cico Beck; sopratitoli Yvonne Griesel (SPRACHSPIEL).

Con Katharina Bach (Illo); André Benndorff (Questenberg); Johanna Eiworth (Isolan/Zhenya); Nadège Meta Kanku (Thekla, figlia di Wallenstein); Samuel Koch (Wallenstein); Annika Neugart (Max Piccolomini, Octavios Sohn); Annette Paulmann (Octavio Piccolomini); Michael Pietsch (Conte Terzky); Maria Moling (Seni e musica dal vivo); Sergei Okunev (Serge - un ragazzo dalla Russia, indossa un mantello e porta con sé una bacchetta magica); Pari Garvanos (Buttler).