Due spettacoli al Berliner Ensemble
Con una festa nel cortile del Berliner Ensemble (Helene-Weigel-Hof) si è inaugurata domenica 10 maggio 2026 l’installazione dedicata a Helene Weigel (Vienna 1900-Berlino 1971) di Monica Bonvicini (artista nata a Venezia e formatasi a Berlino dove oggi ricopre la cattedra di scultura all’Universität der Künste) e dei suoi allievi, frutto di una sottoscrizione pubblica. Un’iniziativa collettiva come sociale è il Teatro, che ha visto una donna, la Weigel, prenderne le redini nel 1956, dopo la morte del marito Bertolt Brecht. A ricordare l’attrice (prima Madre Coraggio della storia, personaggio da lei interpretato oltre cinquecento volte), una teca di vetro con una sedia rossa da regista, un suo ritratto e la sua voce registrata.

Alle spalle dell’installazione si trova il Neues Haus, dove si rappresentava la recente produzione Das Bildnis des Dorian Gray (Il ritratto di Dorian Gray) di Oscar Wilde, riadattato per la scena da Heiki Riipinen, che ne è anche il regista. Il romanzo gotico-filosofico di Wilde ha per protagonista Dorian Gray, disposto a stringere un patto diabolico, pur di conservare la propria giovanile avvenenza, trasferendo nel prodigioso dipinto le tracce del tempo e della sua dissoluzione morale. Sul palcoscenico del Neues Haus la storia immaginata da Wilde si trasforma in un ritratto intimo, davanti a una tribuna di centosettanta spettatori: una scenografia essenziale (Ingrid Tønder), fatta di pochi elementi di arredo e di screen double face, neri e dorati, costumi estetizzanti o estrosi, come quello del protagonista interpretato dal giovane Max Gindorff (Lussemburgo 1994, studi a Vienna, dove debuttò al Burgtheater, che avevamo già notato per la sua bravura in Due spettacoli a Berlino).
Gindorff è un Dorian Gray ora volubile e svagato, ora disorientato e disperato, che, solitario Narciso in cache-sexe, isolato da cuffie e walkman, tiene la scena anche quando continua a danzare nei diciotto minuti d’intervallo. La colonna sonora dello spettacolo varia da Chopin sino a Charli XCX, la nota cantante e compositrice britannica, recentemente autrice con Anthony Willis della colonna sonora del film di Emerald Fennel Cime tempestose (Wuthering Heights, 2026), dal romanzo di Emily Brontë, di cui si ricorda la celebre versione cinematografica di William Wyler con Laurence Olivier risalente al 1939. Affiancano il protagonista il dandy perverso di Gabriel Schneider, nei panni di Lord Henry, nonché Paul Zichner e la versatile Amal Keller, impegnati a interpretare più parti nell’alternarsi dei diversi personaggi della vicenda. Nel finale è quest’ultima a indossare i panni di Oscar Wilde e a raccontarne gli ultimi giorni di vita.

In un’intervista radiofonica Gindorff spiega come nella finzione scenica il ritratto non esista, sia solo immaginario, coincida di fatto con lo sguardo del pubblico e ciò consenta al protagonista di rivolgersi agli spettatori e di instaurare una sorta di conversazione, rompendo in questo modo la quarta parete, così da interagire con loro. La lettura del regista proietta l’età vittoriana nelle ossessioni della società attuale: il sesso e l’eterna giovinezza, abbinata a un irraggiungibile ideale di perfezione fisica, amplificate, nella società dell’immagine, dalla pubblicità, dagli interventi di chirurgia estetica, che nello specchio finiscono per trasmettere un ritratto di sé irriconoscibile, se non addirittura grottesco.
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Direttore artistico della Volksbühne, ininterrottamente dal 1992 al 2017, che sotto la sua guida si confermò come il teatro d’innovazione più interessante della capitale tedesca, Frank Castorf (Berlino Est 1951) ritorna a Berlino con la regia di Kleiner Mann, was nun?, romanzo di Hans Fallada (1893-1947), pubblicato in versione censurata nel 1932 (E adesso, pover’uomo?, Mondadori 1932) e integrale nel secondo dopoguerra (Sellerio 2008). Il romanzo racconta le vicissitudini di un modesto piccolo borghese nella Berlino della Repubblica di Weimar, squassata dalla crisi economica, dai conflitti sociali e dagli scontri politici, destinati a sfociare nell’avvento del nazismo. Il contabile Pinneberg è solo uno dei tanti lavoratori, operai o impiegati, alle prese con la sopravvivenza, con lo spettro della disoccupazione, licenziato proprio nel momento in cui Lämmchen (Agnellino) la giovane moglie (Maeve Metelka) è incinta. A procurargli un posto di venditore nel grande magazzino Mandels è la madre, tenutaria di locali notturni, ma il povero Pinneberg non regge alla pressione del suo caporeparto e, incalzato a vendere sempre di più, supplica un noto attore cinematografico perché acquisti dei vestiti. Questi però reagisce lamentandosi con il proprietario del grande magazzino, causandone il licenziamento.

La presentazione della spregevole madre di Pinneberg (la brava Artemis Chalkidou) avviene con un video, girato in una sorta di labirinto sotterraneo, che allude all’ambiente notturno dei suoi locali, dove lei e il suo drudo (un ottimo Andreas Döhler) si aggirano, lui ubriaco e lei nuda, in preda al delirio causato dalla droga. Una sequenza potente, che rende bene la depravazione in cui sono sprofondati i due personaggi. Caratteristico della poetica post drammatica di Castorf è, infatti, il reiterato ricorso alle proiezioni video, alternate alle scene in presenza, una scelta mai arbitraria, bensì funzionale, sempre sostenuta dalla rigorosa drammaturgia dello spettacolo. Al bivio tra Stanislavskij e Brecht, Castorf si è sottratto trovando una propria originale via.
Altra caratteristica di Castorf è costituita dalla contaminazione dei testi. Nel caso presente si traduce in un intreccio drammaturgico con il romanzo richiamato nel titolo, uno scritto, Die Kuh, der Schuh, dann du (allitterazione non riproducibile nella traduzione italiana La mucca la scarpa poi tu) risalente al periodo in cui era internato in un ospedale psichiatrico per disintossicarsi dall’abuso di morfina e cocaina, Die Schlacht (La battaglia) di Heiner Müller (1929-1995) e il racconto della morte accidentale di Fallada, dovuta a un errore fatale nella somministrazione di farmaci da parte della moglie. Ed ecco che nel finale del primo atto assistiamo a una scena, questa volta reale, da teatro dell’assurdo (è nota la predilezione del regista per Ionesco) con l’ingresso sul palcoscenico di un veicolo, simile al nostro Ape, che trasporta una grossa mucca di cartapesta.

Il secondo atto è un crescendo, inventivo e ricco di tensione. A cominciare dalla geniale idea del regista di trasformare il noto attore cinematografico in una famosa attrice, una sorta di Zarah Leander. Viene così introdotto nel confronto con il venditore Pinneberg (Maximilian Diehle) un sottile gioco di seduzione nel continuo slittamento tra realtà e finzione. Questo viene magistralmente interpretato da Pauline Knof ed esaltato dai primi e primissimi piani delle riprese video, proiettate su due grandi schermi. La moltiplicazione dei piani all’interno del grande magazzino determina la dinamica della scena, insieme con un gioco di specchi, che richiama l’Orson Welles della Signora di Shanghai (The Lady from Shanghai).
Infine, attingendo a La battaglia (Die Schlacht) di Heiner Müller, muovendosi con la videocamera nel sottopalco del Berliner Ensemble come in un bunker sotterraneo, Castorf ci mostra un gruppo di donne e uomini in attesa dell’arrivo dei russi negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale: mentre sopra, davanti agli occhi degli spettatori seduti in platea, l’iconico girevole che fu di Madre Coraggio continua a girare senza sosta simile a una ruota del destino, sugli schermi lo stesso pubblico vede i meccanismi sottostanti, le pulegge provenienti da carri armati sovietici che imprimono il movimento e altre che giacciono ammassate in un angolo. Ed è così che si compie il destino di quegli ultimi anonimi individui, rappresentanti dei milioni di esseri umani in balìa degli eventi, testimoni sopravvissuti della follia della guerra, vittime senza nome di una storia che li sovrasta, al pari del pover’uomo Pinneberg.
Cast & Credits
Il ritratto di Dorian Gray
di Oscar Wilde in un adattamento di Heiki Riipinen, dall’inglese di Johannes Nölting utilizzando la traduzione di Hedwig Lachmann e Gustav Landauer. Première: Neues Haus, 19 marzo 2026.
Con Max Gindorff (Dorian Gray); Gabriel Schneider (Lord Henry); Paul Zichner (Basil Hallward/Alan Campbell/Sir Geoffrey); Amal Keller (Sibyl Vane/James Vane/Oscar Wilde).
Regia Heiki Riipinen; scene Ingrid Tønder; costumi Louise-Fee Nitschke; musiche Amund Ulvestad; luci Hans Fründt, Robert Matysiak; drammaturgia Johannes Nölting.
E adesso, pover’uomo?
di Hans Fallada, nella versione di Frank Castorf
con Artemis Chalkidou, Maximilian Diehle, Andreas Döhler, Jonathan Kempf, Pauline Knof, Maeve Metelka, Gabriel Schneider.
Telecamera dal vivo Andreas Deinert, Kathrin Krottenthaler, Harald Mellwig; audio Jonathan Bruns, Theo von Mechow; montaggio in diretta Jens Crull, Verena Buttmann; assistente al montaggio in diretta Sarah Rosengarten.
Regia Frank Castorf; scene Aleksandar Denic; costumi Adriana Braga Peretzki; sounddesign William Minke; luci Rainer Casper; concezione del video Jens Crull, Andreas Deinert; drammaturgia Amelie Joana Haag; gestione della produzione artistica Sebastian Klink.