Trent’anni dopo. Intervista a Sandro Lombardi

di Angela Consagra (courtesy Teatro della Toscana)

Data di pubblicazione su web 19/01/2026

Trent’anni dopo. Intervista a Sandro Lombardi

A distanza di trent’anni dal debutto di Edipus è cambiato, in qualche modo, lo spettacolo? È differente la messinscena e anche il modo di stare in palcoscenico?

No, la messinscena è rimasta esattamente la stessa. L’unica differenza è la partecipazione di un secondo attore, un ragazzo previsto dal testo di Giovanni Testori che all’epoca non avevamo inserito. Oggi la sua presenza mi aiuta anche nelle parti fisicamente più impegnative, che trent’anni dopo inevitabilmente ho più difficoltà ad eseguire. Inoltre, credo che sia veramente cambiata la risposta del pubblico. Anche allora lo spettacolo ebbe un grosso successo, ma era un momento in cui proporre un autore come Testori era complicato: c’erano molte resistenze. E sono davvero contento di potere rendermi conto, a distanza di tanto tempo, di quanto quei primi nostri impegni testoriani abbiano contribuito a riaprire il discorso sulla drammaturgia dello scrittore. Il nostro lavoro ha riaperto la strada allo sguardo verso la sua opera anche da parte dei teatranti: dopo di noi – abbiamo lavorato intensamente sui testi testoriani dal 1994 al 2000 – altri colleghi hanno cominciato a mettere mano alla drammaturgia di Testori. Per esempio, i testi della Trilogia degli Scarozzanti, di cui Edipus è l’ultimo, erano stati scritti per Franco Parenti e hanno avuto le regie di Andrée Ruth Shammah, così come prima della morte di Testori c’erano stati tanti artisti che avevano collaborato con lui: penso a Franco Branciaroli o Adriana Innocenti… È stato principalmente dopo la sua morte che ho percepito il desiderio, da parte della cultura italiana, di farlo definitivamente scomparire, mettendone a tacere le istanze, che erano essenzialmente una rivendicazione di libertà, libertà assoluta: estetica, culturale, letteraria, sentimentale, sessuale. La libertà, che è proprio uno dei temi centrali dello spettacolo: c’è ancora bisogno di ribadire questo concetto. La libertà non è affatto scontata, basta guardare a quello che succede in Iran per rendersene conto… Oggi l’entusiasmo del pubblico per Edipus posso affermare che non soltanto è tornato, ma si è addirittura moltiplicato. Mi fa molto piacere tornare a Rifredi (oggi il Nuovo Rifredi Scena Aperta), dove Angelo Savelli e Giancarlo Mordini, ai quali va tutta la mia gratitudine, accolsero il debutto di Edipus. Non era per niente facile trovare un teatro che ci aprisse le porte, in quel momento, regalandoci una possibilità. 

Quali erano le principali resistenze che avevate incontrato?

Erano diverse. C’era una resistenza di tipo linguistico, ma anche una forte opposizione ai contenuti di Testori: una riluttanza ad accettare tutta quella visceralità e genitalità, un eros così sbandierato. Credo che la resistenza più forte fosse dovuta al fatto che, dopo la fase più anarchica di Testori, e di cui Edipus è un esempio massimo, questo autore avesse ripiegato su un cattolicesimo piuttosto integrale e fondamentalista. Al fondo tuttavia permanevano pulsioni anarchicamente scandalose, dal fatto che Edipo fa l’amore con la madre e sodomizza il padre, per di più sopra una croce. 

L’aspetto forse più affascinante di Edipus, oltre a un forte richiamo al concetto di libertà, è il carattere metateatrale del testo: si parla di attori e del teatro… 

È un testo fortemente metateatrale. Racconta di un capocomico non più giovane, non più di successo, che viene abbandonato dalla Compagnia formata dalla prima attrice e dall’attor giovane; rimasto solo, con un ragazzo che deve occuparsi delle luci e del sipario, mette in scena il mito di Edipo. Nel suo soliloquio, mischiando le vicende di Edipo alla realtà, emerge anche la personale sconfitta teatrale e umana. 

Che cos’è il pubblico? Una sua definizione. 

È il 50% del nostro lavoro. L’altra parte che compone il mestiere, lo scopo per cui si fa. Anche se il pubblico non è l’unico obiettivo: sicuramente c’è anche una dimensione personale, un piacere privato che ha a che fare con il teatro. Ma senza il pubblico il teatro non avrebbe senso.

Paolo Fresu, in scena recentemente al Teatro della Pergola, sostiene che per lui “il bisogno di suonare e creare musica è davvero come una maledizione. Sono attratto dalla musica, vado a letto e penso a lei. Mi sveglio e penso a lei. È sempre lì e la amo da pazzi perché non mi ha mai abbandonato”. Lo stesso vale per il teatro e per il lavoro quotidiano dell’attore? 

Il teatro per me è la vita. È una presenza costante: faccio la stessa cosa di Paolo Fresu, penso al teatro quando vado a letto e nel momento in cui mi sveglio; si tratta di un tempo prezioso, perché serve anche per mandare la parte a memoria. Mi metto al buio, disteso e in silenzio, ripetendo le parole finché prendo sonno. Al mattino, prima ancora di aprire gli occhi, le ripeto e scopro che qualcosa di più è andato a incidersi nella memoria. Il teatro è la forma d’arte più effimera e più affascinante, perché un libro o un film restano, mentre il teatro ogni sera è qualcosa di unico. È vero, nulla è eterno, quindi tutto è effimero da un certo punto di vista, ma il teatro lo è più di ogni cosa. Ed è proprio per questo che suscita in me una tenerezza, un affetto particolare: è come una creatura che si allontana e alla quale vuoi continuare ad appartenere.