Carsen: una lezione di regìa
Nei commenti sull’allestimento di Così fan tutte presentato alla Scala si è letto: Carsen è un genio. A me sembra che sia prima di tutto un uomo di buon senso, consapevole del fatto lapalissiano che il melodramma è fondato sulla stretta unione di ciò che si sente con ciò che si vede, e lo spettacolo debba realizzare in atto di ciò che, in potenza, è scritto nella partitura. Da questo principio, oggi sovente dimenticato, nasce questo spettacolo in cui tutto è costruito sulla musica: gesti, movimenti, scenografie, luci, costumi, atmosfere.
Il regista vede la vicenda come se fosse quella di un reality show, svolto davanti a un pubblico di ospiti in uno studio televisivo. Idea che, letta sulla carta, sembrava preannunciare il solito trasferimento dell’azione in una strampalata boutade attualizzante. Niente di tutto questo. Il riferimento allo spettacolo televisivo c’è, ma non intacca la verità dell’azione. Inoltre, lo studio attrezzato per le riprese, alla presenza di un piccolo pubblico, appare e scompare grazie al palcoscenico ruotante che offre agli spettatori una continua varietà di vedute, a tutto vantaggio del dinamismo dell’azione trattata con gusto, spirito, finezza ed eleganza.

Un momento dello spettacolo
@ Vito Lorusso
La lezione che Carsen impartisce è apodittica: in uno spettacolo intelligente ogni scelta ambientale e temporale può convivere con la fedeltà all’azione e la comprensibilità della vicenda. Basta rispettare i fondamentali, non cambiare le funzioni dei personaggi, rendere evidenti i rapporti drammatici, realizzare in visione i valori psicologici, sentimentali, ambientali presenti nella musica. Despina non è più la servetta ma una presentatrice televisiva? Non importa: se fa tutto ciò che deve fare, compresi i travestimenti da medico e da notaio, la sua funzione di organizzatrice della burla e maliziosa osservatrice di ciò che succede è salva e l’azione, comprensibilissima, funziona egregiamente. Così è per Don Alfonso, “presentatore” anche lui, e per i due ragazzi, prima in divisa militare, poi travestiti da alternativi playboy.

Un momento dello spettacolo
@ Vito Lorusso
La recitazione è accuratissima: l’invenzione gestuale vale più del testo di Da Ponte (poco curato nella dizione dai cantanti e dal direttore Alexander Soddy) per infondere vita in ogni scena. Ma, come dice Artaud, il testo è solo una delle componenti dello spettacolo che può affidare ad altre componenti la sua vitalità. Dipende dalle circostanze.
Il fatto è che Carsen capisce la musica, la gode, si commuove, si diverte e, soprattutto, la assume come falsariga della drammaturgia. La prova sta nel fatto che non teme la staticità. Il tempo dell’opera non è quello del teatro recitato: la musica impone al dramma accelerazioni, rallentamenti, arresti dell’azione che molti registi non sanno come risolvere. Qui, invece, i pezzi lirici e contemplativi si realizzano per quello che sono: momenti in cui il tempo drammatico si arresta per lasciare che la musica sprigioni il suo incanto. Così nel terzettino “Soave sia il vento”, nel brindisi del Finale II e nelle altre pagine sublimi, le luci si abbassano, i personaggi a poco a poco trascolorano, mentre la musica s’incarica di restituire l’incantesimo al mondo; e nelle arie meravigliose del secondo atto, Fiordiligi e Ferrando stanno soli, seduti su una poltrona, isolati in una nicchia di luce, esaltati nell’ espressione del volto attraverso l’ingrandimento delle figure su due schermi sovrastanti.

Un momento dello spettacolo
@ Vito Lorusso
Ci sono poi le arie dialogiche, in cui i personaggi del reality show sono circondati da comparse che entrano nel dialogo attraverso gesti credibili, senza mai trasformare l’opera in un balletto, come sovente accade di vedere in spettacoli che si arrogano il titolo pomposo di “Regietheater”. Carsen è troppo intelligente e ironico per cadere in questo tranello. Se vuol sorprendere il pubblico, preferisce giocare sorprese argute: ad esempio, quando ci aspettiamo la barca su cui i due fidanzati fingono di partire, fa comparire una grande portaerei con i soldati che mimano il coro inneggiante alla vita militare, eseguendo esercizi ginnici spiritosamente coordinati col ritmo della musica.
Il buon gusto guida le scelte figurative del regista e del suo scenografo e costumista Luis F. Carvalho, con il variare delle luci e la delicatezza dei colori: rosa-azzurro nell’ambiente femminile, verde smeraldo nei giardini, azzurro polvere nelle vedute marine e così via. Tutto è bello, anche i costumi, tutto è fine, nulla è volgare. Dispiacerà questo a qualcuno? Forse. Il “Regietheater” ha dei sostenitori intransigenti che considerano la bellezza antimoderna rispetto a ciò che è brutto, volgare, prosaico, trasgressivo nei confronti del teatro borghese di cui l’opera sarebbe la più alta espressione. Non polemica politica, quindi, come quella di Brecht, ma estetica: bisogna scioccare la gente con la violenza, magari appellandosi al «teatro della crudeltà». Ma Artaud non intendeva questo: «non si tratta affatto di crudeltà come vizio – scriveva – di crudeltà come proliferazione di appetiti perversi espressi in gesti sanguinosi, come escrescenze malate su una carne già infetta; ma al contrario di un sentimento distaccato e puro, di un autentico movimento dello spirito, ricalcato sul gesto stesso della vita» (A. Artaud, Il teatro e il suo doppio, Torino, Einaudi, 1968, p. 186).

Un momento dello spettacolo
@ Vito Lorusso
E c’è molta verità nel gioco delle finzioni di Così fan tutte: soprattutto il fatto che, alla fine, le coppie, assortite per scherzo da Don Alfonso, si innamorano davvero. Ma non è un rovesciamento improvviso. Sin dai primi momenti in cui i due fidanzati compaiono travestiti e irriconoscibili, facendo ciascuno la corte alla donna dell’altro, la musica di Mozart e la recitazione di Carsen ci fanno capire che l’attrazione comincia ad affiorare. Quindi che le due ragazze crollino nei duetti «Il core vi dono» e «Tra gli amplessi in pochi istanti» del secondo atto, non è un semplice coup de théâtre: è qualcosa che si preparava da tempo, e di cui già nel primo atto c’erano segni fugaci nell’incrocio degli sguardi e dei gesti.
C’è erotismo, come si sa, in Così fan tutte e niente sarebbe più prevedibile che tradurlo in esplicite manifestazioni sessuali, magari “crudeli” (se ne sono viste di tutti i colori negli spettacoli degli ultimi anni). Ma Carsen sa che l’eros è molto più conturbante se è velato e se trapela per allusioni e maliziosi suggerimenti: è Mozart che lo dice, e il regista lo mostra, attraverso i particolari della recitazione.
Insomma, c’è molto lavoro dietro questo spettacolo, che in ogni momento tiene conto dalla complessa ambiguità della musica e tiene viva l’attenzione del pubblico nonostante l’esecuzione musicale non sia eccelsa. In teatro è sempre così: il fuoco animatore di uno spettacolo può cambiare ogni volta di sede. Certo, nella trasposizione contemporanea si perde lo spessore storico di Così fan tutte, articolato su vari livelli di significato: quello voltairiano del Settecento razionalistico, logico e dimostrativo di Da Ponte, e quello roussoviano di Mozart e dei sentimenti sprigionati dalla sua musica; il segno del rococò, che s’impone nell’ironico estetismo degli intrecci vocali e strumentali delle due ragazze, e il segno romantico in quei momenti in cui la musica ci fa capire che, dietro la lettera delle note, c’è dell’altro e c’è dell’oltre. Leggi: un presagio di infinito. Ma non si può dire tutto: l’interprete di questi capolavori non può che coglierne lati parziali, lasciando forzatamente in ombra significati inespressi. Toccherà ad altri metterli in evidenza, nell’inesauribile esercizio dell’interpretazione. Carsen ci ha convinto a suo modo, senza prevaricazioni, ricordandoci con perentoria chiarezza che uno spettacolo può essere insieme inventato e fedele: lezione quanto mai opportuna nella confusione generale che governa oggi il mondo della regia d’opera.

Un momento dello spettacolo
@ Vito Lorusso
E che, forse, conferma l’impressione di un cambiamento. Almeno in Italia, dove la deriva ermetica del “teatro della regia” non ha mai avuto particolare fortuna, si nota da qualche tempo da parte dei registi una maggiore attenzione al testo e alla musica. Le trasgressioni ci sono sempre. Il difficile è controllarle, in modo che non appaiano gratuite ma costituiscano un valore aggiunto: ci si può allontanare dalla didascalia per cogliere più a fondo il senso di una situazione. Chéreau era maestro in questo gioco di buscar el levante por el ponente, arrivare alla meta passando per via indiretta. Quanto alle didascalie, non si tratta di ignorarle o rispettarle ma di leggerle come bussola orientativa per capire il senso del dramma. Sempre che si voglia interpretarlo, come ha fatto Carsen con estrema attenzione al testo, e non farne altro. Persino al Suggeritore, che nei Sei personaggi di Pirandello domanda al Direttore: «Debbo leggere anche la didascalia?», questi risponde perentorio: «Ma sì! sì! Gliel’ho detto cento volte!».
