Le illusioni perdute

di Vincenzo Borghetti

Data di pubblicazione su web 02/03/2025

Evgenij Onegin

In scena c’è una piccola stanza dei libri in mezzo a un campo di grano mezzo falciato, mezzo no. È la stanza di Tat’jana: lo spazio dove si rifugia per vivere nell’intimità quella vita che l’ambiente circostante non sa darle. Siamo da qualche parte nella Russia di oggi (scene di Margherita Palli; costumi di Ursula Patzak). Splende il sole; intorno tutti ballano, cantano, festeggiano, pregano, e animati dalla bella stagione trascorrono quell’esistenza a cui lei è estranea (ascolta la sua musica in cuffia). Il sogno si incrina con l’arrivo di Onegin e con l’amara scoperta che la vita non può essere quella dei libri, quella della ragazza che adesso Tat’jana si appresta a non essere più. Onegin, l’uomo di cui si è innamorata, la delude col suo sprezzante cinismo.

 

Nel secondo atto tutto cambia: l’estate lascia il posto all’inverno, il giorno alla notte; la stanza di Tat’jana è ormai fredda e spoglia, i libri servono come legna da ardere. Ci sono i soldati, adesso, e la musica della banda militare prende il posto dei canti dei contadini, compaiono i mitra dove prima c’erano le icone. Il duello tra Lenskij e Onegin perde ogni parvenza di rituale cavalleresco, diventa una roulette russa, dove la morte è solo un accidente, buono perché i soldati possano fare scommesse, senza mostrare alcuna pietà per chi la vita poi alla fine ce la rimette per davvero. La stanza di Tat’jana crolla mentre i libri bruciano. 



                          Un momento dello spettacolo Evgenij Onegin
                            ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala


L’ultimo atto è ancora di notte, nella festa in un palazzo di San Pietroburgo. Una tenda rossa proietta solo le ombre del ballo; sono solo le parvenze di un’umanità disumanizzata (luci di Pasquale Mari; coreografie di Daniela Schiavone). Il principe Gremin è l’unico che protesta amore sincero per Tat’jana, e impartisce a Onegin una lezione accorata, all’opposto di quella che lui aveva fatto alla trepidante Tat’jana nel primo atto. Ma Gremin è vecchio, la società è ormai cambiata. Tat’jana stessa ha imparato a navigare sicura sotto il maestrale delle falsità e delle convenzioni: ama ancora Onegin, ma lo abbandona al suo destino per una vita di abitudini che sostituisce quella della felicità, come cantavano all’inizio dell’opera sua madre, la vedova Larina e la sua nutrice nella tarda estate della casa in campagna circondata da campi di grano. La stanza, i libri e quella Tat’jana che li leggeva non ci sono più: il palco è vuoto, come il cuore dei protagonisti.

Questi sono solo alcuni particolari dell’ Eugenio Onegin (Evgenij Onegin) di Mario Martone (regia), uno spettacolo di così grande intelligenza, intensità, complessità, sottigliezze interpretative e di così attenta cura teatrale che i pensieri quasi “non vanno in rima”. Come il suo Rigoletto del 2022, si tratta di una delle migliori produzioni della Scala degli ultimi anni: mi chiedo perché il teatro non abbia inaugurato con questo spettacolo la stagione, invece della macchinosa e inefficace La forza del destino del 7 dicembre 2024. Ah, dimenticavo, le cronache riportano che alla prima ci siano state contestazioni alla regia dal loggione. Nessuno credo si aspettasse una reazione diversa, quando alla Scala c’è una regia “moderna”. 



                            Un momento dello spettacolo Evgenij Onegin
                              ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala


Martone ha trovato la sua interprete perfetta in Aida Garifullina (Tat’jana), perfetta per la capacità di incarnare la fanciulla sognatrice del primo atto così come la gran signora disincantata del terzo. La voce è meno ricca di armonici di quella dei soprani che in genere interpretano Tat’jana, e i passaggi di lirismo sfogato ne soffrono un po’; i momenti riflessivi sono quelli in cui la sua resa è migliore. Onegin è Alexey Markov, baritono dalla vocalità tutta d’un pezzo; entra a fondo nella parte del freddo don Giovanni che gioca con la vita e i sentimenti suoi e altrui senza farsene toccare fino a che non è davvero troppo tardi. Dmitry Korchak è un Lenskji ideale per passione e capacità di fraseggio. Assolutamente strazianti le sue mezze voci nell’aria del secondo atto. Molto bene le altre voci femminili: Julia Gertseva (La njanja Filipp’evna), Elmina Hasan (Olga), Alisa Kolosova (Larina), così come Oleg Burdaratskiy (Zareckji). Non bene invece Dmitry Ulyanov (Il principe Gremin), poco espressivo e poco intonato.

La direzione di Timur Zangiev stavolta non ha brillato come nella precedente Dama di Picche. È mancato soprattutto il senso del ritmo: la sua è stata una direzione corretta, ma senza slanci e senza la ricchezza di colori che la partitura di Caikovskij gli avrebbe dovuto permettere di mettere in evidenza. Il successo è stato pieno per tutti, in una Scala con moltissimi spettatori russi.












Cast & Credits






Un momento dello spettacolo
Evgenij Onegin
ph Brescia e Amisano
 © Teatro alla Scala
  


Cast & credits

Titolo 
Evgenij Onegin
Sotto titolo 
Sette scene liriche in tre atti e sette quadri
Anno 
2025
Durata 
171 min.
Data rappresentazione 
22 febbraio 2025
Città rappresentazione 
Milano
Luogo rappresentazione 
Teatro alla Scala
Prima rappresentazione 
19 febbraio 2025
Libretto 
Pëtr Ilic Caikovskij e Konstantin Šilovskj
Regia 
Mario Martone
Interpreti 
Alisa Kolosova (La vedova Larina)
Aida Garifullina (Tatiana)
Elmina Hasan (Olga)
Julia Gersteva (La njanja Filipp'evna)
Alexey Markov (Evgenij Onegin)
Dmitri Korchav (Vladimir Lenskij)
Dmitri Ulianov (Il principe Gremin)
Huanghong Li (Un capitano della guardia)
Oleg Budaratskiy (Zareckij)
Yaroslav Abaimov (Triquet)
Luca Di Gioia (Un contadino)
Scenografia 
Margherita Palli
Costumi 
Ursula Patzak
Coreografia 
Daniela Schiavone
Luci 
Pasquale Mari
Musiche 
Pëtr Ilic Caikovskij
Orchestra 
Orchestra del Teatro alla Scala
Direzione d'orchestra 
Timur Zangiev
Coro 
Coro del Teatro alla Scala
Maestro del coro 
Alberto Malazzi
Note 
Video Alessandro Papa