Attraverso Brno: un percorso urbano e musicale
Difficile dire quanti sono gli italiani consapevoli che un capitolo importante del nostro Risorgimento o, almeno, una di quelle cose cui si accenna in tutti i programmi scolastici, ha avuto luogo nella Repubblica Ceca. Benché pochi studenti, oggi, l'abbiano letto da cima a fondo, Le mie prigioni di Silvio Pellico resta infatti un libro di cui si parla alle medie come al liceo: ma non è una notizia risaputa che si svolga in gran parte a Brno, situata nella Moravia meridionale e, dopo Praga, seconda città ceca per numero di abitanti, questo memoriale pubblicato nel 1832, dove lo scrittore e patriota italiano narra i dieci anni intercorsi fra il suo arresto per l'adesione ai moti carbonari, l'incarceramento e il ritorno alla libertà. Il maggior periodo della prigionia inflittagli dal regime asburgico, infatti, Pellico lo trascorse nella fortezza dello Spielberg (Spilberk nella grafia autoctona): nome che pure a scuola è rimasto un flatus vocis senza precisa collocazione geografica, ma che a Brno per l'appunto si trova.
Oggi lo Spilberk, situato su una delle due colline che sovrastano la città, è un’attrazione turistica, allestita come percorso museale che fa ricostruire al visitatore gli orrori di quel carcere durissimo. Fra l’altro si tratta d'un buon punto di partenza per visitare Brno, anche grazie al dedalo di sentieri in mezzo al verde che bisogna attraversare per raggiungerlo: un efficace contrasto tra l'amenità del percorso e la cupezza del luogo di approdo. Mentre un altro consigliabile avvio alla visita cittadina è la seconda collina, dominata dalle immense guglie – visibili a chilometri di distanza – della Cattedrale, crocevia di barocco e gotico impreziosita da un organo spettacolare. È questo un primo segnale dell’altissima civiltà musicale di Brno: che non a caso viene identificata come la città di Leos Janácek, cui dal 2008 è dedicato un festival a cadenza biennale (quella di quest’anno, dunque, è la nona edizione).

In realtà, né Janácek (1854-1928) né l’altro genius loci – il monaco scienziato Gregor Mendel, 1822-1884, padre fondatore della moderna genetica – sono nati qui: Mendel vi è morto, Janácek vi trascorse moltissimi anni tenendovi a battesimo la maggior parte delle sue opere. Brno li ha ripagati facendo di entrambi il tessuto connettivo cittadino: è possibile costruire un vero e proprio itinerario a partire dai luoghi legati al compositore (esistono vari materiali turistici al riguardo), anche se per una visione d’insieme il punto di partenza resta il Museo Janácek, allestito nella casa in cui abitò; mentre per quanto riguarda Mendel il relativo museo è all’interno dell’abbazia agostiniana dove viveva, e nella quale condusse i propri esperimenti. Tuttavia, almeno durante il Festival Janácek, musica e scienza s’intersecano sotto il segno di questi due giganti del teatro d’opera e della biologia: sicché proprio nella raccolta e suggestiva sala del refettorio dell’abbazia ha avuto luogo il primo dei numerosi concerti da camera del festival di quest’anno.
L’espressività della voce cantata – in tutta la sua eloquenza, in tutte le sue sfumature – è stata al centro della matinée, incentrata sui Q Vox: un quartetto maschile che, alla tradizionale formazione tenore / baritono /bassobaritono / basso, contropropone un assemblaggio meno ovvio composto da tenore, baritenore, baritono e basso. L’ensemble si è costituito ventisette anni fa e, infatti, né Petr Julícek né Tomás Badura né Tomas Krejcí né Pavel Maska sono dei giovanotti (sebbene Krejčí dia l’idea d’essere più giovane degli altri colleghi); ma poco importa, quando la voce si sa usarla, e d’altronde il canto cameristico ha sempre consentito lunga prosecuzione di carriera ai veterani più talentuosi. Al centro del programma – tutto canto a cappella – si collocava ovviamente Janácek, che in gioventù affrontò spesso le composizioni per coro maschile. Formidabili per amalgama e intonazione, i quattro cantanti hanno davvero dato l’idea d’essere un unico strumento nella pagina janácekiana che ha aperto la performance (la bucolica Orány, ossia “Aratura”, anticipazione di quelle pitture musicali della natura che caratterizzeranno spesso il compositore), mentre nei due brani che seguono le varie fisionomie vocali iniziano a svelarsi.

Si tratta questa volta di pagine più antiche – metà Ottocento – composte da Pavel Krizkovsky, musicista-sacerdote che nell’abbazia agostiniana mosse i primi passi artistici. La sua musica non poteva dunque mancare, tanto più che Krizkovsky divenne maestro di Janácek; ma, oltre alle ragioni storiche, è proprio la qualità delle sue composizioni – fu un pioniere della scrittura a cappella – a motivarne la presenza nel programma. Con Krizkovsky, dunque, e ancor più con i brani janácekiani successivi, si profilano via via le singole vocalità: la sfericità della fonazione di Maska (il leader del gruppo, e spesso suo baricentro sonoro); la morbidezza emissiva, da baritono chiaro, di Krejcí; le differenti tenorilità di Julícek e Badura (quest’ultimo baritenore non certo nel senso rossiniano del termine, ma tenore leggero “centrale”). Tutti sempre immedesimati in quello che, di volta in volta, era lo spirito del brano, dallo Janácek doloroso dei canti di guerra a quello “leggero” di Láska opravdivá (“Vero amore”); mentre un Dvorák “etnico” (quello dei Cori maschili su canti popolari lituani) e una serie d’arrangiamenti di brani folclorici chiudono il concerto, con gli spettatori deliziati e i quattro ex giovanotti sempre più scatenati.
A Brno, dunque, ogni luogo storico offre l’occasione per fare musica: è ciò che accade nelle ville primonovecentesche situate un po’ fuori centro, al di là del suggestivo Parco Luzanky, a cominciare dall’avveniristica (per quel 1930 in cui fu ideata) Casa Tugendhat; e si verifica anche nell’elegantissimo Grand Hotel, dato che la Filarmonica di Brno ha, sì, a disposizione uno splendido auditorium, ma non mancano concerti pure nell’albergo. Tuttavia, luogo deputato per fare musica restano i teatri. Brno ne ha più d’uno, fra storici e moderni: e se l’ampio Teatro Janáček inaugurato nel 1965 – un mix di modernismo, funzionalismo e realismo socialista – è la sede naturale dei grandi spettacoli operistici, a cominciare da quei Viaggi del signor Broucek che hanno aperto il festival quest’anno (leggi recensione qui), il Teatro Reduta e il Teatro Mahen hanno più lunga storia.

Il primo ha il fascino di trovarsi nella piazza più antica della città (Zelny trh, impreziosita da una singolare fontana e vari palazzi settecenteschi), ma del diciottesimo secolo mantiene solo la facciata, dato che gli interni, smembrati in più sale, hanno fisionomia moderna dopo gli ultimi restauri. A poche ore dal concerto del refettorio, vi si sono esibiti – ancora una performance cameristico-corale – i Martinu Voices, ensemble di tredici elementi (quattro soprani, tre contralti, tre tenori, tre bassi-baritoni) che spazia dal Rinascimento al Barocco, dall’Ottocento al Novecento, sempre con assoluta pertinenza stilistica lontana, però, da fondamentalismi filologici. Anche se la stella polare, come suggerisce il nome, la trovano in Bohuslav Martinu: il più grande compositore ceco della generazione postjanácekiana, e pure il più internazionale, con i suoi studi parigini e la sua cittadinanza americana.

Estremamente variegato all’interno della propria formazione (dei quattro soprani due sono assai più acuti e i bassi-baritoni, schierano, di fatto, un basso e due baritoni), con alcuni elementi squisitamente cantabili e altri capaci d’un autentico “cantar parlando”, sotto la guida del proprio direttore Lukás Vasilek il gruppo ha proposto brani quasi soltanto a cappella. Fanno eccezione la complessa pagina di Lubos Fiser che ha aperto il concerto (I canti per il cieco Re Giovanni di Lussemburgo, con accompagnamento di violino, viola da gamba, flauto e timpani) e l’unico pezzo di Janácek in programma, quelle Filastrocche ben note anche in Italia, dove le voci del coro – qui solo femminile – vengono sostenute da pianoforte e clarinetto. Resa lode agli strumentisti coinvolti, va detto che già la pagina di Fiser (musicista della seconda metà del secolo scorso, attivo pure come autore di colonne sonore) è stata un’ottima cartina di tornasole per apprezzare le caratteristiche dell’ensemble. Infatti, come molti compositori del Novecento, Fiser è autore citazionista e mimetico: sicché questo brano che ripropone, in chiave moderna e personale, estratti trecenteschi di Guillaume de Machaut ha rappresentato un ottimo viatico per il pluristilismo vocale dei tredici artisti. E altrettanto lo è stato – l’impaginazione ha idealmente concluso il concerto così com’era iniziato – il pezzo di Martinu che ha chiuso la performance: quei Cinque madrigali cechi che coniugano folclore e polifonia.
A un Novecento arcaicizzante appartiene pure il secondo pezzo della serata: due frammenti virgiliani, rispettivamente dalle Bucoliche e dalle Georgiche (il «Tytire tu patulae recubans sub tegmine fagi» di liceale memoria e il fatidico «Tempus fugit»), cui si aggiunge l’altrettanto archetipico La rana e il bove da Fedro, musicati nel 1974 da Jan Novák, che d’altronde fu latinista oltre che compositore. Il tecnicismo della sua scrittura è stato perfettamente restituito dai Martinů Voices, tra l’altro capaci d’una sana ironia nella favola di Fedro: attenzione solo alla corretta pronuncia latina (quel faghi al posto di fagi...). Splendido anche un inevitabile omaggio al Dvorák corale, ma è soprattutto lo Janácek delle Filastrocche a catturare il pubblico, con la sua berceuse cullante e sottilmente inquietante, le sue ninnenanne che riverberano memorie musicali collettive di tutte le latitudini.
Infine – sempre nello stesso giorno – il festival si è trasferito nell’ottocentesco Teatro Mahen, suggestivo nella facciata e meraviglioso al proprio interno, con un concerto appartenente a una letteratura cameristica non scontata: quella per violino e pianoforte, affidata al duo composto da Josef Spacek e Miroslav Sekera. Benché il fulcro della prima metà del programma fossero i Pezzi romantici per violino e pianoforte di Dvorák, e la seconda parte si focalizzasse sulla Sonata n.3 per violino e pianoforte di Martinu, le cose più interessanti sono arrivate dagli autori meno noti. In particolare, il Rondò di Jan Václav Vorisek (una pagina del 1821), con cui si è aperta la serata, ha rivelato un autore ancora preromantico, che – stando alle cronache – quando si esibiva come pianista era uno zelante beethoveniano, ma doveva aver ascoltato e metabolizzato Rossini, almeno a giudicare da come Spacek e Sekera ne affrontano le dinamiche e i “crescendo”. Così come, con un salto di centotrent’anni, è stato poi stimolante riascoltare – dopo il concerto dei Martinu Voices – una pagina di Lubos Fiser: la sonata del Ruce (“Mani”), intessuta di crude dissonanze, ribadisce la sua natura di compositore tutt’altro che “facile”, benché prestato al cinema.

Ben assortito pure nelle esteriori antiteticità (Spacek con la sua fisicità plastica e flessibile, Sekera con un aplomb controllatissimo), il duo ha ottenuto un successo caloroso, che si è tramutato in trionfo nelle pagine più popolari: i due estratti dalla Mia patria di Smetana e i generosi bis, dove Spacek ha dato sfogo a una musicalità istrionesca (a cominciare da note compiaciutamente “portate”) fino a quel momento tenuta sotto controllo, ma che – inutile negarlo – in un bis non disdice affatto. E, uscendo dal teatro, ci si immerge in una Brno notturna, con piazze e stradine trasfigurate dal sovrapporsi tra penombra e lame di luce dei fanali: godendo, naturalmente, pure dei piaceri della cucina (molto proteica) in qualche ristorante tipico. O anche alla moda, per chi preferisce.

Resterebbero altri aspetti da raccontare, a partire dal sottosuolo della città: quelle tre cisterne sotterranee a nord del centro storico – due collegate tra loro, un’altra immediatamente contigua – che con i loro cunicoli e le loro volte costituiscono una sorta di cripte idrauliche, un ideale mondo parallelo. Alla fine resta l’impressione d’una città multiforme eppure con una precisa fisionomia, come accade quando una collettività sa coltivare la propria memoria storica. Janacek e Mendel qui sono degli spiriti-guida e dei brand, assai più di quanto da noi possano esserlo qualsiasi musicista e scienziato italiano. Resta poca traccia, invece, di Bohumil Hrabal, che la sua opera letteraria fa associare a Praga, ma tuttavia nacque a Brno. Sarebbe bello però se, prima o poi, la città creasse una triangolazione musica-scienza-letteratura: affiancando Hrabal a questi altri due giganti, collocando l’autore di Treni strettamente sorvegliati accanto a quello di Jenufa e all’ideatore degli esperimenti sulle piante di Pisum sativum.

Un momento dello spettacolo del duo Spacek e Sekera
© Marek Olbrzymek