I viaggi attraverso il piccolo schermo
A Brno – città in cui Janácek non visse né morì, ma trascorse moltissimi anni della sua lunga vita, facendovi debuttare quasi tutte le sue opere – si sono fatte dunque le cose in grande per questo festival 2024 (la rassegna ha cadenza biennale), che coincide con il centosettantesimo anniversario dalla nascita del compositore e i centovent’anni dalla “prima” del suo capolavoro Jenufa: tre settimane e mezzo di programmazione fittissima tra opere e concerti (a spiccare fra gli altri titoli c’è un Affare Makropulos per la regia di Claus Guth) e inaugurazione all’insegna di una delle partiture, come si diceva, più difficili e meno rappresentate. Con il valore aggiunto – almeno sulla carta – d’un regista come Carsen, di collaudata militanza in tale repertorio, che dopo questo Broucek può dire d’aver messo in scena tutte (o quasi) le opere janácekiane.

Dopo la luna di metallo, pure l’alzarsi del sipario è all’insegna dell’oggetto “forte” che funge da viatico per lo spettatore: a incorniciare lo spazio scenico è un televisore d’antan, colore marroncino e manopole inequivocabilmente anni Sessanta. La televisione è già in sé luogo narrativo, e farne la sorgente della storia può essere un espediente suggestivo a livello teatrale; sebbene sia implicito che, così facendo, lo spettacolo si allontanerà dalla satira tardo ottocentesca dei romanzi di Svatopluk Cech, capaci di suggestionare Janácek al punto di fargli creare un’opera attorno a un personaggio antieroico – e, almeno in senso tradizionale, antioperistico – come il borghesucolo Matej Broucek, pavido e chiacchierone, bulimico compratore di salsicce e consumatore seriale di birra. I suoi viaggi nello spazio e nel tempo (dopo la prima parte sulla luna, la seconda ha come titolo Viaggio del signor Broucek nel XV secolo) sono appunto frutto dei fumi dell’alcol e diventano occasione, per Janácek, d’ironizzare metastoricamente: creando prima una specularità tra gli abitanti della luna e gli intellettuali velleitari della Praga di quegli anni, poi una contrapposizione tra i rivoluzionari hussiti del Quattrocento (che combatterono contro l’esercito tedesco) e la borghesia boema d’inizio Novecento (che per ignavia e quieto vivere tollera la dominazione asburgica).
Lo spostamento anni Sessanta, escogitato da Carsen, ha una sua logica funzionale: la prima parte assume una data precisa, 20 luglio 1969, primo allunaggio di un essere umano grazie alla missione Apollo 11. Più che all’osteria siamo in un pub, con Broucek e gli altri avventori che, davanti ai loro boccali di birra, seguono sul piccolo schermo le fasi dell’operazione (prima, durante il preludio, uno schermo a tutto campo aveva restituito anche agli spettatori quegli storici filmati). Poi, quando la birra prende il sopravvento e Broucek s’immagina approdato sul nostro satellite, la luna qui si trasforma in qualcos’altro: ed è un “altrove” anch’esso tipicamente fine anni Sessanta. Gli abitanti lunari, infatti, diventano gli hippies di quegli anni e il reazionario Broucek si ritrova catapultato tra spinelli, figli dei fiori, cartelli (sempre attuali) che invitano a far l’amore anziché la guerra. Non manca neppure un riferimento al Festival di Woodstock (di un mese successivo all’allunaggio: agosto 1969), qui ovviamente ribattezzato Moonstock.

Un momento dello spettacolo
I conti non tornano fino in fondo: fanatici della poesia (come erano i tromboneschi intellettuali che Janácek intendeva satireggiare facendone gli abitanti lunari) e gioventù fricchettona non sono assimilabili; l’orrore che, nell’opera, provano i poeti della luna davanti alle salsicce estratte da Broucek è frutto di puro snobismo, mentre nel caso dei figli dei fiori diventa fondamentalismo vegano; e la trasformazione in hippies, che restano comunque simpatici, fa svaporare quello scontro tra due realtà antitetiche ma entrambe deteriori – da una parte la borghesia piccola piccola del protagonista, dall’altra i radical chic – su cui si basava il libretto. Ne deriva, insomma, un’atmosfera lunatica piuttosto che lunare (com’è la partitura di Janácek, con le sue sonorità rarefatte e i suoi colori impressionisti). Tuttavia, la riscrittura drammaturgica mantiene una sua coerenza, mentre la vivida figuratività della cornice – i costumi di Annemarie Woods sono anch’essi veri e propri personaggi, perfette le luci di Peter van Praet e dello stesso Carsen – contribuisce a catturare lo spettatore.

Un momento dello spettacolo
Il secondo pannello del dittico è più problematico. Qui siamo un anno prima (dunque 1968), e sempre partendo dalle immagini televisive, sicché Carsen rinuncia al titolo Viaggio del signor Broucek nel XV secolo in favore d’un più neutro Broucek a Praga. Si sarà capito che, invece di parlare di resistenza hussita e prodi condottieri, l’ambientazione questa volta è la Primavera di Praga, la liberalizzazione politica grazie al «socialismo dal volto umano» di Dubcek, la conseguente invasione della città – 20 agosto del ’68 – da parte dei carri armati sovietici. Coloratissime nel primo atto, le scene di Radu Boruzescu si fanno grigio-livide; fotografie di Jan Palach (il patriota che si diede fuoco in piazza) costellano il palcoscenico; il fantasma di Svatopluk Cech (tra le dramatis personae Janácek volle inserire l’autore dei romanzi broučekiani) si trasforma nell’apparizione dello stesso Dubcek. Ed è un modo per mantenere contiguità cronologica con quanto visto prima, ma pure per raccontare a un pubblico dell’Europa non orientale – dopo Brno lo spettacolo approderà a Madrid – eventi più comprensibili di quelli della Boemia quattrocentesca (sempre ammesso che un giovane madrileno di oggi sappia chi sono Dubcek e Palach).
Il rapporto tra il protagonista e il mondo circostante risulta questa volta più corretto (al contrario di quanto avveniva nella parte “lunare”, sia nell’opera sia nella rilettura di Carsen qui la dialettica è tra la mediocrità di Broucek e la superiorità etica dei resistenti), ma la trasposizione è forzata al punto di risultare, sulla distanza, quasi ovvia. Né convince l’idea – già serpeggiante nella prima parte dello spettacolo, e qui più marcata – di raffigurare Broucek come un individuo intrinsecamente spregevole, anziché farne l’archetipo di un’umanità “bassa”, ma umana e archetipica comunque. In ogni caso, sposi o meno la visione del regista, Nicky Spence plasma un personaggio memorabile: una di quelle voci da protagonista in un corpo da macchiettista, uno di quei tenori che cantano con la scansione e la risonanza che ogni tenore dovrebbe avere, recitando però con un’arte comico-grottesca assai poco tenorile.

Un momento dello spettacolo
Agli altri interpreti Janácek richiede un sapiente camaleontismo, dato che devono trasformarsi da uomini d’osteria ad abitanti della luna a patrioti: e il cast era all’altezza, sebbene la direzione di Marko Ivanovic – ben corrisposto dall’orchestra e dal coro di Brno – tendesse a una omogenizzazione delle voci, concependole come lo strumento d’una sorta di rapsodia sinfonico-vocale. L’impegno più arduo spetta a Daniel Matousek, che deve restituire la fisionomia di un “secondo tenore” molto più tradizionale rispetto a Broucek, ma proprio per questo con tutti i crismi della tenorilità lirico-amorosa. Il giovane cantante ha ben assolto al compito, così come giovane e bella è Doubravka Novotná nei panni della sua litigiosa fidanzata: prima acqua e sapone, poi sexy-fumettistica quando sulla luna si trasforma in un clone di Jane Fonda in Barbarella (altro must fantascientifico di quegli anni), infine severa partigiana, ma ogni volta supportata da una musicalità aggraziata al servizio d’un metallo penetrante. Più voce di gran pregio che commediante a trecentosessanta gradi il basso Jan Stáva (ha l’aplomb sanguigno dell’oste, come hippy risulta un po’ spaesato), mentre di maggior trasformismo – ancorché timbricamente meno interessante – appare il basso-baritono David Szendiuch, persuasivo in ogni caratterizzazione. Sembra invece poco convinto della sua metamorfosi in Dubcek il baritono Daniel Kfelir. Ma lo è a ragion veduta.
I viaggi del signor Broucek

Un momento dello spettacolo visto il 3 novembre 2024 allo Janácek Theatre a Brno
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Cast & credits
| Titolo
I viaggi del signor Broucek |
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| Origine
Repubblica Ceca |
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| Anno
2024 |
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| Data rappresentazione
3 novembre 2024 |
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| Città rappresentazione
Brno |
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| Luogo rappresentazione
Janácek Theatre |
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| Prima rappresentazione
1° novembre 2024 |
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| Evento
In occasione del Festival Janácek |
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| Libretto
František Serafinský Procházka |
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| Autori testo d'origine
Svatopluk Cech |
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| Regia
Robert Carsen |
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| Interpreti
Daniel Matoušek (Mazal / Blankytný / Petňik) David Szendiuch (Sagrestano / Lunobor / Campanaro) Doubravka Novotná (Málinka / Etherea / Kunka) Jan Šťáva (Würfl / Presidente / Consigliere) Andrea Široká (Garzone / Bambino prodigio / Studente) Jana Horáková Levicová (Kedruta) Tadeás Hoza (Poeta / Nuvoloso / Vacek) Vit Nosek (Pittore / Duhoslav / Vojta) Ondřej Koplík (Compositore / Suonatore d’arpa / Miroslav) Petr Karas (Primo taborita) Pavel Valenta (Un altro poeta / Secondo taborita) Daniel Kfelir (Svatopluk Cech) Nicky Spence (Matej Broucek) |
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| Produzione
Orchestra e Coro dello Janácek Theatre di Brno Coproduzione con Teatro Real di Madrid e Staatsoper Unter den Linden di Berlino |
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| Scenografia
Radu Boruzescu |
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| Costumi
Annemarie Woods |
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| Coreografia
Rebecca Howell |
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| Luci
Robert Carsen / Peter van Praet |
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| Musiche
Leoš Janácek |
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| Orchestra
Orchestra dello Janácek Theatre di Brno |
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| Direzione d'orchestra
Marko Ivanovic |
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| Coro
Coro dello Janácek Theatre di Brno |
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| Maestro del coro
Martin Buchta / Pavel Konárek |
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| Note
Drammaturgia di Robert Carsen e Patricie Castková Video di Dominik Žižka |