I viaggi attraverso il piccolo schermo

di Paolo Patrizi

Data di pubblicazione su web 11/11/2024

I viaggi del signor Broucek

Lo spettacolo comincia ancor prima d’iniziare. Un’enorme luna piena – l’installazione di un globo lunare in metallo – accoglie il pubblico, campeggiando al vertice della scalinata di accesso allo Janácek Theatre. E una seconda, uguale alla prima, troneggia poi nel foyer dello stesso teatro. La regia di Robert Carsen, insomma, fa entrare in medias res gli spettatori: giacché ad aprire la nona edizione del Festival Janácek di Brno ci sono quei Viaggi del signor Broucek – uno dei lavori meno eseguiti, anche in patria, del grande musicista ceco – che in realtà è un dittico costituito da due opere complementari ma autonome, il cui primo pannello s’intitola appunto Viaggio del signor Broucek sulla luna. 

A Brno – città in cui Janácek non visse né morì, ma trascorse moltissimi anni della sua lunga vita, facendovi debuttare quasi tutte le sue opere – si sono fatte dunque le cose in grande per questo festival 2024 (la rassegna ha cadenza biennale), che coincide con il centosettantesimo anniversario dalla nascita del compositore e i centovent’anni dalla “prima” del suo capolavoro Jenufa: tre settimane e mezzo di programmazione fittissima tra opere e concerti (a spiccare fra gli altri titoli c’è un Affare Makropulos per la regia di Claus Guth) e inaugurazione all’insegna di una delle partiture, come si diceva, più difficili e meno rappresentate. Con il valore aggiunto – almeno sulla carta – d’un regista come Carsen, di collaudata militanza in tale repertorio, che dopo questo Broucek può dire d’aver messo in scena tutte (o quasi) le opere janácekiane.

Un momento dello spettacolo © Marek Olbrzymek
Un momento dello spettacolo 
© Marek Olbrzymek

Dopo la luna di metallo, pure l’alzarsi del sipario è all’insegna dell’oggetto “forte” che funge da viatico per lo spettatore: a incorniciare lo spazio scenico è un televisore d’antan, colore marroncino e manopole inequivocabilmente anni Sessanta. La televisione è già in sé luogo narrativo, e farne la sorgente della storia può essere un espediente suggestivo a livello teatrale; sebbene sia implicito che, così facendo, lo spettacolo si allontanerà dalla satira tardo ottocentesca dei romanzi di Svatopluk Cech, capaci di suggestionare Janácek al punto di fargli creare un’opera attorno a un personaggio antieroico – e, almeno in senso tradizionale, antioperistico – come il borghesucolo Matej Broucek, pavido e chiacchierone, bulimico compratore di salsicce e consumatore seriale di birra. I suoi viaggi nello spazio e nel tempo (dopo la prima parte sulla luna, la seconda ha come titolo Viaggio del signor Broucek nel XV secolo) sono appunto frutto dei fumi dell’alcol e diventano occasione, per Janácek, d’ironizzare metastoricamente: creando prima una specularità tra gli abitanti della luna e gli intellettuali velleitari della Praga di quegli anni, poi una contrapposizione tra i rivoluzionari hussiti del Quattrocento (che combatterono contro l’esercito tedesco) e la borghesia boema d’inizio Novecento (che per ignavia e quieto vivere tollera la dominazione asburgica). 

Lo spostamento anni Sessanta, escogitato da Carsen, ha una sua logica funzionale: la prima parte assume una data precisa, 20 luglio 1969, primo allunaggio di un essere umano grazie alla missione Apollo 11. Più che all’osteria siamo in un pub, con Broucek e gli altri avventori che, davanti ai loro boccali di birra, seguono sul piccolo schermo le fasi dell’operazione (prima, durante il preludio, uno schermo a tutto campo aveva restituito anche agli spettatori quegli storici filmati). Poi, quando la birra prende il sopravvento e Broucek s’immagina approdato sul nostro satellite, la luna qui si trasforma in qualcos’altro: ed è un “altrove” anch’esso tipicamente fine anni Sessanta. Gli abitanti lunari, infatti, diventano gli hippies di quegli anni e il reazionario Broucek si ritrova catapultato tra spinelli, figli dei fiori, cartelli (sempre attuali) che invitano a far l’amore anziché la guerra. Non manca neppure un riferimento al Festival di Woodstock (di un mese successivo all’allunaggio: agosto 1969), qui ovviamente ribattezzato Moonstock.

Un momento dello spettacolo © Marek Olbrzymek
Un momento dello spettacolo 
© Marek Olbrzymek

I conti non tornano fino in fondo: fanatici della poesia (come erano i tromboneschi intellettuali che Janácek intendeva satireggiare facendone gli abitanti lunari) e gioventù fricchettona non sono assimilabili; l’orrore che, nell’opera, provano i poeti della luna davanti alle salsicce estratte da Broucek è frutto di puro snobismo, mentre nel caso dei figli dei fiori diventa fondamentalismo vegano; e la trasformazione in hippies, che restano comunque simpatici, fa svaporare quello scontro tra due realtà antitetiche ma entrambe deteriori – da una parte la borghesia piccola piccola del protagonista, dall’altra i radical chic – su cui si basava il libretto. Ne deriva, insomma, un’atmosfera lunatica piuttosto che lunare (com’è la partitura di Janácek, con le sue sonorità rarefatte e i suoi colori impressionisti). Tuttavia, la riscrittura drammaturgica mantiene una sua coerenza, mentre la vivida figuratività della cornice – i costumi di Annemarie Woods sono anch’essi veri e propri personaggi, perfette le luci di Peter van Praet e dello stesso Carsen – contribuisce a catturare lo spettatore.

Un momento dello spettacolo © Marek Olbrzymek
Un momento dello spettacolo 
© Marek Olbrzymek

Il secondo pannello del dittico è più problematico. Qui siamo un anno prima (dunque 1968), e sempre partendo dalle immagini televisive, sicché Carsen rinuncia al titolo Viaggio del signor Broucek nel XV secolo in favore d’un più neutro Broucek a Praga. Si sarà capito che, invece di parlare di resistenza hussita e prodi condottieri, l’ambientazione questa volta è la Primavera di Praga, la liberalizzazione politica grazie al «socialismo dal volto umano» di Dubcek, la conseguente invasione della città – 20 agosto del ’68 – da parte dei carri armati sovietici. Coloratissime nel primo atto, le scene di Radu Boruzescu si fanno grigio-livide; fotografie di Jan Palach (il patriota che si diede fuoco in piazza) costellano il palcoscenico; il fantasma di Svatopluk Cech (tra le dramatis personae Janácek volle inserire l’autore dei romanzi broučekiani) si trasforma nell’apparizione dello stesso Dubcek. Ed è un modo per mantenere contiguità cronologica con quanto visto prima, ma pure per raccontare a un pubblico dell’Europa non orientale – dopo Brno lo spettacolo approderà a Madrid – eventi più comprensibili di quelli della Boemia quattrocentesca (sempre ammesso che un giovane madrileno di oggi sappia chi sono Dubcek e Palach). 

Il rapporto tra il protagonista e il mondo circostante risulta questa volta più corretto (al contrario di quanto avveniva nella parte “lunare”, sia nell’opera sia nella rilettura di Carsen qui la dialettica è tra la mediocrità di Broucek e la superiorità etica dei resistenti), ma la trasposizione è forzata al punto di risultare, sulla distanza, quasi ovvia. Né convince l’idea – già serpeggiante nella prima parte dello spettacolo, e qui più marcata – di raffigurare Broucek come un individuo intrinsecamente spregevole, anziché farne l’archetipo di un’umanità “bassa”, ma umana e archetipica comunque. In ogni caso, sposi o meno la visione del regista, Nicky Spence plasma un personaggio memorabile: una di quelle voci da protagonista in un corpo da macchiettista, uno di quei tenori che cantano con la scansione e la risonanza che ogni tenore dovrebbe avere, recitando però con un’arte comico-grottesca assai poco tenorile. 

Un momento dello spettacolo © Marek Olbrzymek
Un momento dello spettacolo
© Marek Olbrzymek

Agli altri interpreti Janácek richiede un sapiente camaleontismo, dato che devono trasformarsi da uomini d’osteria ad abitanti della luna a patrioti: e il cast era all’altezza, sebbene la direzione di Marko Ivanovic – ben corrisposto dall’orchestra e dal coro di Brno – tendesse a una omogenizzazione delle voci, concependole come lo strumento d’una sorta di rapsodia sinfonico-vocale. L’impegno più arduo spetta a Daniel Matousek, che deve restituire la fisionomia di un “secondo tenore” molto più tradizionale rispetto a Broucek, ma proprio per questo con tutti i crismi della tenorilità lirico-amorosa. Il giovane cantante ha ben assolto al compito, così come giovane e bella è Doubravka Novotná nei panni della sua litigiosa fidanzata: prima acqua e sapone, poi sexy-fumettistica quando sulla luna si trasforma in un clone di Jane Fonda in Barbarella (altro must fantascientifico di quegli anni), infine severa partigiana, ma ogni volta supportata da una musicalità aggraziata al servizio d’un metallo penetrante. Più voce di gran pregio che commediante a trecentosessanta gradi il basso Jan Stáva (ha l’aplomb sanguigno dell’oste, come hippy risulta un po’ spaesato), mentre di maggior trasformismo – ancorché timbricamente meno interessante – appare il basso-baritono David Szendiuch, persuasivo in ogni caratterizzazione. Sembra invece poco convinto della sua metamorfosi in Dubcek il baritono Daniel Kfelir. Ma lo è a ragion veduta.


I viaggi del signor Broucek

Cast & Credits

Trama





Un momento dello spettacolo visto il 3 novembre 2024 allo Janáček Theatre a Brno © Marek Olbrzymek
Un momento dello spettacolo visto il 3 novembre 2024 allo Janácek Theatre a Brno
© Marek Olbrzymek

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Cast & credits

Titolo 
I viaggi del signor Broucek
Origine 
Repubblica Ceca
Anno 
2024
Data rappresentazione 
3 novembre 2024
Città rappresentazione 
Brno
Luogo rappresentazione 
Janácek Theatre
Prima rappresentazione 
1° novembre 2024
Evento 
In occasione del Festival Janácek
Libretto 
František Serafinský Procházka
Autori testo d'origine 
Svatopluk Cech
Regia 
Robert Carsen
Interpreti 
Daniel Matoušek (Mazal / Blankytný / Petňik)
David Szendiuch (Sagrestano / Lunobor / Campanaro)
Doubravka Novotná (Málinka / Etherea / Kunka)
Jan Šťáva (Würfl / Presidente / Consigliere)
Andrea Široká (Garzone / Bambino prodigio / Studente)
Jana Horáková Levicová (Kedruta)
Tadeás Hoza (Poeta / Nuvoloso / Vacek)
Vit Nosek (Pittore / Duhoslav / Vojta)
Ondřej Koplík (Compositore / Suonatore d’arpa / Miroslav)
Petr Karas (Primo taborita)
Pavel Valenta (Un altro poeta / Secondo taborita)
Daniel Kfelir (Svatopluk Cech)
Nicky Spence (Matej Broucek)
Produzione 
Orchestra e Coro dello Janácek Theatre di Brno Coproduzione con Teatro Real di Madrid e Staatsoper Unter den Linden di Berlino
Scenografia 
Radu Boruzescu
Costumi 
Annemarie Woods
Coreografia 
Rebecca Howell
Luci 
Robert Carsen / Peter van Praet
Musiche 
Leoš Janácek
Orchestra 
Orchestra dello Janácek Theatre di Brno
Direzione d'orchestra 
Marko Ivanovic
Coro 
Coro dello Janácek Theatre di Brno
Maestro del coro 
Martin Buchta / Pavel Konárek
Note 
Drammaturgia di Robert Carsen e Patricie Castková Video di Dominik Žižka

Trama

Parte I: Il viaggio del signor Broucek sulla Luna. Scena 1. Il signor Matcj Broucek è un padrone di casa spesso ubriaco e piuttosto trasandato nella Praga di fine Ottocento. In una notte di luna inciampa in via Vikárka dopo una sbronza alla taverna. Nel suo stato di alterazione, incontra Málinka. La donna è sconvolta e drammaticamente suicida dopo aver scoperto che il suo amante, Mazal (che si dà il caso sia uno degli inquilini di Broucek), la tradisce. Nel tentativo sconsiderato di calmare Málinka, Broucek accetta di sposarla. Ben presto si rende conto dell'errore e ritira l'offerta, lasciando che Málinka torni dal suo amante bohémien. Broucek decide di averne abbastanza di questo stress e sogna una vita più rilassata sulla Luna. Scena 2. Broucek è presto deluso da ciò che trova nel suo paradiso lunare. Atterra nel mezzo di una colonia di artisti e intellettuali di avanguardia che l'incolto Broucek chiaramente disprezza. Si ritrova nella casa di un artista, Blankytny (un personaggio parallelo a Mazal). Blankytny canta un'accorata ode d'amore platonico alla fanciulla lunare, Etherea. Questo segna l'arrivo di Etherea e delle sue sorelle, che iniziano con una canzone che predica i benefici di uno stile di vita sano. Ironia della sorte, Broucek cattura l'attenzione della fanciulla, che si infatua immediatamente dell'esotico straniero. Lo porta via a bordo del mitico Pegaso, lasciando Blankytny nell'incredulità e nella disperazione. Scena 3. Eterea e Broucek atterrano nel Tempio Lunare delle Arti, dove si è riunito un gruppo di abitanti. Alla vista di Broucek sono subito sorpresi e spaventati, ma presto lo considerano l'ultima moda. Gli abitanti del luogo presentano a Broucek le ultime novità dell'arte lunare e gli offrono un pasto a base di fiori da annusare. Broucek non è affatto soddisfatto di questo sfoggio d'arte, né si nutre dei profumi. Viene presto sorpreso a mangiare di nascosto un boccone di salsiccia di maiale; la folla gli si rivolta contro ed egli è costretto a una fuga a bordo di Pegasus. Mentre fugge, gli artisti lunari inneggiano all'arte. Scena 4. Mentre la scena della luna si trasforma di nuovo nel cortile della taverna di Praga, Mazal e Málinka stanno tornando a casa e gli artisti si godono un ultimo drink. Un giovane cameriere ride dell'ubriaco Broucek che viene portato via in una botte. Málinka si è apparentemente ripresa dal suo turbamento, mentre lei e Mazal cantano in duetto il loro amore.

Parte II: Il viaggio del signor Broucek nel XV secolo. Scena 1. Nel Castello di Venceslao IV, il signor Broucek e i suoi compagni di bevute discutono sui particolari dei tunnel medievali che si credeva esistessero sotto la città di Praga. Ancora una volta, un Broucek inebetito barcolla verso casa sua e si ritrova in qualche modo in uno di questi tunnel bui, dove incontra apparizioni del passato. Una di queste figure spettrali è Svatopluk Cech, l'autore dei racconti di Broucek. Cech esprime il suo rammarico per il declino dei valori morali nella nazione ceca. Canta la perdita dei veri eroi e desidera la rinascita della sua nazione. Ironicamente, il lamento di Cech è rivolto allo stesso Broucek e alla natura satirica di quest'opera. Scena 2. Il signor Broucek viene trasportato indietro nel tempo e si ritrova nella Piazza della Città Vecchia nel 1420. È un periodo tumultuoso nella Praga del XV secolo, quando il popolo ceco, guidato da Jancicka, è assediato dalle armate tedesche del Sacro Romano Impero. Broucek viene subito affrontato dai ribelli hussiti, che lo accusano di essere una spia tedesca a causa della sua scarsa grammatica ceca carica di espressioni tedesche. Broucek convince in qualche modo i ribelli di essere dalla loro parte e gli viene permesso di unirsi a loro. Scena 3. Broucek viene portato a casa di Domik, un sacrestano, e di sua figlia Kunka. Broucek si trova ora nel mezzo di un'imminente battaglia decisiva per il futuro della nazione ceca, segnalata dal potente canto di inni di battaglia da parte delle masse riunite. I ribelli chiedono a Broucek di esporsi nella difesa di Praga, cosa a cui è tipicamente contrario. Quando inizia la battaglia, il nostro eroe fugge dalla scena. Scena 4. Nella piazza della Città Vecchia, i praghesi festeggiano la loro sofferta vittoria ma lamentano la morte di Domik. Broucek viene trovato nascosto e accusato di tradimento. Viene opportunamente condannato alla morte per rogo in un barile di birra. Scena 5. Ancora nella Praga del 1888, appena fuori dalla locanda Vikárka, il signor Würfl, proprietario della locanda e produttore della famigerata salsiccia di maiale della Luna, sente dei gemiti provenire dalla cantina. Scopre il signor Broucek in una botte di birra, visibilmente sollevato di essere vivo e di essere tornato a casa. Il nostro spudorato eroe si vanta con Würfl di aver liberato da solo la città di Praga.