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Il Paradiso non poteva aspettare

di Marco Pistoia
  Marx può aspettare
Data di pubblicazione su web 21/09/2021  


In un romanzo di Agatha Christie, Giorno dei morti (Sparkling Cyanide, 1944), di uno dei personaggi principali si dice: «Con un senso di sgomento Iris si rese conto all’improvviso che per la prima volta in vita sua pensava a Rosemary. Pensava a lei, cioè, obiettivamente, come “persona”. Non si era mai soffermata ad analizzare la personalità di Rosemary. Non ci si sofferma ad analizzare la personalità della propria madre o del proprio padre o della propria sorella o di una zia. Se ne accetta, per così dire, l’esistenza senza approfondire. Non ci si chiede come siano stati. Com’era stata Rosemary? Ora diventava forse importante stabilirlo».


Una scena del film

Curiosa coincidenza che lo stessi leggendo nei giorni in cui è uscito questo splendido film. Senza commentare il brano citato – e senza neanche metterlo propriamente a confronto con il film – non ho tuttavia potuto non pensarci, perché alcune parole sembrano scritte per riferirle ai fratelli e alle sorelle Bellocchio riguardo alla tragica fine del gemello di Marco, Camillo. Famiglia quanto mai complessa e complicata, quella dei Bellocchio, con vertici di brillantezza artistica o intellettuale – Marco, Piergiorgio “il vecchio”, adorabile figura  –, ma anche con la delicata, intensa personalità delle sorelle (Mariuccia e Letizia) e il vigore, anche performativo, del consumato sindacalista Alberto, che peraltro ha sposato la psicanalista Lella Ravasi. I Bellocchio si autorappresentano anche tramite un preciso dialogo a distanza, ovviamente orchestrato da Marco e da Francesca Calvelli, eminentemente temporale, ma anche fatto di elementi essenziali per dare adito e linfa ad accostamenti con i brani che il regista ha montato da alcuni suoi film a privilegiato soggetto famigliare, soprattutto I pugni in tasca (1965) e Salto nel vuoto (1980).


Una scena del film

La lucidità e il rigore, la profonda sincerità e lo spirito critico di Bellocchio si esprimono come un atto di confessione e di assunzione di responsabilità. Quanto i Bellocchio – compresi i genitori – hanno capito Camillo? Le sue fragilità, le aspettative, i desideri di farsi coinvolgere da Marco nel mondo del cinema. Quanto hanno tenuto in considerazione le lettere, talora disperate, sempre a richiesta di comprensione, che egli periodicamente inviava, a esempio, a Piergiorgio?

Marx poteva aspettare, come disse Camillo a Marco, in quel nucleo famigliare, soprattutto riferito ai fratelli, affinché Camillo trovasse più piena espressione di sé, lui che si sentiva sempre inadeguato, come a proprio modo il Luigi Tenco evocato nel film, anche nei rapporti sentimentali (vedi il riferimento a certe lettere alla fidanzata). A tal riguardo una figura più volte presente è la sorella della compagna di Camillo, che non risparmia, al cospetto di Marco che la incontra, critiche e/o osservazioni pungenti: uno degli ulteriori elementi che innervano il film di profonda verità. Si diceva, poco fa, dell’elemento confessionale che Fantuzzi rileva nell’autore: questo è insito anche nel leitmotiv costituito dalle ricorrenti inquadrature con le quali il regista si filma con i due figli, Piergiorgio e Elena, entro una impeccabile, incalzante e sempre più emozionante organizzazione del montaggio, ancora una volta affidato a Francesca Calvelli.

Davvero Bellocchio, qui in stato di grazia, coniuga e declina i principali stilemi ed elementi del proprio cinema: una profonda immaginazione melodrammatica, ancorché in forma non fiammeggiante (dunque più alla Godard che alla Visconti); il coté documentario e documentale che ha più volte praticato; il richiamo alla tipologia del cosiddetto “film famigliare” di carattere documentario, peraltro oggetto di varie rassegne organizzate dal regista a Bobbio, nonché trama di Sorelle Mai (2010), con in più una valenza da film-saggio. Si pensi all’idea di accostare certi brani di alcuni suoi film in dialogo con il documentario, a mo’ di riflessione sul proprio cinema e la propria poetica e come indicazione di quello che di sommerso, in particolare riguardo a Camillo, il proprio cinema conteneva (e con il Lou Castel de Gli occhi, la bocca, 1982, quale possibile alter-ego di Camillo, nonché personaggio che ri-pronuncia la frase «Marx può aspettare»).


Una scena del film

Ma c’è un altro brano – e siamo alla chiusa del film – che rimanda, in maniera non così diretta ed esplicita, ossia non montata a mo’ di esplicita comparazione, a un altro finale di film bellocchiano: Marco cammina lungo un ponte di Bobbio (luogo eminentemente originario dei Bellocchio) e incrocia un giovane che fa jogging indossando una felpa della palestra aperta da Camillo a Piacenza. Marco lo osserva ma non lo ferma: non si può non pensare al finale di Buongiorno notte (2003) allorché Aldo Moro (Roberto Herlitzka) non muore e cammina, libero, per una strada di Roma. Camillo, che più volte era apparso in filmati amatoriali, qui è evocato dal giovane atleta, ma appare ancor più figura epifanica: un’epifania joyciana, come fosse un personaggio del mirabile The Dead e, dunque, una presenza-assenza o, per dirla con Attilio Bertolucci, «assenza più acuta presenza».   

Un’aura (un cuore?) di tenebra aveva spesso aleggiato finora, nei quadri di Marco così come nella palestra che egli più volte visita, ma infine è il simbolico fulgore della reviviscenza ad affermarsi. Marx avrebbe potuto aspettare, magari anche Camillo a compiere il gesto estremo del suicidio, ma egli rivive per noi in un’opera maiuscola che commuove, ma che talora suscita un profondo, sincero riso. Un film che ci insegna molto su come ciascuno di noi, a proprio modo, dovrebbe affrontare le assai complesse dinamiche famigliari.    




Marx può aspettare
cast cast & credits
 


La locandina del film



 
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