Rappresentare l’autorità principesca nei libri per le corti di Milano, Francia e Borgogna: cerimonie e spettacoli in miniature

Claudio Passera

Data di pubblicazione su web 30/09/2025

Rappresentare l’autorità principesca nei libri per le corti di Milano, Francia e Borgogna: cerimonie e spettacoli in miniature


1. Indizi di metodo: una miniatura per le cerimonie d’infeudazione di Genova (Milano, 1464)

Il codice Lat. 8128 della Bibliothèque Nationale de France tramanda due testi celebrativi di due successi conseguiti da Francesco I Sforza negli anni conclusivi della sua ducea: il De genuensium deditione di Francesco Filelfo (cc. 1r-18v), dedicato alla cessione di Genova da parte di Luigi XI, solennizzata il primo giugno 1464;[1] e il Carmen de viri militis institutione, di Antonio Cornazzano (ff. 22r-29r) commemorativo della campagna militare condotta nell’autunno 1465 dal ventenne Galeazzo Maria Sforza in favore del re di Francia nelle terre del Delfinato e nel Lionese, sollevatesi su istigazione di aristocratici che, stretti nella Lega del bene comune, avrebbero voluto sostituire al monarca suo fratello, Carlo di Valois.[2] L’autorizzazione all’infeudazione di Genova era stata determinante per consolidare le alleanze che avrebbero portato, prima, all’invio dell’erede del ducato sforzesco in ausilio alle truppe rege e, poco dopo, al fidanzamento di quest’ultimo con Bona di Savoia (aprile 1467). Pertanto, non risulta strano che, una volta pervenuti in Francia con i bottini delle guerre d’Italia di Luigi XII, i due libretti – esemplari di dedica presentati agli Sforza, precedentemente collocati nella biblioteca ducale di Pavia – fossero stati rilegati insieme, così da simboleggiare le relazioni intercorse tra le corti di Milano e di Francia alla metà degli anni Sessanta del Quattrocento.

Il foglio 1r del codice reca una decorazione su quattro lati ripartita da barre dorate con motivi araldici visconteo-sforzeschi, attribuita all’ambito di Ambrogio da Marliano.[3] Nella fascia inferiore, stemmi con le iniziali «FS» e «BI.M» indicano l’appartenenza del manoscritto a Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, ritratti in trono nel rettangolo della fascia superiore, coronati da due angeli reggenti un diadema ducale e accompagnati dai loro discendenti (fig. 1).

Leggendo i titoli dei sei inventari quattrocenteschi della biblioteca del castello di Pavia, vanto dei signori di Milano fin dall’epoca viscontea, si verifica come questa miniatura sia l’unica realizzata a ornamento di un testo commemorativo delle celebrazioni pubbliche sforzesche, delle quali essa si presenta dunque quale fonte iconografica diretta e intenzionale.[4] Infatti, conformemente alla descrizione di Filelfo, essa tramanda una memoria visuale dei gesti cerimoniali con cui gli ambasciatori genovesi giurarono fedeltà a Francesco I.  Gesti sui quali informano anche i Rerum gestarum Francisci Sfortiae commentarii di Giovanni Simonetta e le missive dell’oratore mantovano Vincenzo della Scalona a Ludovico Gonzaga. Il 5 maggio 1464, quest’ultimo comunicava al marchese di Mantova come per la cerimonia fosse stata predisposta una tribuna a gradoni «in la corte sua (dell’Arengo)»[5] avente per base una pedana rettangolare. Una scala dava accesso ai tavolati della tribuna, dei quali il più alto accoglieva gli scranni per la coppia ducale sormontati da due baldacchini di damasco. Su un gradone più basso sorgevano poi i seggi per i figli dei duchi. Dal tavolato eminente e dai lati brevi della pedana si levavano inoltre delle colonne a reggere la copertura di panni candidi dell’apparato; mentre dalla parete di fondo della struttura pendevano arazzi preziosi. Davanti alla tribuna si trovavano poi tre panche per gli ambasciatori liguri disposte su tre lati, e alla loro sinistra altre otto panche per le personalità di riguardo convenute. Un tappetto erboso fiorito rivestiva tutta la superficie del cortile e dall’alto un velario riparava dal sole, mentre tutti i tavolati erano coperti da tappeti.

Il giorno dell’evento, un servizio d’ordine accompagnò ai loro posti gli ospiti della cerimonia, articolata in tre momenti: l’ingresso dei ventiquattro legati genovesi tra squilli di tromba; la lettura di due orazioni gratulatorie; la presentazione delle insegne del potere a Francesco I. Su quest’ultime, Filelfo e Della Scalona riferirono come il principe avesse tenuto per sé lo scettro del comando, affidando ai figli Galeazzo, Filippo e Sforza il vessillo, le chiavi e il sigillo. Coerentemente, nella miniatura del codice parigino il duca di Milano, in trono, impugna lo scettro offertogli, mentre il conte di Pavia, ritratto alla sua destra con un copricapo rosso simile a quello del padre – riferimento alla sua successione futura alla guida del principato – regge uno stendardo blu con croce rossa su sfondo bianco, tradizionali colori della Repubblica di Genova. Alle sue spalle il fratello Filippo impugna le chiavi presentate dagli oratori, seguito da Sforza recante il sigillo. Sono effigiati, senza pretesa di realismo, anche gli altri figli e figlie della coppia ducale presenti al giuramento, e si può ipotizzare che il tappeto a fantasie geometriche che riveste la pedana e il baldacchino blu alle spalle dei principi alludano ai tessuti pregiati che rivestirono il tribunale montato per l’evento.

Infatti, la miniatura non si limita a illustrare il carme di Filelfo. Essa tenta piuttosto di rievocare quel che dell’evento colpì maggiormente l’attenzione degli spettatori, come la «perla grossa da canto pendente che se dice valere ducati v milia»[6] che ornò la berretta di Francesco I, descritta da Ludovico della Scalona, ma non menzionata dal Simonetta nel De Genuensium deditione, né dal Filelfo. La sua presenza nel ritratto ducale rivela però l’intento di sollecitare la memoria dell’osservatore come mezzo di comprensione sia del testo, sia dell’immagine del manoscritto, il quale, solamente se osservato attraverso il filtro del ricordo, rievoca pienamente la magnificenza dello spettacolo.

 

2. Riflessi delle cerimonie di Francia Borgogna nei libri di Galeazzo Maria Sforza

Il rapporto che le illustrazioni dei volumi sforzeschi instaurarono con la realtà raffigurata spaziò, pertanto, dal tentativo di riprodurre un preciso momento della vita della corte milanese alla rievocazione di una memoria visuale del fasto di un evento, come avviene nella miniatura che ritrae Galeazzo Maria Sforza mentre accoglie il trattato De impedimentis matrimonii di Girolamo Mangiaria, dipinta dal Maestro delle Ore Birago nell’esemplare oggi conservato alla Bibliothèque nationale de France, Lat. 4586 (fig. 2).[7] Essa avvia su tracce estere l’indagine sui modelli rappresentativi dell’autorità principesca dei duchi Sforza tramandati dai loro libri, dei quali qui si vogliono sondare le affinità con figurazioni associabili a cerimonie e festeggiamenti di area franco-borgognona. Infatti, se è già stata valutata l’influenza delle corti del Nord sull’arte fiorita a Milano nel Secondo Quattrocento secondo gli intenti di nobilitazione dell’immagine principesca degli Sforza,[8] solamente pochi studiosi hanno rilevato come l’indagine sul cerimoniale e gli spettacoli patrocinati da costoro potrebbe beneficiare di un raffronto con le pratiche celebrative e rappresentative dei re di Francia e dei duchi di Borgogna, con cui gli Sforza intrattennero relazioni diplomatiche intense nei decenni settimo e ottavo del secolo XV.[9] Questo saggio, pertanto, proporrà alcune analisi di miniature presenti nei volumi della biblioteca sforzesca che conservano un’eco della cultura performativa franco-borgognona, preliminare a esprimersi con maggiore sicurezza sulla fascinazione da questa esercitato sulla cerimonialità e sullo spettacolo milanesi – raramente indagata per mezzo di fonti iconografiche –, e a comprendere come la circolazione di manoscritti tra questi paesi potesse agevolare lo scambio di informazioni sulle pratiche performative dell’epoca.

Sulla carta 1r del ms. Lat. 4586, Galeazzo Maria Sforza, su un trono poggiante su una pedana coperta di ricchi tappeti, riceve il manoscritto dal Mangiaria, il quale veste l’abito rosso dei professori di diritto e il cappello da accademico, che regge deferente nella mano sinistra. A capo scoperto è ritratto anche il bambino alle sue spalle, presumibilmente il figlio del giurista. Alla sinistra del duca, il segretario Cicco Simonetta – identificato grazie al confronto con il suo busto collocato sulla facciata del Duomo di Como – legge una pergamena, mentre i gentiluomini che lo affiancano conversano, prestando poca attenzione alla scena. Il loro stretto legame con il duca è dichiarato dal fatto che indossano calze alla divisa sforzesca: rossa la sinistra; blu e bianca la destra.

L’indugio del miniatore sulla solennità dei gesti, sui panneggi delle giornee, sugli arredi della sala riverbera la ricercatezza dei costumi della corte di Galeazzo Maria Sforza, ambiente con cui il Maestro delle Ore Birago ebbe confidenza. Secondo Pier Luigi Mulas, la sua carriera si svolse, infatti, principalmente nell’ambito della residenza ducale di Pavia, dove contribuì a rinnovare il linguaggio artistico locale in direzione filo-ferrarese – da Guglielmo Giraldi egli avrebbe derivato una certa passione per le sperimentazioni prospettiche, la cromia luminosa, e l’ambientazione delle scene entro architetture finemente descritte –, ma anche accogliendo ricercatezze fiamminghe, come nell’affresco a lui attribuito dell’Annunciazione della Cappella Castiglioni del collegio di Sant’Agostino.[10]

Per lo studioso, data la conoscenza del Maestro dell’arte ferrarese, è possibile che egli si fosse ispirato, nel ritrarre il duca di Milano di tre quarti sul fondo di una tappezzeria damascata, alla scena di dedica miniata da Giraldi, intorno al 1470, per il Libro del Salvatore di Candido Bontempi.[11] Al foglio 3r del manoscritto Bontempi vi appare in ginocchio davanti al duca Borso d’Este nell’atto di porgere l’opera, reggendosi a uno scudo ornato dall’emblema dell’ordine del Dragone debellato, cui era stato elevato, a Foligno nell’agosto 1433, dall’imperatore Sigismondo (fig. 3). Borso, seduto in trono e in abito damascato verde, accoglie l’opera e mostra a sua volta, sulla calza in primo piano, l’impresa prediletta del paraduro.[12]

Nell’insieme, le due composizioni risultano affini, anche in ragione della convenzionalità delle scene di offerta dei manoscritti di dedica, ma credo che sull’ideazione dell’illustrazione del trattato di Mangiaria abbiano forse influito le scelte iconografiche di alcune miniature prodotte in un ambiente con cui Galeazzo Maria Sforza andava intessendo importanti alleanze negli anni 1475-1476, gli stessi della decorazione del codice: il ducato di Borgogna di Carlo il Temerario, che con lo Sforza stipulò la lega di Moncalieri il 30 gennaio 1475.[13] Tra il 1447 e il 1448, a suo padre, Filippo il Buono, furono offerte tre opere, commissionate al letterato Jean Wauquelin, connesse ai propositi di autorappresentazione del principe attraverso storia, poesia e arte: la traduzione delle Chroniques de Hainaut, la messa in prosa del Girart de Rossillon, e una versione fiamminga dell’Histoire d’Alexandre.

Per questi testi Roger van der Weyden e il parigino Dreux Jehan miniarono tre frontespizi, che mostrano Wauquelin nell’atto di presentare al duca le proprie fatiche letterarie (figg. 4-6).[14] Filippo il Buono vi è ritratto in trono – eccetto che nel frontespizio del primo manoscritto, dove appare eretto innanzi allo scranno. Alla sua destra tre dignitari. Il primo tiene tra le mani un cartiglio e porta un abito blu, stretto da una cinta cui è appesa una piccola borsa. Il secondo indossa una veste prelatizia con pellegrina e un berretto rosso. Li accompagna un terzo cortigiano più defilato, calvo e dal naso appuntito. Sulla base di confronti con alcuni ritratti di Rogier van der Weyden i personaggi sono stati identificati, rispettivamente, con il cancelliere Nicolas Rolin, il vescovo di Tournai, Jean Chevrot, e il governatore delle finanze ducali, Gui Guilbaut. Alla sinistra del duca stanno invece altri uomini in giornee di vari colori rifinite con pellicce e tessuti preziosi. Vestono, come Filippo, un collare dorato cui è appeso un capro che li identifica come i cavalieri del Toson d’oro, istituito dal duca nel gennaio 1430, cui erano elevati i nobili borgognoni e stranieri associati da importanti alleanze al principe.[15]

Più somiglianze si rilevano fra le due scene ambientate alle corti di Filippo il Buono e dello Sforza. In tutte le miniature i duchi siedono al centro della sala, su troni sormontati da baldacchini damascati e poggianti su pedane rivestite di tappeti. I principi sono attorniati dagli uomini, assenti le donne, legati all’amministrazione del ducato – quelli di Galeazzo sono probabilmente i membri del ducale consiglio segreto.[16] Un ruolo eminente è dato ai loro rispettivi cancellieri, Rolin e Simonetta, impegnati a sbrigare affari di stato cui alludono i cartigli nelle loro mani. I nobili del loro seguito vestono accessori che indicano la fedeltà ai duchi: il collare del Toson d’oro e le calze alla sforzesca.

Penso, dunque, che il modello rappresentativo dello splendore cortigiano borgognone avesse ispirato il Maestro delle Ore Birago che, negli anni in cui Galeazzo Maria concepiva i suoi progetti di decorazione ad affresco per le residenze di Pavia e Milano, avrà partecipato del clima d’incontro fra culture figurative stimolato, tra gli altri, da Zanetto Bugatto – del quale si ricordano gli importanti soggiorni formativi a Bruxelles, presso la bottega di van der Weyden a Bruxelles (1460-1463), e alla corte di Luigi XI, per ritrarre la promessa sposa di Galeazzo Maria Sforza (1468) – oltre che dalle trattative della duchessa Bona di Savoia per attrarre, tra il 1476 e il 1478, il pittore “franzoso”, in vero ginevrino, Hans Witz a Milano. Senza giungere a ipotizzare una derivazione diretta del minio del maestro pavese dai manoscritti borgognoni citati, mi pare però opportuno sottolinearne le analogie iconografiche come effetti di una fascinazione per quelle corti del Nord, favorita anche dalle relazioni con il vicino ducato di Savoia e con la Provenza di René d’Angiò – prime terre di migrazioni degli interpreti dell’ars nova borgognona o almeno, dal 1450, di disegni provenienti dalle loro botteghe – sullo sfarzo dei cui cerimoniali lo Sforza voleva essere puntualmente informato, così come sugli spettacoli e le arti ivi coltivati.[17]

La predilezione per i codici fiamminghi del duca Galeazzo pare confermata, inoltre, dalla sua acquisizione di un Libro d’ore miniato dal Maestro di Antonio di Borgogna con pigmenti oro e argento su pergamene tinte di nero, probabilmente su committenza di Carlo il Temerario.[18] Un manoscritto di grande valore, esempio di una tipologia libraria confezionata esclusivamente in area borgognona alla metà del XV secolo. Giunto a Milano come dono diplomatico del Gran Bastardo di Borgogna nel 1475 o forse l’anno successivo, acquistato dagli svizzeri dopo la sconfitta del Temerario nella battaglia di Grandson, il codice ricevette lo stemma dello Sforza, che ne contemplò le miniature a piena pagina inquadrate da cornici riccamente decorate su cui si aprono tondi con scene relazionate all’episodio di centropagina e spesso associabili a proverbi popolari francesi.

Il fregio che inquadra la miniatura con Cristo inchiodato alla croce, ne accoglie uno nel quale tre figure forgiano i chiodi necessari all’atroce sacrificio guidati dalla megera Hédroit (fig. 7). Come notò Émile Mâle, nella Passione di Eustache Marchadé (Aras, 1420-30) e in quella di Jean Michael (Angeres, 1486) compare questo personaggio, che, dopo aver partecipato all’arresto notturno di Cristo nel Getsemani reggendo una lanterna per permettere alla folla di riconoscere Gesù, davanti al rifiuto del marito, fabbro, di produrre i chiodi per la crocifissione si offrì di compiere personalmente l’opera affermando «c'est en forgeant qu'on devient forgeron». Indifferente persino alle suppliche della Vergine di rivelare il luogo dove era stato imprigionato il figlio, Hédroit avrebbe poi attirato su di sé e sulla propria stirpe gitana la maledizione di una perpetua erranza.[19]

La citazione di tale episodio della tradizione drammaturgica francese tardomedievale – poco noto in Italia, ma conosciuto da artisti d’oltralpe, come Jean Fouquet, che lo riprodusse nel Libro d’ore di Ėtienne Chevalier nel registro inferiore della miniatura con il Cristo portacroce –[20] mi pare indizio della possibilità di cercare nelle miniature della biblioteca sforzesca qualche fonte iconografica della coeva cultura teatrale, riconducibile non solo all’ambito milanese, ma anche a quello estero, e finanche alle soluzioni sceniche per l’allestimento dei mystères, che rimarcano nuovamente la fascinazione della corte di Galeazzo Maria Sforza per la cultura performativa delle terre dei Valois. 

 

3. Dalla scena dei mystères alle pagine del Leggendario Sforza-Savoia (1476)

Tale fascinazione per le scene teatrali d’oltrape fu probabilmente nota a Cristoforo de Predis e riverberata nelle pagine del suo Leggendario Sforza Savoia, oggi conservato alla Biblioteca Reale di Torino (Codice Varia 124): un volgarizzamento degli episodi evangelici, illustrato nel 1476 alternando miniature dedicate a un singolo evento ad altre in cui più momenti della vicenda sacra si condensano grazie alla sovrapposizione di più piani di rappresentazione, connessi dal ripetersi dell’abbigliamento dei personaggi e delle architetture dell’ambientazione. L’opera si apprezza per la facilità narrativa del miniatore, il cui lavoro fu influenzato da diversi ambiti figurativi coevi, quali la miniatura ferrarese e fiamminga, nonché la pittura dei fratelli Zavattari e di Bonifacio Bembo.[21] L’analisi iconografica del codice rivela come de Predis avesse inserito figurazioni ispirate alla vita della corte milanese e alla sua cultura performativa in ciascuna delle tre sezioni del testo – ossia, la Vita dei santi Gioacchino e Anna; la Vita di Gesù e del Battista; il Giudizio Universale – per spingere il lettore a immedesimarsi con i protagonisti dei sacri accadimenti, così da poterli più intimamente meditare.

Come notato da Guido Gentile, la scelta di ambientare i fatti della vita di Cristo nella Milano sforzesca rispondeva bene agli ammonimenti per le pratiche di meditazione immaginativa consigliate da diversi scritti quattrocenteschi di ascesi, come il Zardino de oratione del francescano Niccolò da Osimo, che invitava il fedele a immaginare il compiersi degli episodi evangelici nella propria quotidianità, in contesti familiari alla sua conoscenza sensoriale.[22] Il capitolo XVIII del trattato, ad esempio, così suggeriva di contemplare il mistero della Passione:

La quale istoria [della Passione] aciò che tu meglio la possi imprimere nela mente, e più facilmente ogni acto de essa ti si reduca alla memoria, ti serà utile e bisogno che ti formi nela mente lochi e persone. Come una citade, la quale sia la citade de Ierusalem, pigliando una citade la quale ti sia bene pratica. Nela quale citade tu trovi li lochi principali neli quali forono exercitati tutti li acti dela passione: come è uno palacio nel quale sia el cenaculo dove Cristo fece la cena con li discipuli. Ancora la casa de Anna e la casa de Cayfas dove sia il loco dove fu menato la nocte miser Iesù. E la stanzia dove fu menato dinanti da Cayfas, e lui deriso e beffato. Anche il pretorio de Pilato dove li parlava con li iudei: e in esso la stanzia dove fu ligato misser Iesù alla colonna. Anche el loco del monte de Calvario, dove esso fu posto in croce, e altri simili lochi, li quali ti fabrichi ne la mente.[23]

Simili indicazioni ispirarono probabilmente de Predis nel concepire le illustrazioni in modo da facilitare al lettore i compiti impartiti dal testo del Leggendario: «Fedele christiano, atende qua devotamente e studia bene de essere presente con la mente a quelle cose che qua se dice, e inmagina, e guarda».[24] Nel codice, le vicende del Cristo si svolgono così in una Gerusalemme dalle architetture associabili a edifici milanesi rinascimentali, abitata da personaggi abbigliati alla moda lombarda.[25]

Considerando solo le miniature del Leggendario aventi attinenza con la scena teatrale coeva, vorrei proporre qualche osservazione sulla vignetta della Strage degli innocenti del foglio 47v (fig. 8).  Alla destra del riguardante è in corso il massacro dei figli maschi trucidati dai soldati. Alla sinistra Erode impartisce il terribile comando alzando la mano destra, seduto in trono e assistito da un cortigiano che reca una spada. Alle loro spalle, il miniatore ha costruito lo spazio che ospita l’episodio unendo le mura dei due edifici che si fronteggiano per mezzo di una parete più bassa e poco spessa, tanto che la si potrebbe confondere con una quinta teatrale. La pedana coperta di tappeti su cui poggia il trono di Erode e lo strano praticabile che si affaccia dalla parete di fondo sembrano egualmente strutture provvisorie, utili ad una azione teatrale, ma solo ingombranti nell’esterno di un’architettura reale. Sul baldacchino del trono e sulle specchiature marmoree della pedana si legge poi il titolo del proprietario del luogo deputato, «Rex Herodes».

Se de Predis non avesse voluto alludere a una scena recitata ricorrendo a un procedimento che ricorda l’uso di cartigli per segnalare agli spettatori i luoghi deputati, diffuso soprattutto in area francese per la recitazione dei mystères, non vi sarebbe stato bisogno di marcare con queste scritte il palazzo di Erode.[26] Il lettore sa, infatti, dalle rubriche che introducono la narrazione di essere in presenza del «Vangelio como Herodes se corezò perché beffato da li Magi, e como ello comanda che tuti li fantolini fosseno morti», e il soggetto raffigurato non doveva prestarsi a dubbi interpretativi per l’osservatore colto e devoto dell’epoca.

Sempre alla cultura dello spettacolo e della festa quattrocentesca credo richiamino, al foglio 144r, le pedane per i musici e i convitati del Banchetto di Erode, che si svolge in un cortile addobbato con arazzi e coperto da un baldacchino sospeso per riparare la mensa dal sole (fig. 9). Una disposizione simile della corte del palazzo signorile è presentata in numerose descrizioni di feste nuziali, come quella dello sposalizio di Tristano Sforza con Beatrice d’Este scritta dall’umanista piacentino Gabriele Paveri Fontana, che segnalò come per l’occasione, nel maggio 1455, tutte le pareti della corte dell’Arengo fossero state rivestite di «stratis superbissimis auro tenui compositis francorum generosas continentibus historias».[27] Nuovamente, si ritrova l’apprezzamento per i tessuti preziosi da sfoggiare in cortili festeggianti – si ricorderà quelli dei palchi per la cerimonia della dedizione di Genova a Francesco I – che nelle pagine di de Predis assumono fantasie floreali per rievocare la ricercatezza delle tappezzerie delle dimore di Galeazzo Maria Sforza, sotto la cui ducea si contavano a Milano più arazzieri provenienti fiandre, alternativamente operanti per il duca, destinati a subire un forte calo di committenze dopo l’assassinio di quest’ultimo.[28]

Sorprende poi la minuzia dell’artista nel ritrarre le “baltresche” riservate ai musici, alla cui natura provvisoria alludono forse i chiodi ben visibili sulla loro superficie. Si trattava di pedane sovrapponibili e mobili, adatte ad essere trasportate e adattate ad ambienti interni o esterni; come le vie cittadine in cui, al f. 38r due araldi chiamano a raccolta per l’indizione del censimento imperiale decretato da Cesare Augusto, o quelle menzionate da Vincenzo della Scalona in una relazione di un passo d’armi combattuto a Milano nel giorno di San Giorgio del 1464, erette per consentire al pubblico di assistere alla contesa.[29]   

Va poi notato che se l’abbigliamento di Erode e dei suoi commensali si compone di una tunica e di un copricapo di foggia fantasiosamente all’antica, quello dei musici e del paggio che serve le vivande è invece propriamente quattrocentesco, così come la veste indossata da Salomè è appropriatamente un guarnello, tipologia di abito adatto all’esecuzione di danze, composto da una semplice tunica bianca fermata da due cinture per creare un rigonfiamento all’altezza della vita, lasciando a chi la indossa ampia libertà di movimento. Con l’eleganza propria delle vesti donate dallo Sforza ai pifferi e trombetti al suo servizio sono ritratti inoltre il liutista e l’arpista che accompagnano il ballo della fanciulla, alludendo qui e in altre pagine del Leggendario allo sviluppo degli organici strumentali e vocali della corte milanese, ampliati da Galeazzo Maria richiedendo l’invio di cantori gallici dalle corti italiane alleate (Mantova, Ferrara, Napoli), così come direttamente da quelle di Francia e Borgogna.[30]

Infine, nel foglio 152r del codice Varia 124, notiamo come de Predis abbia dipinto una squadra di demòni intenti a cacciare con mazze e bastoni un gruppo di peccatori dentro la bocca dell’inferno (fig. 10). Concordo con Gentile nel riconoscere nelle fauci spalancate del mostro la rappresentazione di un luogo deputato impiegato per rappresentare l’ingresso dell’inferno. Lo studioso mette opportunamente in relazione questa struttura con i macchinari scenici per una rappresentazione di san Vittore, svoltasi il 15 agosto 1468, documentati nelle spese degli Ordinati del Comune di Torino. In tale occasione la città retribuì alcuni artigiani «qui faciant dictos chiaffaldos et gulam inferni».[31]   Egualmente, un ingegno rappresentante la bocca dell’inferno fu usato per allestire la Passione di Revello, secondo quanto riferito dall’unico testimone manoscritto del testo poetico della rappresentazione, la cui stesura si data tra il 1479 e il 15 luglio 1490.[32] Il fatto che questi apparati siano documentati nell’area della Savoia mi pare significativo: dalla stessa regione proveniva la moglie di Galeazzo Maria Sforza, Bona di Savoia, un tempo ritenuta da parte della critica la committente delle miniature del codice Varia 124. Cognata di Luigi XI di Valois, il suo matrimonio, celebrato a Milano il 7 luglio 1468, aveva rafforzato l’alleanza tra il ducato di Milano e la casa regnante di Francia, rimarcata nel manoscritto dalla frequente presenza dello stemma con tre gigli dorati su fondo blu. L’inserzione del dettaglio iconografico della gola infernale potrebbe essere un omaggio alla cultura performativa della regione d’origine della duchessa, che educata alla corte di sua sorella Carlotta, aveva forse assistito in Savoia o in Francia a spettacoli con ingegni simili.

Concludendo, le indagini esposte spero abbiano illustrato come le miniature eseguite per i duchi di Milano, se osservate attraverso una lente colorata dalle letture delle cronache dei festeggiamenti e degli spettacoli ivi praticati, possano rivelare una memoria della magnificenza sforzesca. Tale memoria, come sottolineato dagli studi di Paola Ventrone e Laura Weigert, piuttosto che in immagine chiaramente associabile a un evento cerimoniale o teatrale, come il giuramento dei genovesi da cui ha preso le mosse questa indagine, andrà cercata in un’organizzazione della composizione miniata conforme all’organizzazione degli spazi performativi quattrocenteschi, al modo in cui lo spettatore dell’epoca era invitato a seguire lo svolgimento dei fatti rappresentati, all’osmosi tra culture performative di aree geografiche diverse resa possibile dai viaggi dei protagonisti e degli spettatori degli spettacoli.[33] Calata nel contesto della storia urbana delle città, questa analisi degli spazi dipinti e performati permetterà di esprimersi anche sulla valenza sociale e civile delle celebrazioni principesche. Su questi temi mi auguro di tornare con future ricerche, nel tentativo di offrire un contributo di qualche utilità alla conoscenza del mondo delle corti rinascimentali.  



[1] Cfr. Paris, Bibliothèque Nationale de France (d’ora in poi BnF), ms. Lat. 8128. L’edizione dello scritto filelfiano è fornita da J. DE KEYSER, Francesco Filelfo and Francesco Sforza. Critical Edition of Filelfo's Sphortias, De Genuensium deditione, Oratio parentalis, and his Polemical Exchange with Galeotto Marzio, Hildesheim, Olms, 2015, pp. 221-239, cui rinvio per la contestualizzazione politica dell’infeudazione di Genova.

[2] Il testo di Cornazzano è inedito ma censito in C.A.L.M.A. Cfr. Compendium Auctorum Latinorum Medii Aevi (500-1500), Firenze, SISMEL Edizioni del Galluzzo, 2001, vol. I.3, p. 359. Sulla campagna militare del ventenne erede del ducato sforzesco vedi C. MANFREDINI, «Vederò de asuefarme ad questo mestere al meglio poterò et credo havere honore del impresa»: la spedizione milanese in Francia attraverso gli occhi (e gli scritti) del comandante Galeazzo Maria Sforza (1465-1466), in «Annuario dell’archivio di Stato di Milano», VIII, 2018, pp. 1-36.

[3] Ambrogio da Marliano, negli anni Sessanta del XV secolo, fu il miniatore prediletto dal Filelfo, su cui M. MARUBBI, Miniatori lombardi per illustrare Filelfo: il Maestro delle ‘Vitae Imperatorum’, il Maestro di Ippolita Sforza, Ambrogio da Marliano, in Filelfo, le Marche l’Europa. Un’esperienza di ricerca, a cura di S. FIASCHI, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2018, pp. 233-56. Per la decorazione del ms. Lat. 8128 vedi la relativa scheda catalografica curata da Massimo Zaggia in Arte lombarda dai Visconti agli Sforza, Milano al centro dell’Europa, catalogo della mostra (Milano, 12 marzo-28 giugno 2015) a cura di M. NATALE e S. ROMANO, Milano, Skira, 2015, p. 249, dove è detto però che il codice tramanda un carme filelfiano De providentia. L’equivoco si deve al motto «Res humanas administrari divina providentia» che apre il testo, più volte impiegato dall’autore.

[4] Il confronto tra gli inventari, alla ricerca di descrizioni di feste e spettacoli cortigiani, è stato da me proposto in C. Passera, Feste e spettacoli per l’età di Francesco I Sforza. Notizie dai libri della biblioteca del castello di Pavia, in «Interpres», Xl, n.1, 2022, pp. 91-160.

[5] Vincenzo della Scalona a Ludovico Gonzaga, Milano, 1° giugno 1464, in Carteggio degli oratori mantovani alla corte sforzesca (1450-1500), a cura di F. Leverotti, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2000, vol. VI, p. 295-300: 295. Da confrontare con G. Simonetta, Rerum gestarum Francisci Sfortiae Mediolanensium ducis commentarii, a cura di G. Soranzo, Bologna, Zanichelli, 1932 (nuovi RR.II.SS., XXI/2), pp. 472-473. Le fonti diplomatiche relative all’evento sono analizzate in M.N. Covini, Feste e cerimonie milanesi tra città e corte. Appunti dai carteggi mantovani, in «Ludica. Annali di storia e civiltà del gioco», vii, 2001, pp. 122-50.

[6] Carteggio degli oratori mantovani alla corte sforzesca (1450-1500), cit., vol. VI, p. 296.

[7] Paris, BnF, ms. Lat. 4586.

[8] Una disamina delle motivazioni diplomatiche sottese alla fascinazione di Francesco I e Galeazzo Maria Sforza per le novità artistiche provenienti dalla Borgogna, mediata anche dai frequenti contatti con le corti di Francia e di Savoia, è esposta in F. ELSIG, Introdution: quelques pistes de recherche sur le relations artistiques entre Milan et le nord au temps des Sforza, in Cultura oltremontana in Lombardia al tempo degli Sforza (1450-1535), a cura di F. ELSIG e C. GAGGETTA Roma, Viella, 2014, pp. 9-22.

[9] Sulle relazioni tra queste potenze si vedano R.J. WALSH, Charles the Bold and Italy (1467-1477). Politics and Personell, Liverpool, Liverpool University Press, 2005, pp. 204-209; Carteggi diplomatici fra Milano sforzesca e la Borgogna, a cura di E. SESTAN, Roma, Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea, 1985, 2 voll.; Dépêches des ambassadeurs milanais en France sous Louis XI et François Sforza, a cura di B. MANDROT, Paris, Renouard, 1916, 4 voll. Sulle influenze artistiche e performative della corte di Borgogna sull’Italia quattrocentesca agevolate dalla diplomazia: M. BELOZERSKHAYA, Rethinking the Renaissance. Burgundian Art Across Europe, Cambridge, Cambridge University Press, 2002; P. VENTRONE, Modelli ideologici e culturali nel teatro milanese di età viscontea e sforzesca, in Prima di Carlo Borromeo. Lettere e arti a Milano nel primo Cinquecento, a cura di E. Bellini e A. Rovetta, Roma, Bulzoni, 2013, pp. 247-282.

[10] Cfr. P.L. MULAS, Una proposta per la miniatura e la pittura del Rinascimento a Pavia: il Maestro delle Ore Birago, alias Maestro dell’Annunciata Castiglioni?, in Miniatura. Lo sguardo e la parola, studi in onore di Giordana Maria Canova, a cura di F. TONIOLO, G. TOSCANO, Cinisello Balsamo, Silvana, 2012, pp. 232-236.

[11] Cfr. Modena, Biblioteca Estense Universitaria, ms. It. 353. Il Libro del Salvatore, volgarizzamento in versi di episodi evangelici inframmezzato da considerazioni teologiche e morali, si data, come il codice estense, al 1469. Vedi E. RAGNI, Bontempi, Candido Serafino, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1960-2020, XII (1971), pp. 433-435. 

[12] Sulle scene d’offerta di opere letterarie presenti nei manoscritti donati a Borso d’Este: F. BRUGNOLO, R. BENEDETTI, La dedica tra Medioevo e primo Rinascimento: testo e immagine, in I margini del Libro. Indagine teorica e storica sui testi di dedica. Atti del Convegno internazionale di studi. (Basilea, 21-23 novembre 2002), a cura di M.A. TERZOLI, Padova, Antenore, 2004, pp. 45-52.

[13] L’accordo spostò per breve tempo l’asse delle alleanze estere del ducato di Milano dalla Francia alla Borgogna. Tuttavia, le disfatte militari inferte all’esercito del Temerario a Grandson e Morat spinsero ben presto Galeazzo Maria a rinnovare gli accordi con Luigi XI, come osserva R. FUBINI, I rapporti diplomatici tra Milano e Borgogna con particolare riguardo all’alleanza del 1475-1476, in Milano e Borgogna. Due stati principeschi tra Medioevo e Rinascimento, a cura di J.M. CAUCHIES e G. CHITTOLINI, Roma, Bulzoni, 1990, pp. 95-114.

[14] Si tratta rispettivamente dei codici Bruxelles, Bibliothèque Royale de Belgique, ms. 9242; Vienna, Österreichisce National Bibliothek, ms. 2549; Paris, Bibliothèque Nationale de France, ms. Fr. 9342. L’iconografia dei loro frontespizi è studiata in P. SCHANDEL, Les images de dédicace à la cour de Bourgogne, in Miniatures flamandes 1404-1482, a cura di B. Bousmanne, T. Delcourt, Paris, BnF, 2011, pp. 66-80.

[15] Posto sotto la protezione della Vergine e di sant’Andrea, l’ordine fu istituito a Bruges, il 10 gennaio 1430, durante le feste per le nozze del duca Filippo con Isabella di Portogallo. Concesso originariamente a un massimo di ventiquattro cavalieri, aveva per gran maestro lo stesso duca. Suo scopo era la difesa della fede cattolica e del ducato di Borgogna. Ne era patrono l’eroe Giasone, cui venne associato il personaggio biblico di Gedeone, a partire dal primo capitolo dell’ordine (1431): J. PAVIOT, Du nouveau sur la création de l'ordre de la toison d'or, in «Journal des Savants», II, 2002, pp. 279-298.

[16] Cfr. P. SAVY, Conseils et conseillers à Milan sous les Sforza (1450-1499), in Conseils et conseillers dans l’Europe de la Renaissance, a cura di C. Michon, Tours, Presses universitaires de Rennes, 2012, pp. 175-209.

[17] Per la circolazione dei modelli figurativi dell’ars nova in Provenza e Savoia, permesso anche dall’invio di carnets de modèles, vedi S. LAGABRIELLE, La reception des modèles flamands, in Les arts en France sous Charles VII (1422-1461), catalogo di mostra (Parigi, 12 marzo-16 giugno 2024), a cura di M. DELDICQUE e M. HERMANT, Parigi, Réunion des musée nationaux-Grand Palais. 2024, pp. 208-247. L’intento di Galeazzo Maria Sforza di importare gli usi delle corti dei Valois è testimoniato dalle descrizioni della corte borgognona inviate dai suoi ambasciatori a Milano nel 1473: G. LUBKIN, A Renaissance court. Milan under Galeazzo Maria Sforza, Berkeley-Los Angeles-London, University of California Press, 1994, p. 95.

[18] Cfr. Vienna, Österreichisce National Bibliothek, ms. 1856. Per il Maestro di Antonio di Borgogna, così soprannominato per avere miniato tre manoscritti per il figlio naturale di Filippo il Buono, e per l’attribuzione a lui di questo manoscritto vedi P. SCHANDEL, Le Maître d’Antoine de Bourgogne, in Miniatures flamandes 1404-1482, cit., pp. 311-313. Per ipotesi sull’acquisizione, da parte dello Sforza, del Libro d’ore di Vienna e per una sua parziale riproduzione fotografica si veda in aggiunta P. SCHANDEL, Il libro d’ore di Vienna, in «FMR», IX, 2005, pp. 25-40. Ad oggi sono noti solo una decina di codici miniati su pergamene tinte di nero, tutti di provenienza fiamminga, sui quali C. MONTUSCHI, La rara eleganza della pergamena nera: il libro d’ore Vaticano Latino 9488, in Studi in onore del cardinale Raffaele Farina, a cura di A.M. PIAZZONI, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2013, pp. 701-768.

[19] É. MÂLE, L’art religieux de la fin du Moyen Age en France. ètude sur l’iconographie du Moyen Age et sur ses sources d’inspiration, Paris, Colin, 1932, pp. 62-64. Riguardo al successo letterario di questo personaggio e i nove mystères noti in cui compare G.D. SCHMIDT, A Fell Woman and Full of Strife. The Legend of Hédroit, the Smith's Wife, in «Mediaevalia» IX, 1985, pp. 47-61; S.M. LOEWALD, Quatre figures féminines apocryphes dans certains Mystères de la Passion en France, in «Fifteenth-Century Studies», XXVIII, 2003, pp.173-182.

[20] La miniatura è l’opera 24.12 del catalogo dell’artista così come riprodotta e schedata in J. Fouquet, Peintre et enlumineur du XV siècle, catalogo di mostra (Parigi, 25 marzo-22 giugno 2003), a cura di F. AVRIL, Paris, BnF, 2003.

[21] Esempi dell’arte dell’illustrazione fiamminga potrebbero essere stati visti da de Predis nel 1471, anno del passaggio a Milano del miniatore Jean Gillemer. Come nota R. PASSONI, Il Codice Varia 124 della Biblioteca Reale di Torino e Cristoforo de Predis, in Il Codice Varia 124 della Biblioteca Reale di Torino, a cura di A. VITALE BROVARONE, Torino, Allemandi, 1987, vol. I, pp. 85-113.

[22] Cfr. G. GENTILE, L’apparato iconografico, ivi, pp. 43-54, dove, considerando i titoli della biblioteca di Pavia, si osserva come i duchi di Milano possedessero più testi devozionali vicini alla sensibilità della meditazione immaginativa, come il De dominica passione di Bonino Mombrizio e i Sermoni di fra Roberto Caracciolo. 

[23] L’editio princeps del Zardino de oratione fu impressa nel 1494, presumibilmente a Venezia, dai torchi di Bernardino Benalio, ISTC in00078000. Da essa si cita la c. X2v.

[24] Il testo del Leggendario si legge nel volume di commento all’edizione anastatica, Il Codice Varia 124 della Biblioteca Reale di Torino, cit., p. 153.

[25] Per l’identificazione nel codice di paesaggi e architetture ispirate ai luoghi emblematici della Milano sforzesca si veda Il Leggendario Sforza-Savoia. Ms. Varia 124 della Biblioteca Reale di Torino, a cura di P.L. MULAS, Modena, Panini, 2013, pp. 70-73, dove si ipotizza che la frequenza dei richiami alle architetture del castello di Porta Giovia potrebbe essere un ulteriore omaggio dell’artista a Galeazzo Maria Sforza, che dal 1467 aveva ripristinato la residenza della corte nella fortezza. Nel manoscritto si colgono inoltre richiami alla chiesa di San Gottardo in corte, di San Lorenzo, di Santa Maria Maggiore e all’area di piazza del Duomo.

[26] Sull’organizzazione dello spazio scenico dei mystères e sull’uso di cartigli per marcare le mansiones in cui aveva luogo lo spettacolo, cfr. S. PIETRINI, Spettacoli e immaginario teatrale nel medioevo, Roma, Bulzoni, 2001, pp. 44-52; D. SMITH-G. PARUSSA-O. HALEVY, Le théâtre français du Moyen Âge et de la Renaissance: histoire, textes, mise en scène, Paris, L’Avant-scène théâtre, 2014.

[27] G. PAVERI FONTANA, Nuptialis celebratio, in Nozze principesche nel Quattrocento: corredi, inventari e descrizioni, a cura di E. MOTTA, Milano, Pirri, 1894, pp. 64-76: 59.

[28] Cfr. F. LEVEROTTI, Organizzazione della corte sforzesca e produzione serica, in Seta, Oro, Cremisi. Segreti e tecnologia alla corte dei Visconti e degli Sforza, a cura di C. BUSS, Cinisello Balsamo, Silvana, 2009, pp. 5-25; H. SMIT, Flemish tapestry weavers in Italy c. 1420-1520: a survey and analysis of the activity in various cities, in Flemish tapestry weavers abroad, a cura di G. DELMARCEL, Leuven, Leuven University Press, pp. 113-130.

[29] Cfr. Vincenzo della Scalona a Barbara di Brandeburgo, 24 aprile 1464. Milano. Carteggio degli oratori mantovani alla corte sforzesca (1450-1500), vol. vi, pp. 259-260. Si tratta solo di una tra le numerose menzioni dell’uso delle baltresche nelle feste pubbliche sforzesche. Sulle architetture effimere milanesi del Secondo Quattrocento, si veda J. GRITTI, Ceremonies Performed in Public Spaces: Ephemeral Architecture and Urban Itineraries in Sforza Milan, in «Architectural Histories», XII/1, 2024, pp. 1–19.

[30] Cfr. C. SANTARELLI, Riflessi della Milano musicale sforzesca nel codice Varia 124 della Biblioteca Reale di Torino, in «Music in art», XXXIII, 2008, pp. 30-37.

[31] Il testo degli Ordinati relativo alle spese per il macchinario della gola infernale è pubblicato in F. GABOTTO, Due sacre rappresentazioni in Torino nel secolo XV, in «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari», IX, 1890, pp. 98-104. 

[32] Cfr. Firenze, Biblioteca Nazionale, ms. Laur. Ash. 1190. La composizione del testo revellese dovette procedere in tempi diversi, da prima del 1479 (data di una rappresentazione della Conversione di Maria Maddalena poi compresa nel ciclo) a prima del 15 luglio 1490 (anno dell'explicit del manoscritto fiorentino). L’attivazione dell’ingegno dell’inferno è ricordata dal testo nella I e nella III giornata della recita: A. CORNAGLIOTTI, La Passione di Revello. Sacra rappresentazione quattrocentesca di ignoto piemontese, Torino, Centro studi piemontesi, 1976, p. XXIV; per l'esatta citazione dei passi del testo con le scene infernali, cfr. ivi, p. LXIV. L’uso di ingegni infernali è documentato molto presto in area francese, dove già nel 1212 l’abbazia di San Marziale di Limòges acquistò un infernus artificiose composite di forma non meglio precisata. Sappiamo invece dell’impiego di una bouche d’Enfer nel 1436 per l’allestimento della Passione di Metz, e nel 1474 per la recita dell’Incarnation et Nativité de Jésus-Christ di Rouen, e ancora nel 1477 per la Passione di Montferrand. Per informazioni più precise intorno a questa tipologia di apparati e alla loro diffusione in Francia e nella Penisola Iberica rinvio a F. MASSIP, L’inferno in scena: presenze diaboliche nel teatro catalano medioevale, in Dramma medioevale europeo. Atti della III conferenza internazionale su Aspetti del dramma medievale europeo (Camerino, 3-5 luglio 1998), a cura di S. HIGGINS e F. PAINO, Camerino, Università di Camerino, 1999, pp. 187-214; A. VITALE BOVARONE, Il quaderno di segreti d’un regista provenzale del Medioevo. Note per la messa in scena d’una Passione, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 1984, che fornisce anche l’edizione degli appunti di un maestro apparatore provenzale sulle modalità di realizzazione di ingegni scenici per rappresentare alcuni Mystères.

[33] Rimando, in particolare, alle considerazioni metodologiche riguardanti le affinità tra l’organizzazione degli spazi performativi e iconografici di P. VENTRONE, Paradisi e voli angelici nello spettacolo e nell’iconografia in Italia nel lungo Quattrocento, in «Drammaturgia», IX, 2022, pp. 11-41; e a quelle sulla continuità delle strategie narrative teatrali e figurative di L. WEIGERT, French Visual Culture and the Making of Medieval Theatre, New York, Cambridge University Press, 2015.


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fig. 01 - Ambito di Ambrogio da Marliano, Frontespizio con ritratto dei duchi e dei loro discendenti. Post 1464. Parigi, Bibliothèque Nationale de France, ms. Lat. 8128, f. 1r

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fig. 02 - Maestro delle Ore Birago, Galeazzo Maria Sforza accoglie il De impedimentis matrimonii di G. Ante 1488. Parigi, Bibliothèque Nationale de France, ms. Lat. 4586, f. 1r

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fig. 03 - Guglielmo Giraldi, Frontespizio del Libro del Salvatore di C. Bontempi. Circa 1470. Modena, Biblioteca Estense Universitaria, It. 353, f. 3r

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fig. 04 - Dreux Jehan, Frontespizio del Chroniques de Hainaut di J. Wauquelin. 1447-1448. Bruxelles, Bibliothèque Royale de Belgique, ms. 9242, f. 1r

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fig. 05 - Dreux Jehan, Frontespizio del Girart de Rossillon di J. Wauquelin, 1447-1448. Vienna, Österreichisce National Bibliothek, ms. 2549, f. 6r

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fig. 06 - Dreux Jehan, Frontespizio dell’Histoire d’Alexandre di J. Wauquelin, 1447-1448. Parigi, Bibliothèque Nationale de France, ms. Fr. 9342, f. 5r

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fig. 07 - Maestro di Antonio di Borgogna, Libro d’Ore. Forgiatura dei chiodi della s. Croce. Vienna, Österreichisce National Bibliothek, ms. 1856, f. 11r. Non datato

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fig. 08 - Cristoforo de Predis, Leggendario Sforza-Savoia. Strage degli innocenti. 1476. Torino, Biblioteca reale, Codice Varia 124, f. 47v

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fig. 09 - Cristoforo de Predis, Leggendario Sforza-Savoia. Banchetto di Erode. 1476. Torino, Biblioteca reale, Codice Varia 124, f. 144r

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fig. 10 - Cristoforo de Predis, Leggendario Sforza-Savoia. La cacciata dei dannati all’Inferno. 1476. Torino, Biblioteca reale, Codice Varia 124, f. 152r