Un «cantone» tutto per sé: libri e femminismo spirituale di Eleonora Duse

di Aline Nari

Data di pubblicazione su web 02/09/2025

Un «cantone» tutto per sé: libri e femminismo spirituale di Eleonora Duse
Cresciuta sul palcoscenico, autodidatta per necessità, analogamente ai comici della sua generazione, Eleonora Duse aveva ricevuto una formazione irregolare e poco approfondita, limitata sostanzialmente alle basi dell’istruzione necessarie al mestiere, tuttavia aveva saputo presto integrare la pratica mnemonica dei testi teatrali con la lettura di poesie, narrativa e saggi.[1] Varie testimonianze, e persino alcune caricature, ci restituiscono infatti l’immagine di una Duse appassionata ed erratica lettrice di libri, giornali e riviste, la cui lettura occupava quotidianamente, e ovunque si trovasse, le ore prima del pranzo.[2] In una vita scandita dai tempi poco ordinari della professione attoriale, la lettura pare dunque costituire per Duse una consuetudine dal carattere immersivo, totalizzante, istintivo che accompagna l’intero arco della sua vita.

Nei ricordi del pittore Alexander Wolkoff e di Ugo Ojetti, la scopriamo giovane mentre legge sdraiata per terra sui cuscini, sorridiamo alla sua caricatura svedese (in cui è ritratta circondata disordinatamente da molti volumi), la ritroviamo più matura in alcune foto, seduta in poltrona a Viareggio e Venezia, con il capo chino sulle pagine di un libro.[3]

Infine, dalla corrispondenza con l’amica Emma Lodomez Garzes, assume consistenza l’immagine di Eleonora seduta a leggere e scrivere presso il proprio «cantone», il tavolo con l’immancabile vaso di fiori, i cui petali servivano talvolta da contrassegno per le pagine più apprezzate.[4] Questo angolo esclusivo e appartato è certamente uno spazio fisico più angusto e provvisorio della «stanza tutta per sé» di Virginia Woolf, ma è anche il luogo dal quale l’attrice contempla un orizzonte ampio e sempre nuovo: Duse non è una Emma Bovary, che «portava i libri fino a tavola» in cerca di evasione da un quotidiano opprimente,[5] ma una donna che attraverso la lettura ridefinisce sé stessa.

Grazie al lavoro fondamentale di ricostruzione e catalogazione delle biblioteche della Duse compiuto da Anna Sica e dalle testimonianze desunte dai numerosi carteggi epistolari,[6] apprendiamo infatti che le letture dell’attrice riguardavano testi di letteratura, filosofia, memorie, viaggi, biografie, questioni religiose, sociali, artistiche, in italiano e francese soprattutto, ma anche in inglese e tedesco. Duse leggeva di tutto, ma con tale discernimento che, affidandosi alla propria intuizione, era in grado di dialogare, lei che non aveva ricevuto una vera istruzione, con i letterati e gli intellettuali del suo tempo, la cui lista (che annovera Boito, d’Annunzio, Deledda, Pancrazi, Papini, Serao, Rilke, fra i moltissimi altri) restituisce una ricchissima tessitura di relazioni.

Un discorso a parte merita poi il discorso sulla Duse lettrice in rapporto a d’Annunzio, narrazione che intreccia il piano della loro relazione amorosa (i libri che si regalano e si dedicano vicendevolmente), il piano della prosa e della drammaturgia dannunziana (Duse-Foscarina è protagonista de Il Fuoco; Francesca da Rimini – tragedia che il poeta dedicò a Eleonora Duse – ci presenta la lettrice forse più nota della storia della letteratura), il piano del sodalizio artistico tra i due: una pluralità di prospettive che concorrono a supportare il ritratto di una lettrice certamente onnivora, ma soprattutto intellettualmente vivace.[7] La questione centrale non è infatti l’insistenza sul fatto che Duse leggesse, ma cosa leggeva, come, perché e in quali periodi del suo percorso umano e artistico.

I libri e la letteratura dialogano con l’intimità psichica e affettiva della Duse, tanto da costituire un tramite anche nel rapporto con la figlia Enrichetta, che l’attrice ha voluto far crescere lontana dalla vita errabonda dei teatranti, privilegiando in definitiva l’istruzione della giovane alla vicinanza materna. In alcune lettere Eleonora si rammarica con la figlia per non avere con sé i propri volumi e doverne chiedere in prestito, in altre fornisce indicazioni alla giovane (sposata con lo studioso inglese Edward Bullough) per la ricerca dei testi letterari utili alla pubblicazione di un’antologia di autori italiani.[8]

Sica ha quindi giustamente sottolineato che i libri sono «l’oro» della Duse, il suo e il nostro tesoro; l’analisi della biblioteca non solo consente infatti di comprendere il carattere tutt’altro che meramente istintivo della sua arte, ma di scoprire il sostegno ideologico che si cela dietro alcune sue iniziative e soprattutto evidenziare come Duse possa essere considerata una delle intellettuali più significative del suo tempo.[9] Non quindi una Duse amica di letterati e artisti – la musa, l’ispiratrice, la donna desiderosa di partecipare a un milieu culturale elevato – ma un’artista-intellettuale ella stessa, in un’accezione articolata e contemporanea della definizione.

I libri sono il «guardaroba artistico» della «divina» e accompagnano l’attrice anche in tournée.[10] Tuttavia, per una persona sempre in viaggio non è certo semplice custodire molti volumi; per questo motivo Duse rinnova continuamente la propria biblioteca, comprando nuovi libri nelle città in cui soggiorna, mentre si limita a portare con sé solo pochi testi essenziali tra cui una Divina Commedia e le opere di Shakespeare. 

I libri – confida Duse al giovane Luciano Nicastro, conosciuto in libreria – aiutano a «chiarir la vita, sapere cosa è l’essere nostro e come l’anima può farsi luminosa»:[11] attraverso la lettura Duse cerca risposte esistenziali, non il raggiungimento di uno status. Persino il «Lavoro» attoriale (sempre scritto con l’iniziale maiuscola nelle tante lettere) è illuminato dalla lettura solo in quanto esso è inteso come vocazione totalizzante.[12]

Duse si discosta quindi dal coro di Bovary che domina il pubblico della nascente editoria di massa in Italia tra XIX e XX secolo,[13] è invece una lettrice singolare che cerca nella lettura un arricchimento globale della persona perché cultura «è quello che ci aiuta a comporre in armonia lo spirito, che lo distacca dal suo tumulto»:[14] il libro, dice, dà «la gioia di un’altra vita».[15]

È quindi nel quadro di una sensibilità anticipatrice, profonda e radicale, che si situa il progetto della Libreria delle Attrici, il cui fallimento è indicativo non dell’inconsistenza della proposta, ma della scarsa maturità dei tempi.[16]

 

Libri per le attrici

Siamo nel 1914, il movimento emancipazionista italiano ottiene le prime occasioni di importante visibilità e intanto si prepara la partecipazione dell’Italia al primo conflitto mondiale; la convinzione della preminenza della cultura nel processo di emancipazione, spinge Duse a dar vita a un progetto innovativo e utile rivolto alle giovani donne. L’idea della Libreria delle Attrici, una biblioteca e una casa, nasce infatti sulla scia del desiderio di contribuire concretamente a un miglioramento della situazione presente, partendo dalla mentalità e dall’educazione. Il progetto traduce la sensibilità filantropica di Duse (che ha lasciato le scene nel 1909, al culmine della popolarità), ma anche l’esigenza di porre rimedio alle lacune e ai torti di cui ha sofferto in prima persona nel corso della carriera, quali la ristrettezza culturale della categoria e il giudizio sociale legato al nomadismo delle attrici.[17] Secondo Duse, inoltre, l’arte della recitazione ha bisogno di cultura affinché l’interprete possa davvero penetrare la ricca psicologia dei personaggi, e delle loro vite, anziché affidarsi a un lavoro basato sulla ricerca di emozioni grossolane.

La sede della Libreria viene individuata in una piccola villa, circondata dal verde, alla periferia di Roma, in via Pietralata 14, a fianco di villa Torlonia, sulla Nomentana; gli ambienti interni sono composti da una biblioteca (in cui riunire libri utili all’educazione teatrale), da sale di lettura, adatte a ospitare anche incontri letterari e concerti, e da alcune stanze nelle quali far soggiornare le attrici.

Il 27 maggio 1914 la Libreria delle Attrici viene inaugurata alla presenza di molti artisti del mondo teatrale romano, di giornalisti, di intellettuali tra cui Grazia Deledda, Mario Praga, Giovanni Rosadi, Edoardo Boutet. Per l’avvio del progetto Duse, che ha messo a disposizione diecimila lire, ha potuto contare sul sostegno del Comitato Nazionale Donne Italiane e di alcuni entusiasti benefattori e benefattrici, ma incontra anche diverse diffidenze finanche da parte delle stesse colleghe, tra le quali Irma Grammatica.[18] Le contestazioni e i dubbi riguardano non la spinta ideale sottesa all’iniziativa, ma la reale utilità della Libreria, reputata non accessibile per mancanza di tempo alle giovani attrici sfruttate, inutile per le professioniste più esperte: al confronto la Cassa di Previdenza e una Casa di riposo per gli artisti appaiano senz’altro progetti di più immediata urgenza e validità. Così, nel febbraio 1915, a pochi mesi dall’inaugurazione e dallo scoppio della guerra, la Libreria delle Attrici viene smantellata e i libri della Duse dapprima conservati presso un deposito a casa dell’amica Maria Osti Giambruni, poi spediti alla figlia Enrichetta a Cambridge.[19]

Contraria alle accademie, convinta che ogni interprete dovesse trovare un proprio metodo attoriale, Duse declina attraverso la Libreria anche una propria visione della pedagogia teatrale, esprimendo tuttavia in primis la propria convinzione che ogni donna abbia diritto all’auto-realizzazione, non solo quella prettamente economica e sociale, ma esistenziale. Nel passaggio dal «cantone» alla Libreria si manifesta dunque il senso di una proposta che invita le donne a intraprendere attraverso la lettura un percorso di individuazione che, per usare un’espressione che di lì a poco avrebbe coniato nell’ambito della psicologia analitica Carl Gustav Jung, le conduca «a farsi sé».[20]

Femminismo pratico e spiritualità

Il progetto della Libreria delle Attrici, emanazione della Duse lettrice e intellettuale, nonché del suo maternage verso le giovani attrici, esprime la convinzione che il processo di emancipazione femminile dovesse cominciare dalla cultura e che questo proposito fosse il contributo che ella poteva dare al movimento.

«Se posso lavorare per il Comitato delle Donne Italiane, lavorerò. Ho già scritto alla Spalletti», annuncia determinata Eleonora Duse alla figlia Enrichetta il 29 agosto 1914.[21] La Spalletti è Gabriella Spalletti Rasponi, presidentessa del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane (CNDI), sostenitrice del suffragio universale, nonché animatrice di salotti intellettuali e ideatrice di iniziative volte al miglioramento della condizione delle operaie.[22] Tra Duse e Spalletti intercorse una brevissima corrispondenza, grazie alla quale ci viene restituito l’entusiasmo della contessa per il desiderio della diva di partecipare al movimento di emancipazione femminile italiano.[23] Nel periodo di esilio dalle scene (1909-1921), prima dello scoppio della guerra, Duse parteciperà infatti al primo congresso del CNDI e appunto darà vita alla Libreria delle Attrici, iniziativa originale e coraggiosa nella quale si riflette quello che è stato giustamente definito da Laura Mariani il «femminismo pratico» dell’attrice.[24] Analogamente ad altre professioniste della scena del suo tempo, Duse preferì infatti promuovere azioni concrete di supporto alle donne piuttosto che esporsi dichiaratamente nella lotta politica.

Oltre alla lettera di Spalletti, le fonti per ricostruire i rapporti tra Duse e il movimento di emancipazione femminile sono costituite da alcuni brani riportati nella biografia di Olga Signorelli (tratti dai discorsi pronunciati dall’attrice in occasione del Congresso Internazionale Femminile, tenutosi a Roma dal 16 al 23 maggio 1914, cui l’attrice partecipò come membro del comitato d’onore),[25] dagli articoli e dichiarazioni pubblicate in occasione sia dell’annuncio del progetto sia dell’inaugurazione della Libreria delle Attrici. Da questi documenti, apprendiamo che Duse ebbe relazioni con alcune esponenti del vivace ambiente del femminismo milanese e romano, tra le quali figuravano le scrittrici Matilde Serao, Sibilla Aleramo, Ada Negri e ancora Ofelia Mazzoni, Cordula Poletti, Alberta Alberti (dama di compagnia e “vicefiglia” della Duse, la quale ebbe in carico la direzione dell’asilo Mariuccia dal 1903 al 1909),[26] Giuseppina Lemaire, direttrice della Libreria delle Attrici e collaboratrice di Spalletti.

Alcuni mesi prima del Congresso, Duse rilascia un’intervista al giornalista Michele De Benedetti, pubblicata sul «Giornale d’Italia» il 27 dicembre 1913 con il titolo Eleonora Duse parla del femminismo, dalla quale emerge un punto di vista la cui complessità è il riflesso delle diverse linee di pensiero presenti all’interno del movimento stesso. Contraria alla guerra fra i due sessi, ma sostenitrice delle pari opportunità, Duse sembra manifestare posizioni conservatrici, come per esempio il dubbio sul reale vantaggio dell’ingresso delle donne nel mondo maschile della politica. Ex bambina lavoratrice e autodidatta, Duse attribuisce un’importanza centrale all’educazione poiché su di essa si misura anche l’equivalenza fra i sessi; chiede che la donna venga considerata in quanto tale, e non solo come moglie e madre, senza per questo rinunciare alla femminilità; chiede un uomo che sia compagno e con il quale improntare un nuovo tipo di relazione. Duse afferma con incisività che le donne, liberate dallo sguardo sub specie Amoris dell’uomo, hanno diritto al lavoro e alla piena auto-realizzazione in modo da formarsi una concezione matura della vita.

Come scrive Mariani, «l’attrice così sembra lanciare alle “sorelle” del suo sesso un vero e proprio appello: lavorate, uscite dal chiuso, amate, vivete consapevolmente».[27] Duse rifugge dalla meschina contrapposizione tra maschile e femminile e guarda al movimento in senso ampio; sostiene che non sono solo le femministe, ma tutte le donne a chiedere un innalzamento della propria condizione sociale e della consapevolezza di sé. Una posizione orientata a valorizzare la dignità della persona umana e che probabilmente, proprio in ragione della sua profondità, non fu compresa da tutte anche all’interno del movimento. Dovremo del resto aspettare il capitolo «Dell’istruzione pubblica» della Carta del Carnaro (1920), prima costituzione a riconoscere il diritto di voto alle donne, perché l’elevazione spirituale e intellettuale sia considerata obiettivo fondamentale, affinché possa formarsi un individuo libero, cioè consapevole.[28]

L’intervista di De Benedetti a Duse suscitò diverse reazioni dalle quali possiamo desumere che ella fosse percepita come testimone autorevole (persino una testimonial, se vogliamo) anche riguardo alla questione femminile. Tra coloro che sentirono il bisogno di reagire alle dichiarazioni della Duse vi fu Elena Lucifero, aristocratica esponente del movimento nazionale femminista, moglie del senatore Alfonso Lucifero, la quale replicò tramite un articolo dal titolo Sul feminismo. Qui la marchesa sottolinea l’errore della «sorella d’armi» nel non riconoscere l’urgenza e il primato del voto politico e amministrativo, nonché di un’azione a livello legislativo sulla questione morale.[29]

Ciò che non fu probabilmente ben compreso (o pienamente accolto) allora è che la posizione di Duse nei confronti del movimento di emancipazione non fu ideologica, né in definitiva solamente concreta, cioè volta a trovare soluzioni utili e immediate, quanto piuttosto al contempo pratica e spirituale.  Certamente infatti Duse parla alle donne italiane della sua epoca, tuttavia, grazie allo scavo psicologico dei personaggi interpretati, il suo sentire appare connesso al dialogo con una radice più profonda del femminile, una radice che esula dal mero confronto con il tempo storico. Il femminismo di Duse è infatti quello della sua Nora ibseniana, ma anche delle sue Anna, Silvia, Elena dei drammi dannunziani: eroine accomunate da un destino tragico, donne fieramente sconfitte, mai vinte. Nella sua adesione al movimento, Duse non esprime dunque una posizione politica dettata dalla necessità dei tempi, ma insiste su un aspetto più intimo rispetto al sentimento di sorellanza belligerante che riunisce alcune frange del movimento delle donne.

Giustamente celebre, a questo proposito, è la sua invocazione al «compianto femminile», un luogo dell’anima nel quale si manifesta la supremazia del femminile, invocazione che, sebbene pronunciata con riferimento al lavoro introspettivo dell’attore, sposta il confronto fra i generi sul piano della fragilità umana e della capacità di offrire consolazione. Scrive infatti a Flores D’Arcais già nel 1885:

«Il fatto sta che, mentre tutti diffidano delle donne io me la intendo benissimo con loro! Io non guardo se hanno mentito, se hanno tradito, se hanno peccato, se nacquero perverse, purché io senta che esse hanno pianto, hanno sofferto o per mentire o per tradire o per amare...Io mi metto con loro e le frugo frugo non per mania di sofferenza ma perché il compianto femminile è più grande e dettagliato, è più dolce e più completo di quello che ne accordano gli uomini».[30]

Duse guarda ai caratteri interpretati (e alle donne) con partecipe vicinanza, la sua voce caritatevole verso le donne (come del resto verso la sofferenza in genere) è priva di soluzioni forse, ma anche di giudizio e di aristocratica distanza. Il femminismo di Duse è dunque, a nostro avviso, un’altra manifestazione della sua spiritualità, tratto appassionante, ma non ancora del tutto indagato, della personalità dell’artista. Infatti, sebbene Eva Le Gallienne, attrice e scrittrice, abbia dedicato all’argomento un libro dal titolo The Mystic in the Theatre: Eleonora Duse già nel 1966,[31] la spiritualità profonda e non confessionale dell’attrice costituisce un terreno di studio ancora in divenire.

Una direzione di ricerca suggerita, ancora una volta, dalle tracce – concrete e indiziarie – dei suoi libri, tracce dalle quali apprendiamo che ella possedeva, aveva letto o meditato, su testi eterogenei, ma tali da collocare la sua tensione spirituale nell’alveo della sensibilità anti-positivista dei cenacoli culturali che frequentava.

Tralasciando dunque in questo contesto le letture che desumiamo dai carteggi e tornando alla disamina dei titoli della biblioteca di Eleonora Duse, rileviamo che l’unico testo dichiaratamente ascrivibile alla questione femminile è un volumetto di Leonardo Bianchi, scienziato napoletano e politico nelle fila della sinistra democratica, intitolato La donna, testo che registra la conferenza tenuta dallo stesso Bianchi presso l’Associazione della Stampa a Roma, e nella Sala del Vittorio Emanuele, a Napoli, nel 1913. Più nutrita e interessante è invece la lista dei libri di argomento religioso e spirituale posseduti dall’attrice, libri la cui data di pubblicazione si colloca tra il 1908 e il 1921, dato che invita a sottolineare come questo interesse accompagni il periodo di ritiro di Duse dal palcoscenico. Se la lettura delle preghiere di San Tommaso d’Aquino è citata nelle pagine iniziali di Le Gallienne,[32] nella biblioteca di Duse troviamo Le cantique du soleil suivi du cantique des trois enfants dans la fournaise di San Francesco e uno studio del filologo e politico Ruggiero Bonghi sul Santo di Assisi, uno studio rilevante nell’ambito del dibattito culturale, religioso e scientifico, nel Novecento sulla questione delle stigmate.[33] Delle Laude di Jacopone da Todi Duse possedeva due esemplari,[34] mentre prediletta risulterebbe la lettura di Santa Caterina; in una lettera a Enrichetta del 18 ottobre 1915, Eleonora menziona infatti la «coffre dei Mistici», un baule di libri a lei particolarmente caro, con «in cima Santa Caterina», ma nella catalogazione di Sica compare invece una copia de Le più belle pagine in un’edizione del 1922, segno evidente che si tratti di un volume diverso.[35] La presenza nella Collezione della Casa dell’Arco di Asolo di Preghiere (1921) di Matilde Serao,[36] della Storia di Cristo dell’amico Giovanni Papini (1915), de Il cattolicismo rosso: studio sul presente movimento di riforma nel cattolicismo di Giuseppe Prezzolini testimonierebbero invece l’interesse di Duse per le istanze di rinnovamento della Chiesa nel primo Novecento veicolato anche dai letterati a lei più prossimi.[37]

Significativa, ci pare inoltre la predilezione di Duse per il filosofo Henri Bergson, di cui per altro Prezzolini era un ammiratore entusiasta; l’attrice possedeva infatti diversi titoli del padre dello Spiritualismo, tra cui risaltano Matière et mémoire: essai sur la relation du corps à l’esprit e due edizioni (una del 1919, l’altra del 1920) de L’énergie spirituelle: essai et conférences,[38] saggi che rimandano alla ricerca di una spiritualità del corpo, ricerca sentita con particolare vivacità da alcune frange del movimento femminista internazionale e dal fermento legato al rinnovamento della danza tra XIX e XX secolo.[39]

Un’eco del fascino esercitato dalle religioni orientali nell’air du temps, è invece affidato a due testi sull’arte buddista e indiana, che arricchiscono l’elenco dei volumi dedicati all’arte posseduti dall’attrice.[40]

Grazie quindi a futuri approfondimenti capaci di confrontare la biblioteca reale dell’attrice con quella mancante (composta da tracce, supposizioni e perdite) sarà possibile illuminare in modo ancora nuovo la figura intellettuale di Eleonora Duse nonché, riguardo ai temi qui proposti, comprendere il radicamento ideologico dei suoi autentici slanci vitali di donna rivoluzionaria, e persino penetrare il suo modus operandi come artista, la sorgente spirituale alla quale attingeva per sostenere i suoi celebri silenzi.

 


[1] I contenuti generali di questo nostro contributo sono stati presentati in occasione della Giornata di Studi DUSE 100. Teatro, Cinema, Danza, organizzata nell’ambito delle attività didattiche del Dottorato di Ricerca interuniversitario Pegaso in Storia delle Arti e dello Spettacolo delle Università di Firenze-Pisa-Siena. Il Convegno, tenutosi il 4 dicembre 2024 presso l’Aula magna del Centro congressi “Le Benedettine” di Pisa, è stato realizzato grazie alla direzione scientifica di Eva Marinai e del comitato composto da Cristina Jandelli, Teresa Megale, Francesca Simoncini, Chiara Tognolotti.

[2] Si rinvia in merito alle testimonianze di Arrigo Boito, Olga Signorelli e altri citate in M. DE LEO, Duse grande lettrice. Libri per «la gioia di un’altra vita», in Voci e anime, corpi e scritture. Atti del Convegno Internazionale su Eleonora Duse, a cura di M.I. BIGGI e P. PUPPA (Venezia, 1-4 ottobre 2008), Roma, Bulzoni, 2009, pp. 373-388.

[3] Per i ritratti di Duse lettrice di Alexander Wolkoff e Ugo Ojetti, si veda ivi, p. 379. La caricatura a cui si fa riferimento è riprodotta in M. SCHINO, Eleonora Duse. Storia e immagini di una rivoluzione teatrale, Roma, Carocci, 2023, p. 140.

[4] «Un tavolo, un foglio di carta scrivente, un vasetto di fiori da due soldi e un libro = amai così il mio primo cantone. AIUTATI» – consiglia Duse a Emma Lodomez Garzes (si veda M. ZANNONI, Forse tu sola hai compreso. Lettere di Eleonora Duse a Emma Lodomez Garzes, Marsilio, Venezia, 2021, pp. 223-224).

[5] G. FLAUBERT, Madame Bovary, in ID., Romanzi, Mondadori, Milano, 1992, p. 151.

[6] Alla biblioteca ritrovata di Eleonora Duse è dedicato l’importante studio A. SICA-A. WILSON, The Murray Edwards Duse Collection, Milano-Udine, Mimesis, 2012. Riguardo agli epistolari, si vedano le note 2, 4, 7.

[7] Eleonora Duse, la lettrice dannunziana è appunto il titolo della monografia a cui sto lavorando.

[8] Ma Pupa, Henriette. Lettere di Eleonora Duse alla figlia, a cura di M.I. BIGGI, Venezia, Marsilio, 2010. Riguardo ai suggerimenti per l’antologia, Biggi (ivi, p. XXVII) riporta che nel 1918 Enrichetta aiutò il marito Edward Bullough a compilare un’antologia di scrittori italiani, poi pubblicata con il titolo Cambridge Readings in Italian Literature, a cura di E. BULLOUGH, Cambridge, Cambridge University Press, 1920. Si veda in proposito A. SICA, A. WILSON, The Murray Edwards Duse collection, Milano -Udine, Mimesis, pp. 66-73.

[9] Cfr. ivi, p. 33: «The first time I set eyes on Eleonora Duse’s books, I realised that I had found substantial material for a superb academic paper. I was wrong. It is not just a worthy resource: it is Duse’s gold».

[10] Duse si esprime in questi termini nelle lettere a d’Annunzio, a Boito e alla figlia Enrichetta (cfr. ivi, p. 48).

[11] L. NICASTRO, Confessioni di Eleonora Duse, Milano, Gentile, 1946, vol. III, p. 30. Poi in DE LEO, Duse grande lettrice, cit., p. 374. Si veda in merito: M. ZANNONI, “Illustre Signora Duse”. Cento voci dall’archivio dell’attrice, Venezia, Marsilio, 2024.

[12] DE LEO, Duse grande lettrice, cit., p. 387: «Duse soleva dire a Eva Le Gallienne: “Ogni cosa confluisce nel lavoro”; e il lavoro non finiva mai perché messo alla prova e rinnovato di sera in sera».

[13] A questo aspetto in rapporto abbiamo dedicato la tesi di dottorato: A. NARI, Il lettor vero e la dama benevolente. Libri e lettrici nei romanzi di Gabriele d’Annunzio, Dottorato in “Analisi e interpretazione dei testi italiani e romanzi” XV ciclo, Università di Genova, 2005, tutor: prof. Franco Vazzoler.

[14] NICASTRO, Confessioni di Eleonora Duse, cit., p. 31, riproposto in DE LEO, Duse grande lettrice, cit., p. 379.

[15] Con Eleonora Duse si parla di teatro, di attori e di una Casa degli Artisti, in «Corriere della Sera», 6 marzo 1914, in ivi, p. 386 n. 35.

[16] M.I. BIGGI, La “Libreria delle attrici”, in Donne e teatro. Atti del convegno (Venezia, 6 ottobre 2003), a cura di D. PEROCCO, Venezia, Ca’ Foscari, 2004, pp. 107-124. Nell’ambito della Giornata di Studi DUSE 100. Teatro, Cinema, Danza (nota 1), è stato correttamente evidenziato il fatto che il progetto della Libreria delle Attrici segue di qualche anno un’altra iniziativa lungimirante quale quella del Teatro Brendel di Firenze, scelto dalla Duse per le prove dei suoi spettacoli sperimentali su testi di Ibsen.

[17] Il nomadismo della professione attoriale, e la condanna sociale nei confronti delle donne che esso comporta, è tema particolarmente sofferto per Duse nonché interessante per lo studio dei percorsi femminili di emancipazione. Vale la pena segnalare che Duse possedeva una copia de L’envers du music-hall del 1911 di Colette (A. SICA, A. WILSON, The Murray Edwards Duse collection, cit., p. 162), romanzo che fornisce una vivace testimonianza della condizione delle teatranti in quegli anni. Si veda in merito al randagismo delle attrici: L. MARIANI, Nel teatro: il nomadismo di Colette, in Donne e spazio nel processo di modernizzazione, a cura di D. GAGLIANI e M. SALVATI, Bologna, CLUEB, 1995, pp. 61-74.

[18] BIGGI, La “Libreria delle attrici”, cit., pp. 110-111.

[19] Si veda in merito il paragrafo The Discovery of the Actresses’ House Library Duse Collection, in A. SICA, A. WILSON, The Murray Edwards Duse collection, cit., pp. 62-66.

[20] Il concetto di individuazione fu elaborato da Jung nel 1920. Tale concetto è traducibile, secondo Jung stesso, nell’espressione “farsi sé”, cioè partecipare al processo di formazione ed espressione della propria individualità all’interno di uno sfondo collettivo.

[21] Ma Pupa, Henriette, cit., p. 45.

[22] Il Consiglio Nazionale delle Donne Italiane (CNDI) fu fondato a Roma nel 1903 allo scopo di sostenere e promuovere le opere femminili e rivendicare la condizione giuridica della donna. Improntato a un orientamento laico e pacifista, il Consiglio aderì all’International Council of Women. Per approfondimenti: G. SPALLETTI RASPONI, Il voto alla donna, Roma, s.i.t., 1920; U. FOSCHI, La contessa Gabriella Spalletti Rasponi, pioniera del femminismo italiano, Cesena, Stilgraf, 1997.

[23] Una lettera di Spalletti è stata pubblicata in M. ZANNONI, La Casa della Duse e il «femminismo pratico» delle attrici, in Ritratto di donna. Il sogno degli anni Venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi, a cura di S. PORTINARI, Vicenza, Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, 2019, p. 223. La lettera, nella quale Spalletti invita Duse a contattarla telefonicamente, è stata riprodotta anche in ZANNONI, “Illustre Signora Duse”, cit., p. 281.

[24] Vale la pena segnalare che il Congresso, sebbene la rappresentanza femminile fosse costituita da donne appartenenti all’aristocrazia e all’alta borghesia, rappresentò un passo ufficiale del movimento. Esso fu infatti inaugurato in Campidoglio alla presenza della regina Elena, nel ruolo di presidente onoraria, della principessa Letizia, del sindaco Ernesto Nathan e del ministro della Pubblica Istruzione Luigi Rava. L’evento fu inoltre seguito dalle maggiori testate giornalistiche del tempo, tra le quali «Il Giornale d’Italia», «L’Alleanza», «La Tribuna Illustrata» e il settimanale femminile «La Donna».

[25] Sul tema si veda L. MARIANI, “Femminismo” della Duse, in Il tempo delle attrici, Bologna, Mongolfiera, 1991, pp. 135-163.

[26] L’asilo Mariuccia, fondato da Ersilia Majno, fu una delle iniziative più significative del filantropismo laico del primo Novecento.

[27] MARIANI, “Femminismo” della Duse, cit., p. 152.

[28] Come rileva Giordano Bruno Guerri, il capitolo «Dell’istruzione pubblica» della Costituzione del Carnaro, largamente ampliato da d’Annunzio, è quasi una costituzione nella costituzione nella quale si afferma la centralità della cultura nella costruzione della società. G.B. GUERRI, Disobbedisco, Cinquecento giorni di rivoluzione, Fiume 1919-1920, Milano, Mondadori, 2019.

[29] «Quanto sei severa, o Eleonora Duse, anima nobile e forte, verso le femministe. Eppure fra le donne, “le vere donne, fra quelle che, come tu dici, chiedono sia riconosciuta anche in esse” l’elevatezza degli ideali, la nobiltà delle opere, l’equità dei diritti, le femministe sole sono quelle che a questa aspirazione vaga danno una voce ed un accento. Non basta, o Eleonora Duse, aspirare e soffrire nell’ombra, non basta neanche agire individualmente; gli sforzi isolati, le singole azioni, i singoli sospiri devono essere riuniti in un’aspirazione comune, in una parola d’ordine, in un appello d’armi e ci dev’essere chi presta la sua voce al mormorio sordo e confuso di malessere e di malcontento che sorge dall’anima oppressa di “tutte le donne, delle vere donne”» (E. LUCIFERO, Sul feminismo. La marchesa Lucifero ad Eleonora Duse, in «Il Giornale d’Italia», 28 dicembre 1913). L’estratto è pubblicato in ZANNONI, La Casa della Duse e il  «femminismo pratico» delle attrici, cit., p. 220.

[30] Citazione estrapolata da MARIANI, “Femminismo” della Duse, cit., p. 153. Il compianto, letteralmente un piangere assieme, menzionato nella lettera a Flores D’Arcais è un atteggiamento che ritroviamo anche nelle lettere di Duse alle amiche, come per esempio nella lettera a Boito in occasione del suicidio di Matilde Acton. Sulla questione si rinvia inoltre a L. MARIANI, Amicizie e “possesso di sé”, in Voci e anime, corpi e scritture, cit., p. 362.

[31] E. LE GALLIENNE, The Mystic in the Theatre: Eleonora Duse, London, Bodley Head, 1966.

[32] Il capitolo secondo del testo di Le Gallienne inizia infatti con la citazione di alcuni versi di una preghiera di San Tommaso d’Aquino, colta dal volumetto di cui l’autrice fornisce anche le indicazioni bibliografiche: «The above passage appears in a small book entitled Prières de St. Thomas d’Aquin, traduites et présentées par M. l’Abbé Sertillanges, and published at L’Art Catholique, 6 Place Saint-Sulpice, Paris, in the year 1920». L’autrice racconta che i primi versi che la Duse le chiese di leggerle (siamo nel 1923) furono: «Donne aussi à mon corps, o généreux Rémunérateur, la splendide clarté, la prompte agilité, la pénétrante subtilité, la forte impassibilité» (ivi, p. 8). Il volume in questione appartiene ora all’attrice Ellen Burstyn, che lo ha acquistato dalla compagna di Eva Le Gallienne, dopo la sua morte come dichiara nell’intervista inserita nel film documentario di Sonia Bergamasco Duse, the Greatest (2025).

[33] San François d’Assise, Le cantique du soleil suivi du cantique des trois enfants dans la fournaise, Paris, L’Art Catholique, 1918 (A. SICA, A. WILSON, The Murray Edwards Duse collection, cit., p. 180); R. BONGHI, Francesco d’Assisi. Studio con prefazione di Paul Sabatier, Città di Castello, S. Lapi, 1910 (ivi, p. 149).

[34] J. DA TODI, Laude: secondo la stampa fiorentina del 1490 con prospetto grammaticale e lessico, a cura di G. FERRI, Roma, Presso la Società, 1910; ID., Le laude secondo la stampa fiorentina del 1490 con prospetto grammaticale e lessico, a cura di G. F., Bari, Laterza, 1915. Entrambi gli esemplari appartengono alla Collezione Casa dell’Arco (A. SICA, A. WILSON, The Murray Edwards Duse collection, cit, p. 198).

[35] Nella lettera 112 del 18 o 19 ottobre 1915 si legge: «Dunque, Maria Osti mi aiuta a disfare un baule di Libri che ho fatto cercare al magazzino (nel deposito! Orrore) non avevo più niente da leggere e servirmi sempre dalla biblioteca di Adolfo de Bosis mi dava ingombro. Dunque questa mattina ho il baule dei “Mistici”: Santa Caterina in cima». Nella ricognizione di Sica (ivi, p. 158), troviamo invece: C. DA SIENA, Le più belle pagine, a cura di T. GALLARATI SCOTTI, Milano, Fratelli Treves, 1922. Sulla tematica segnaliamo inoltre Il baule dei mistici. Una ricerca sulla spiritualità di Eleonora Duse, progetto di ricerca drammaturgica curato da Paola Bigatto e affidato agli allievi dell’Accademia Teatrale Carlo Goldoni. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale, ha debuttato a Venezia presso l’Auditorium “Lo Squero”, all’Isola di San Giorgio, giovedì 30 maggio 2024. Con l’occasione, ringrazio Paola Bigatto per i preziosi stimoli ricevuti nel corso delle nostre conversazioni, nonché per la generosa condivisione di materiali utili alla mia ricerca.

[36] M. SERAO, Preghiere, Milano, Fratelli Treves, 1921 (A. SICA, A. WILSON, The Murray Edwards Duse collection, cit, p. 246).

[37] G. PAPINI, Storia di Cristo, Firenze, Vallecchi, 1921 (A. SICA, A. WILSON, The Murray Edwards Duse collection, ivi, p. 226); G. PREZZOLINI, Il cattolicismo rosso: studio sul presente movimento di riforma nel cattolicismo, Napoli, Riccardo Ricciardi, 1908; sempre di Prezzolini, Duse possedeva Il sarto spirituale: mode e figurini per le anime della stagione corrente, Firenze, Francesco Lamachi, 1907 (ivi, p. 234).  Nella medesima Collezione si segnala inoltre: A. PINCHERLE, I detti di Gesù, Milano, Bottega di “Poesia”, 1922; il volume reca la dedica: «Alla divina Eleonora Duse in omaggio reverente Bottega di Poesia e per essa Emanuele di Castelbarco, 2 agosto 2022» (ivi, p. 231). Duse possedeva una copia di Solitudine, raccolta di poesie della scrittrice Maria Luisa Fiumi, autrice anche di un volume sulle mistiche umbre. Il libro conserva una nota manoscritta dell’attrice in cui si legge «pagina 21 – il motto delle Clarisse “NON CLAMOR SED AMOR» (ivi, p. 178).

[38] H. BERGSON, Matière et mémoire: essai sur la relation du corps à l’esprit, Paris, Félix Alcan, 1908; ID., L’énergie spirituelle: essai et conférences, Paris, Félix Alcan, 1919 e 1920. Gli altri titoli della Collezione sono: Essai sur le données immédiates de la conscience e L’évolution créatrice (A. SICA, A. WILSON, The Murray Edwards Duse collection, Ivi, p. 143).

[39] Animato dal desiderio di conciliare esigenze materiali e spirituali, corpo e anima, il femminismo pratico e spirituale di Eleonora Duse ricorda quello di un’altra artista rivoluzionaria: Isadora Duncan, danzatrice e autrice di un cambiamento sostanziale nella storia della danza, legata a Eleonora da un rapporto di profonda amicizia, alimentata da una comune risonanza verso i temi qui affrontati. Si veda in merito S. Franco, Eleonora Duse e Isadora Duncan. Soggettività, immaginari, rappresentazioni, in M. I. Biggi, P. Puppa (a cura di), Voci e anime, corpi e scritture, cit., pp. 495-509. Riguardo invece ai rapporti tra la Duse e la danza del suo tempo rinvio al mio recente articolo: A. NARI, Corporeità danzanti e coreografie d’attrice: Eleonora Duse e la danza, «Arabeschi - Rivista internazionale di studi su letteratura e visualità», n.24, giugno-dicembre 2025.

[40] Si veda in merito A. SICA, A. WILSON, The Murray Edwards Duse collection, Ivi, pp. 193 e 199. Riguardo all’interesse di Duse per il Buddismo, De Leo sostiene che si è guardato a esso «con imbarazzo, come di una fantasia di contemporanei», ma è invece rilevante osservare che la lettura di Buddha si inserisce nel percorso di autoanalisi affrontato da Duse negli ultimi anni della sua vita. Sempre De Leo ci ricorda che Duse possedeva una statuina del Buddha; essa fu donata dalla figlia (che non la include fra le donazioni al Museo della casa di Asolo) a Gian Francesco Malipiero e da quest’ultimo a d’Annunzio (DE LEO, Duse grande lettrice, cit., pp. 384-385).