Indocile scena. La «forza d’urto» del don Milani di Mina Mezzadri
Il 27 maggio dello scorso anno cadeva il centenario della nascita di don Lorenzo Milani. In occasione della recente ricorrenza, riflettere sulla coeva ricaduta teatrale delle posizioni del divisivo sacerdote fiorentino significa dare voce al riflesso scenico del versante cattolico del dissenso italiano che, parimenti al fronte marxista, nella nostra penisola aveva animato la contestataria azione collettiva connessa al movimento del Sessantotto.[1] Un vivace e bifronte milieu che aveva dato luogo a una delle declinazioni più salienti del Nuovo Teatro italiano – non monolitica realtà ma melting pot di esperienze –[2] le cui scritture sceniche,[3] fra la fine degli anni Sessanta e i primissimi anni Settanta, si muovevano tanto sul versante plastico-visivo quanto su quello politico.[4] Ci soffermeremo su un caso paradigmatico della ricerca teatrale legata all’anima “cattolica” della contestazione: la première di uno spettacolo incentrato sulla portata sovversiva delle riflessioni del priore di Barbiana che, con oltre duecento repliche e quattro edizioni, conobbe una vasta eco, alimentata in partenza anche dalle polemiche e dalle denunce che ne avevano accompagnato il debutto trasformandolo in un caso giudiziario, giunto persino all’esame parlamentare.
Il 18 febbraio 1969 presso il fiorentino Rondò di Bacco, spazio teatrale situato nell’avancorpo all’estremità sinistra della facciata di Palazzo Pitti allora gestito dal gruppo Ouroboros di Pier’Alli, andò in scena la prima dello spettacolo L’obbedienza non è più una virtù, realizzato dalla Compagnia della Loggetta di Brescia, fondata nel 1960 e diretta dalla regista Mina Mezzadri.[5] Come è stato opportunamente notato, tale «compagnia d’avanguardia»,[6] fin dagli esordi animata dal «desiderio di seguire la strada della ricerca»[7] «di efficaci forme di comunicazione teatrale»,[8] in seguito al noto convegno di Ivrea si trovava «in prima fila nel sostenere la necessità di cambiamenti nell’ambito del panorama teatrale italiano».[9] Un perseguito e desiderato cambiamento che nella ricerca della Mezzadri – che pure aveva già battuto con successo anche la strada di un parossistico teatro visivo-performativo –[10] si era configurato come un’operazione teatrale volta sì a ricercare nuovi linguaggi per la scena ma senza rinunciare alla comunicazione di un preventivo testo drammatico, le cui modalità compositive e rappresentative diventavano esse stesse oggetti – in qualità di codici fra gli altri codici – della verifica scenica di vie divergenti e oppositive rispetto alla tradizione.[11]
L’obbedienza non è più una virtù era stato recepito dalla critica che lo aveva visto al Rondò come «un teatro di testimonianza e contestativo», «allineato con i cattolici del dissenso»,[12] volto a «ridimostrare la presenza della personalità di don Milani, come felicissima scaltra occasione per ridiscutere tante tensioni»[13] dell’allora contemporaneità. Uno spettacolo impegnato, dunque, che rientrava a pieno titolo fra gli esiti spettacolari legati al particolare contesto culturale del Sessantotto italiano, diventandone, peraltro, una sorta di simbolo.[14] Gottardo Blasich, collocandolo anche nel quadro degli altri spettacoli-documento già realizzati dalla compagnia bresciana a partire dal maggio del 1968, lo aveva colto in questi termini in seguito alla prima:
La Compagnia della Loggetta di Brescia quasi tocca un’estrema fase di un filone di attività con lo spettacolo-documento su don Milani. Valutando il proprio lavoro, seriamente orientato a un contatto quanto mai diretto sui problemi rischiosi della vita contemporanea, aveva ultimamente organizzato un disegno scenico sulla Grande Guerra (Dietro al ponte c’è un cimitero), e ancora prima aveva grottescamente e intelligentemente ironizzato sul rapporto tra sudditi e autorità nelle Lettere a un sindaco. […] L’impressione che il lavoro [su don Milani] sia un punto estremo al quale può giungere una simile ricerca non è limitativa o limitante la coerenza dell’attività svolta: coglie una prima reazione sostanzialmente positiva per la discrezione e sensibile duttile acutezza con la quale i problemi e le circostanze vissute dal prete fiorentino sono sentiti nella loro carica attualissima. La modestia anche dei mezzi impiegati nello spettacolo dimostra meglio delle precedenti realizzazioni in che modo si può agire politicamente nell’attività scenica, per affrontare coscientemente i problemi dei nostri giorni, e come non sia necessario forzare la realtà per intervenire attivamente su un pubblico.[15]
Un fatto teatrale che Blasich ergeva a exemplum efficace e dimostrativo di come fosse possibile realizzare un teatro politico capace di trattare con sensibilità e acutezza tematiche di cogente attualità quanto di incidere in modo attivo sugli spettatori senza «forzare la realtà». In riferimento alle diverse figure di teatranti e critici che animarono e/o recepirono i differenti ma compresenti spiriti di rinnovamento della coeva scena italiana, nell’ultima puntualizzazione è palpabile il piglio polemico del critico nei confronti dell’altra tendenza del teatro di ricerca, quella che invece, perseguendo soprattutto sperimentazioni sul campo del registro visivo e sulla parola intesa quale suono e rumore, lavorava per forzare quella realtà.
Mezzadri, auctor e artifex del testo drammatico e della regìa, su proposta di Renato Borsoni,[16] presidente e attore della Compagnia della Loggetta, aveva messo a punto uno spettacolo contenutisticamente incentrato – come annotava Gino Nogara dopo la première fiorentina contestualizzandone l’operazione – sulla «rielaborazione» degli
scritti di don Lorenzo Milani, il parroco “ribelle” di Barbiana, scomparso a 47 anni di leucemia [il 26 giugno del 1967], assolto da vivo dall’imputazione di apologia di reato mossagli per una lettera aperta ai cappellani militari sull’obiezione di coscienza, condannato in appello da morto per la stessa imputazione. Una vicenda che non può lasciar tranquillo chi si reputi uomo civile e cristiano. Oltre che sugli scritti, le testimonianze, la Mezzadri ha lavorato sugli atti del processo, cucendo il suo materiale con il filo di una lineare biografia da lei stessa tesa. Lavoro compiuto con molta serietà e responsabilità.[17]
Il lavoro era stato recepito dal critico come politicamente impegnato a scuotere, prevalentemente, la coscienza dell’«uomo civile e cristiano»: uno spettacolo certamente allineato ai cattolici dissidenti, ma che non fu solo e soltanto una autorappresentazione degli stessi.[18] Si trattava di una operazione compiuta a caldo, sulla scia del – nonché parallelamente al – corrente reportage giornalistico relativo alla condanna postuma di Milani per apologia di reato, a soli otto mesi dalla sua scomparsa.
Secondo la sentita ricezione di Roberto Rebora, al Rondò quello spettacolo-documento, presentando «lo straordinario personaggio del prete combattente per gli altri […] nel coraggioso cammino lungo il calvario degli ostacoli […] derivati dallo scontro con il potere civile e ecclesiastico», era arrivato «a segno con tutta la sua forza d’urto e la sua carica interiore evitando benissimo la naturale trappola dell’esemplarità».[19] La potenza d’impatto dello spettacolo era, anzitutto, dovuta agli scottanti temi trattati dal testo drammatico. Un copione permeato delle ben note invettive milaniane contro, ad esempio, la cultura borghese, l’ideologia liberale, le attività proposte dagli oratori parrocchiali, quella parte della Chiesa che promuoveva il sostegno alla Democrazia Cristiana, la stampa cattolica, l’elitarismo della scuola del suo tempo e, soprattutto, contro il reato di renitenza alla leva militare per obiezione di coscienza.[20] Il copione, articolato in tre atti, era stato costituito dalla Mezzadri sulla base di un montaggio di passi di scritti preesistenti del prete fiorentino, desunti dai
tre testi conosciutissimi di don Milani (Esperienze pastorali, Lettere a una professoressa, L’obbedienza non è più una virtù) oltre che da articoli e interventi sulla stampa (ivi compresa la duplice sentenza del Tribunale di Roma e della Corte d’Appello di Roma che assolveva e condannava la voce di don Milani come sostenitore dell’obiettore di coscienza) […].[21]
Un collage di materiali che, usando l’efficace espressione di Nogara, la regista aveva cucito insieme «con il filo di una lineare biografia da lei stessa tesa».[22] Ciò al fine di intrecciare
tre angolazioni della vicenda di don Milani: le esperienze nella sua prima tappa a S. Donato, e le preoccupazioni subito insorte di chiarire l’importanza e i limiti della solita vita parrocchiale e oratoriale; la solitudine della segregazione a cui è costretto a Barbiana e il nuovo impulso dell’interesse pedagogico, e infine il suo intervento a proposito dell’obiezione di coscienza, avvalorata da una singolare diagnosi storica, sul carattere aggressivo delle guerre degli ultimi cent’anni di vita italiana, indebitamente giustificate da una retorica ancora viva, operante non solo nei manuali di storia.[23]
L’itinerario teorico, pubblico e personale di don Milani, da San Donato a Barbiana, al Rondò aveva preso materialmente voce e corpo nell’esposizione alternata – e, come avrebbe notato Quadri, solo in superficie dalla «parvenza dialogica» –[24] di narrazioni, riflessioni e testimonianze condotta in scena solamente da «Renato Borsoni, espositore e agile interlocutore con il pubblico, e un secondo interprete, Aldo Engheben, che riprende[va] la testimonianza del sacerdote».[25] Ai due, nel copione, la drammaturga e regista bresciana aveva assegnato rispettivamente le parti di «Narratore grafico» e di «Testimone», collocandoli nel quadro di un palcoscenico significativamente bipartito sia dal punto di vista spaziale che da quello luministico. Vale la pena di leggerne la didascalia iniziale confrontandola con alcune fotografie di scena (figg. 1-5):
Il palcoscenico è diviso in due zone, definite da luci diverse.
A sinistra la zona destinata al Narratore grafico. In primo piano una tavola di carta per scenografia, tesa su telaio con manovella per consentirle di scorrere. Una scaletta, a tre gradini, per accedervi. Una panca laterale per collocarvi barattoli e pennelli da un lato, libri dall’altro, con in mezzo uno spazio vuoto per sedere. Un riflettore, incorporato nel telaio della tavola di carta, con cordicella manovrabile dall’attore.
A destra la zona destinata al Testimone. In primo piano una lunga panca, in secondo un lungo tavolo, entrambi paralleli al proscenio. Dietro al tavolo due sgabelli. Come parete di fondo una tavola di carta scenografica illustrata con scritte come: “I care”, “Io escribo porque me gusta estudiar. El niño qua [sic!] no estudia – no es buen revolucionario”.[26]
Lo spazio scenico, essenziale ma incisivo, costituito da accessori e modulato da luci semplici ma distinte, era dominato dal legno e dalla carta: materiali, dal punto di vista metaforico, volutamente correlati alla configurazione e alla polivalente destinazione d’uso dell’aula della scuola di Barbiana[27] (fig. 6), di cui la Mezzadri riportava le scritte simbolo[28] e dove si era recata durante le fasi preparatorie dello spettacolo. Un assetto sineddotico – o, meglio, metonimico – nel quale la critica aveva opportunamente ravvisato la restituzione per accenni di una classe scolastica o di una sala conferenze,[29] ma nel quale, soprattutto in relazione al processo per apologia di reato, non si fatica a intravedere anche un essenziale rimando a un pulpito di tribunale.
Su tale scena diadica, come appuntavano i critici, gli attori «con spontaneità d’eloquio e di gesto» illustravano «al pubblico […] l’essenziale del pensiero evangelico di Don Milani».[30] Da un lato il Narratore grafico, Borsoni, vestito di bianco con copione alla mano (figg. 1-4) esponeva con la sua caratteristica erre alla francese[31] la biografia del priore di Barbiana stesa dalla Mezzadri e, proprio mediante tale «racconto oggettivato»,[32] introduceva, commentava e contestualizzava la testimonianza degli scritti di don Milani, affidata, appunto, al Testimone. Dall’altro questi, Engheben, dotato di una incisiva «voce baritonale»,[33] indossando come costume quella che sembra essere una divisa militare (fig. 2) – ossimorico contraltare pacifista, simbolo della lotta per la conquista della liceità dell’obiezione di coscienza – riprendeva sì le parole del sacerdote fiorentino ma limitandosi a pronunciarle,[34] a “citarle”. Ossia – come osservava Rebora – a portarle, «dette in prima persona», con voce profonda e grave, senza tuttavia ricreare «il personaggio di don Lorenzo Milani […] sul palcoscenico».[35]
In tale allestimento – recepito al Rondò come «una spoglia, asciutta documentazione scenica», come «una discreta equilibrata enunciazione di fatti» –[36] a dominare la scena era stata anche la presenza dialettica di due tableaux illustrativi: uno fisso, l’altro avvolgibile e a contenuto variabile. Sul pannello alle spalle del Testimone campeggiavano i motti della scuola di Barbiana (figg. 4-5). Dal lato opposto, invece, sulla lavagna a carta scorrevole il Narratore grafico, avanzando «con rapida mano»[37] e usando «la sinistra allo stesso modo della destra»,[38] illustrava attraverso «disegni, parole e numeri alla vista del pubblico gli argomenti trattati»[39] commentando «graficamente l’ambiente in cui operava don Milani e lo sfondo sociale preso di mira»,[40] di volta in volta, dalle parole del Testimone. Questo espediente scenico, che aveva conferito allo spettacolo «una graffiante visualità»,[41] era stato qualificato da Quadri quale «elemento di chiarimento» e, al contempo, «di distrazione».[42] Ciò in forza delle manifeste modalità e «intenzionalità» dello spettacolo di mettere «tutti di fronte alla propria responsabilità»,[43] come avvertiva Rebora, ossia di offrire «una sollecitazione instancabile della coscienza, un invito alla meditazione» che aveva coinvolto tutti al di là della personale «posizione di ognuno di fronte ai problemi della fede»,[44] come più tardi avrebbe scritto Roberto De Monticelli. In altri termini, l’intenzione, ostacolando una piena identificazione empatica, di forzare gli spettatori a esercitare una funzione critica nei confronti di ciò che vedevano e ascoltavano. Bandendo ogni immedesimazione da parte di Borsoni ed Engheben (non a caso definiti Narratore grafico e Testimone e incaricati, con lo sguardo spesso volto al pubblico, uno a narrare e l’altro a citare) e collocandoli in uno spazio scenico non realistico ma congegnato sinteticamente per accenni nonché occupato da riflettori a vista e dai sopraccitati cartelli, la Mezzadri aveva realizzato un oggetto-spettacolo di evidente matrice brechtiana.[45]
Sempre al fine di favorire una fruizione distaccata e lucida – straniata – dello spettacolo e, dunque, di «intervenire attivamente»[46] sugli spettatori, il complessivo assetto spaziale non aveva coinvolto la sola impalcatura scenica ma l’intera sala teatrale. Dalla critica apprendiamo che le azioni degli attori, condotte sia «in scena» che «su e giù per la sala»,[47] anche tra il pubblico in mezzo al quale scendevano,[48] avevano fatto «ricco e vivo il rapporto creato tra palcoscenico e platea».[49] Grazie ad alcune fotografie di scena e alle didascalie del copione, sappiamo che l’orchestrazione dei movimenti degli attori messa a punto dalla regista aveva coinvolto, oltre all’occupazione totale della scatola scenica unitamente alla scaletta praticabile posta ai piedi della ribalta (figg. 1-2), due posti a sedere della platea, sui quali entrambi gli attori erano seduti all’inizio dello spettacolo,[50] nonché l’occupazione, soprattutto da parte di Borsoni seguito da un occhio di bue, della porzione di sala antistante l’avanscena (fig. 3) e degli spazi liberamente percorribili fra le poltrone (fig. 4).[51]
L’obbedienza non è più una virtù, ospitato al Rondò di Bacco fino al 20 febbraio e successivamente replicato in più di duecento occasioni, fu indubbiamente uno spettacolo di grande successo.[52] Una notorietà alimentata anche dalle denunce che avevano fatto seguito alla première fiorentina. Nella affollatissima saletta di Palazzo Pitti, oltre alla madre di Milani in compagnia di numerosi ragazzi della scuola di Barbiana,[53] erano infatti presenti «anche ospiti meno graditi»,[54] che durante il dibattito conclusivo – per la Mezzadri parte integrante dello spettacolo –[55] avevano «contestato l’arbitrarietà della documentazione, valutandola uno stimolo alla disobbedienza alle leggi della società civile ed ecclesiale».[56] I fautori della contestazione, passando dalle parole ai fatti, il giorno seguente avevano denunciato lo spettacolo alla procura di Firenze, che due giorni dopo provvide a far sequestrare una copia del testo drammatico. Un breve intervento anonimo apparso sulle pagine de «l’Unità» ci informa sull’accaduto:
Firenze, 22 [febbraio 1969].
Una copia del lavoro teatrale dal titolo L’obbedienza non è più una virtù ispirato al noto libro di Don Milani è stata sequestrata per ordine del sostituto procuratore della Repubblica di Firenze, dott. Casini, al quale è stata affidata l’inchiesta aperta dalla procura dopo la denuncia di due cittadini [Alfonso Ughi e da Enzo Daddi] che si sono qualificati ex combattenti, invalidi e decorati al valor militare.
Il lavoro teatrale è tratto dagli atti del processo svoltosi a suo tempo contro don Lorenzo Milani, il parroco di Barbiana del Mugello (Firenze) che fu processato per aver difeso gli obiettori di coscienza. Secondo i denuncianti, gli autori del lavoro, gli attori ed il regista mettendo in scena L’obbedienza non è più una virtù avrebbero vilipeso la religione e le forze armate ed avrebbero incitato all’odio di classe.
Il dott. Casini, ricevuta la denuncia [il 19 febbraio], si recò ieri l’altro sera [il 20 febbraio] al Rondò di Bacco dove la «Compagnia della Loggetta» stava recitando ed assistette all’intero lavoro. Ieri, come si è detto, ha ordinato il sequestro di una copia del testo per poter leggere attentamente il dialogo e trarne le conseguenze che riterrà opportune. Il sequestro non implica la sospensione del lavoro che non verrà replicato a Firenze essendo ormai terminate le recite, ma sarà presentato a Brescia prima della fine del mese.[57]
In seguito alla denuncia presentata dal ragioniere Enzo Daddi e dal commissario straordinario del MSI di Firenze Alfonso Ughi,[58] secondo i quali gli attori e la regista avrebbero «vilipeso la religione e le forze armate ed […] incitato all’odio di classe», il sostituto procuratore Carlo Casini, il giorno dopo aver assistito allo spettacolo, provvide ad aprire l’inchiesta e a disporre il sequestro del copione. Ciò in seguito anche a una seconda denuncia sporta, sostanzialmente in contemporanea, dai «presidenti di varie associazioni d’arma», che avevano accusato «il lavoro teatrale di ledere i valori morali posti a base delle categorie da loro rappresentate».[59]
Il 19 maggio, a distanza di tre mesi, il caso era arrivato finanche in Parlamento, in occasione di una interrogazione parlamentare rivolta agli allora ministri del turismo e dello spettacolo nonché della difesa, i democristiani Lorenzo Natali e Luigi Gui, da parte dei deputati Giorgio Almirante e Giuseppe Niccolai del MSI, i quali, oltre a sostenere gli argomenti dei denunciatori, ne rincararono vistosamente la dose. Per cogliere le risonanze dell’impatto che lo spettacolo aveva avuto su alcuni schieramenti e compagini dell’Italia della fine degli anni Sessanta – contro i cui valori e mentalità si contrapponeva il generale clima di tensione e di contestazione – vale la pena di leggere l’intera discussione parlamentare contenente l’interrogazione e la risposta di Natali, il quale, pur menzionando l’atto ufficiale che nel 1962 aveva sancito l’abolizione della censura sul teatro di prosa, sostanzialmente se ne lavava le mani:
ALMIRANTE e NICCOLAI GIUSEPPE – Ai Ministri del turismo e spettacolo e della difesa. – Per conoscere se siano al corrente del fatto che[,] a seguito di denuncia sporta da un gruppo di cittadini ex combattenti, la procura della Repubblica di Firenze ha aperto una inchiesta sulla rappresentazione teatrale L’obbedienza non è più una virtù, che ha luogo in quella città. Se siano al corrente del fatto che detta rappresentazione teatrale consiste in un ignobile attacco contro le forze armate in genere e i cappellani militari in particolare; e in una esaltazione del rifiuto alla obbedienza. Se ritengano che, a prescindere dalla indagine giudiziaria, sia opportuno e necessario un intervento governativo per risparmiare alla città di Firenze e al resto d’Italia, qualora la rappresentazione dovesse ripetersi altrove[,] una vergogna del genere. (4-04233)
Risposta. – Lo spettacolo L’obbedienza non è più una virtù è stato messo in scena nei giorni 18, 19 e 20 febbraio 1969 nel teatro Rondò di Bacco di Firenze, a cura della compagnia «La loggetta di Brescia», ospitata dal complesso sperimentale fiorentino denominato OUROBOROS che agisce presso quel teatro.
Il testo del lavoro in questione non è stato presentato a questo Ministero per la revisione, atteso che, ai sensi dell’articolo 11, primo comma, della legge 21 aprile 1962, n. 161, la rappresentazione in pubblico dei lavori teatrali non è soggetta – di regola – a nulla osta ministeriale.
L’accertamento di eventuali reati che dovessero configurarsi per effetto di tali rappresentazioni resta pertanto riservato all’autorità giudiziaria alla quale compete, conseguentemente[,] l’adozione delle necessarie misure cautelative e repressive.
Il Ministro del turismo e dello spettacolo: Natali.[60]
Al di là della confisca del copione e a dispetto di quel polverone, nessun provvedimento aveva comportato la sospensione dello spettacolo, le cui repliche procedettero in giro per l’Italia con regolarità.[61] La vicenda che aveva coinvolto l’intera compagnia, che a Brescia aveva subito anche casi di aggressione da parte di squadre neofasciste legate al MSI,[62] si concluse a distanza di poco più di un anno, nel maggio 1970, con l’archiviazione del caso e la piena assoluzione degli imputati. Nello spettacolo, secondo il sostituto procuratore Casini, non era ravvisabile alcun reato, semmai soltanto «la riproposizione […] del problema relativo alla disciplina giuridica del fenomeno “obiezione di coscienza” […] in una prospettiva più generale che trascende[va] i singoli episodi storici e riguarda[va] il futuro».[63] Con le opportune sfumature del caso, anche il nostro.[64]
[1] Sul lungo Sessantotto italiano, si veda P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi (1989), Torino, Einaudi, 2006, pp. 404-468. Per uno sguardo transnazionale del fenomeno, si veda M. FLORES-G. GOZZINI, 1968. Un anno spartiacque, Bologna, il Mulino, 2018. Sull’influenza di Milani nella temperie culturale del Sessantotto, si veda Salire a Barbiana. Don Milani dal Sessantotto a oggi, a cura di R. MICHETTI e R. MORO, Roma, Viella, 2017 e, in particolare, sui lavori teatrali, cinematografici e televisivi incentrati sul sacerdote fiorentino, F. RUOZZI, Riflettori su Barbiana: teatro, cinema e televisione, in ivi, pp. 153-203.
[2] Sul fenomeno del Nuovo Teatro italiano, si vedano almeno: R. TESSARI, Teatro italiano del Novecento. Fenomenologie e strutture. 1906-1976, Firenze, Le lettere, 1996, pp. 103-158; M. DE MARINIS, Il Nuovo Teatro 1947-1970 (1987), Milano, Bompiani, 2005, pp. 151-180; D. VISONE, La nascita del Nuovo Teatro in Italia 1959-1967, Corazzano (Pisa), Titivillus, 2010; S. MARGIOTTA, Il Nuovo Teatro in Italia 1968-1975, Corazzano (Pisa), Titivillus, 2013; M. VALENTINO, Il Nuovo Teatro in Italia 1976-1985, Corazzano (Pisa), Titivillus, 2015. Documenti preziosi relativi agli artisti e agli spettacoli legati al Nuovo Teatro sono accessibili on line nella sezione Archivio Storico del portale “nuovoteatroitaliano.it” (https://nuovoteatroitaliano.it/), diretto da S. MARGIOTTA e L. MANGO. Ulteriori materiali sono consultabili anche sul sito Nuovo Teatro Made in Italy (https://nuovoteatromadeinitaly.sciami.com/), diretto da V. VALENTINI e strettamente connesso al suo volume Nuovo Teatro Made in Italy 1963-2013, con saggi di A. BARSOTTI, C. GRAZIOLI e D. ORECCHIA, Roma, Bulzoni, 2015.
[3] Sulla nozione di “scrittura scenica”, si veda L. MANGO, La scrittura scenica. Un codice e le sue pratiche nel teatro del Novecento, Roma, Bulzoni, 2003, in partic. pp. 13-73.
[4] Giorgio Pullini rilevava in presa diretta «almeno due tendenze predominanti fra le molte del decennio. Una prevalentemente plastico-visiva e in termini di creazione fantastica, non sdegnosa di richiami all’esperienza futurista, a quella dadaista e al surrealismo. L’altra, invece, prevalentemente politicizzata e in termini di contestazione ideologica, disposta a rinunciare alla bellezza dello spettacolo per l’affermazione, magari provocatoria, di una tesi polemica» (G. PULLINI, Teatro italiano del Novecento, Bologna, Cappelli, 1971, pp. 207-208). Come ha avvertito Gerardo Guccini, per gli organizzatori del noto convegno d’Ivrea, «la nozione di Nuovo Teatro si prestava a indicare la ricerca del nuovo e la polemica contro istituzioni politiche e teatri ufficiali»; in altri termini, «si intendeva dare una rappresentatività artistica plurale – e cioè comprensiva del “teatro d’avanguardia” e del “teatro politico” – alla diffusa insofferenza delle culture antagoniste nei riguardi della cultura ufficiale» (G. GUCCINI, Usi strategici delle espressioni Nuovo Teatro e avanguardia quali concetti guida delle leve emergenti negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, in «Biblioteca teatrale», n.s., 2019, 129-130, pp. 163-176: 166-167). Per un’acuta riflessione riguardo agli impieghi delle espressioni “Nuovo Teatro” e “avanguardia” fra gli anni Sessanta e Ottanta e, conseguentemente, al peso storico che tali nozioni hanno avuto – e hanno – nella definizione del fenomeno italiano, si rimanda all’intero saggio di Guccini.
[5] Sulla compagnia, si veda E. FIRENZE, La direzione artistica della Compagnia della Loggetta, in Mina Mezzadri. Il segreto di un altrove. La regia di una donna libera, a cura di E. F., Urbino, QuattroVenti, 2009, pp. 49-120 e MARGIOTTA, Il Nuovo Teatro in Italia 1968-1975, cit., pp. 53-57, 105-110.
[6] P. CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, in M. MEZZADRI, Don Milani a teatro. L’obbedienza non è più una virtù, Brescia, Scholé (Morcelliana), 2019, pp. 97-115: 115.
[7] A. CAPRONI, Il Centro teatrale bresciano diretto da Renato Borsoni, in Il Centro teatrale bresciano. Settimana del teatro, 10-14 maggio 2004, a cura di V. GARAVAGLIA, Roma, Bulzoni, 2006, pp. 19-32: 19.
[8] MARGIOTTA, Il Nuovo Teatro in Italia 1968-1975, cit., p. 105.
[9] V. GARAVAGLIA, Introduzione a Il Centro teatrale bresciano, cit., pp. 11-17: 13.
[10] Così Antonio Valenti, in occasione del «calorosamente applaudito» allestimento di L’obbedienza non è più una virtù presso il Teatro Santa Chiara di Brescia, commentando la svolta registica della Mezzadri verso un teatro-documento in relazione ai suoi precedenti spettacoli: «Partita con la frenesia della scena che la induceva a ridurre a “balletti” vorticosi e coloriti i testi che rappresentava, adesso è giunta alle secche del teatro didascalico e del teatro-documento: non c’è più la volontà di portare in palcoscenico delle maschere stilizzate, dentro luci violente, che si muovevano esagitatamente, grottescamente, fino al parossismo (e questa sorte l’ebbe non solo Ionesco, ma anche Molière e Pirandello)» (A. VALENTI, Nel “collage” di don Milani la gioia dell’autoflagellazione, in «Giornale di Brescia», 27 febbraio 1969, cit. in FIRENZE, La direzione artistica della Compagnia della Loggetta, cit., p. 110). Il critico si riferiva alle seguenti regìe della Mezzadri: Jacques ovvero la sottomissione di Ionesco (1961), George Dandin di Molière (1962), I giganti della montagna di Pirandello (1963), su cui si veda FIRENZE, La direzione artistica della Compagnia della Loggetta, cit., pp. 76-79, 81.
[11] In accordo a P. BOSISIO, Presentazione a Mina Mezzadri. Il segreto di un altrove, cit., pp. 11-13: 11: la Mezzadri ha «saputo avvalersi di ciascuno dei codici che prendono parte al fatto teatrale, dalla musica alla prossemica, per esplorare il testo in ogni sua potenzialità, in opposizione a un teatro di parola “alla moda”».
[12] G. NOGARA, L’obbedienza non è più virtù, in «Il Dramma», XLV, 1969, 6, p. 119.
[13] G. BLASICH, L’obbedienza non è più una virtù di Mina Mezzadri, in «Letture», 1969, 4, pp. 315-317: 315.
[14] Così definito da CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., pp. 97-115. Già Paolo Puppa aveva rubricato lo spettacolo quale esempio rappresentativo del sessantottesco antimilitarismo: cfr. P. PUPPA, Teatro e spettacolo nel secondo Novecento (1990), Roma-Bari, Laterza, 2000, p. 185 e n. 12. Sullo spettacolo, inserito nel quadro del Sessantotto teatrale, cfr. anche MARGIOTTA, Il Nuovo Teatro in Italia 1968-1975, cit., pp. 107-108.
[15] BLASICH, L’obbedienza non è più una virtù, cit., p. 315. Sugli spettacoli Lettere a un sindaco di Renzo Bresciani e Dietro al ponte c’è un cimitero di Sandro Fontana realizzati nel 1968 con la regìa della Mezzadri, si veda FIRENZE, La direzione artistica della Compagnia della Loggetta, cit., pp. 104-108 e MARGIOTTA, Il Nuovo Teatro in Italia 1968-1975, cit., pp. 105-107.
[16] Cfr. FIRENZE, La direzione artistica della Compagnia della Loggetta, cit., p. 108 e CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., p. 101.
[17] NOGARA, L’obbedienza non è più virtù, cit., p. 119.
[18] Ancora Nogara: «Dai fatti ai principi generali, alla verità che non si può, da cristiani, non sentire la sola giusta, anche se ci scotta» (ibid.). Al riguardo, nel maggio seguente, Ettore Capriolo avrebbe annotato: «Questo spettacolo ha anzitutto il merito di scegliersi un pubblico e di rivolgergli un discorso nei termini che gli sono familiari. I suoi destinatari sono i cattolici, non soltanto quelli cosiddetti del dissenso, […] ma quelli che non dissentono per niente o quasi e possono qui trovare motivi di riflessione nel modo stesso in cui quella polemica è presentata» (E. CAPRIOLO, Don Milani in scena, in «Vie nuove», 29 maggio 1969, cit. in CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., p. 107).
[19] R. REBORA, Una proposta teatrale su Don Milani. “L’obbedienza non è più una virtù” di Mina Mezzadri, in «Sipario», 1969, 275, p. 34. Sostenendo che l’allestimento era riuscito a evitare la «naturale trappola dell’esemplarità», Rebora aveva forse voluto alludere agli esiti poco convincenti di un altro spettacolo incentrato su Milani, probabilmente lo stesso al quale anche altri critici, recensendo il lavoro della Mezzadri, avevano rivolto critiche severe senza mai rivelarne l’identità: Nogara aveva scritto che nello spettacolo della Loggetta «Don Milani e i ragazzi di Barbiana non ne sono usciti strumentalizzati come abbiamo visto fare di recente, per opinabilissimi fini, a un regista che va per la maggiore» (NOGARA, L’obbedienza non è più virtù, cit., p. 119); Quadri, apprezzando lo spettacolo, aveva affermato che «Mina Mezzadri col suo coraggioso teatro della Loggetta di Brescia, ignora a priori ogni artificio teatrale, evita le suggestioni della coralità di altri meno autentici spettacoli di questo genere» (F. QUADRI, L’obbedienza non è più una virtù, in «Panorama», 24 aprile 1969). Si può supporre che l’oggetto delle critiche fosse lo spettacolo Discorso per “Lettera a una professoressa” della scuola di Barbiana e la rivolta degli studenti realizzato dalla Compagnia dei Quattro, per la regia di Franco Enriquez, andato in scena a Venezia, nel settembre del 1968, in occasione della ventisettesima edizione della Biennale Teatro. Il lavoro, nel dicembre dello stesso anno, fu poi allestito a Prato, dove su decisione del pretore della città – il quale agiva in seguito al ricorso presentato dai ragazzi di Barbiana che ravvisavano nello spettacolo uno stravolgimento del pensiero di don Milani – venne disposta l’eliminazione dal titolo e dallo spettacolo di tutti i riferimenti al volume Lettera a una professoressa. Il copione fu tagliato di due terzi e il titolo ridotto in La rivolta degli studenti. Cfr. RUOZZI, Riflettori su Barbiana, cit., p. 164; L. TREZZINI, Una storia della Biennale teatro 1934-1995, Venezia, Marsilio, 1999, pp. 89 e 178; CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., pp. 101-102.
[20] Cfr. M. MEZZADRI, Proposta teatrale su don Lorenzo Milani (“L’obbedienza non è più una virtù”), in ID., Don Milani a teatro, cit., pp. 19-94. Si tratta della pubblicazione del copione dattiloscritto conservato al Centro di Documentazione Teatrale Foppa 3, presso la Fondazione Castello di Padernello (Borgo San Giacomo, Brescia).
[21] BLASICH, L’obbedienza non è più una virtù, cit., p. 315. Questi gli scritti usati come ipotesto dalla regista bresciana: L. MILANI, Esperienze pastorali, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1958; Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1967; Documenti del processo di don Milani. L’obbedienza non è più una virtù, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1971 (prima ediz. s.d., ma 1965).
[22] NOGARA, L’obbedienza non è più una virtù, cit., p. 119.
[23] BLASICH, L’obbedienza non è più una virtù, cit., p. 316.
[24] QUADRI, L’obbedienza non è più una virtù, cit. Il critico aveva visto lo spettacolo nell’aprile del 1969 presso il Teatro Santa Chiara di Brescia, sede della Compagnia della Loggetta.
[25] BLASICH, L’obbedienza non è più una virtù, cit., p. 315.
[26] MEZZADRI, Proposta teatrale su don Lorenzo Milani, cit., p. 21.
[27] Così la Mezzadri nell’intervista rilasciata a Francesco De Leonardis: «Ricordo la cucina in cui siamo stati accolti e la grande tavola, su cui fu messa molta roba da mangiare per noi. Era la tavola su cui i ragazzi mangiavano e studiavano: in quella stanza era tutto legno e carta. Allora ho pensato che, per essere coerente, nel mio spettacolo avrei dovuto usare solo legno e carta e così è nata l’idea di fondo dell’allestimento» (F. DE LEONARDIS, Mezzadri, il “mio” don Milani, in «Bresciaoggi», 15 dicembre 1997, cit. in FIRENZE, La direzione artistica della Compagnia della Loggetta, cit., p. 109).
[28] Riguardo alla prima frase, lo stesso Milani, nella lettera inviata ai giudici per difendersi dall’accusa di apologia di reato, aveva scritto: «Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”» (L. MILANI, Lettera ai giudici, in Documenti del processo di don Milani, cit., pp. 29-62: 34). Riguardo alla seconda citazione, che sarebbe di Fidel Castro, sulla rivista cubana «Inra» figura una breve intervista a José Manuel Bilbao, undicenne cubano, che nel 1961 alla domanda «Tú vas a la escuela?» aveva risposto: «¡Claro que si! […] Fidel dice que el niño que no estudia no es buen revolucionario» (A. ACEVEDO AVALOS, Siga port este camino, que el médico está cerca, in «Inra», II, 1961, 7, 72-77: 77). Dalla documentazione fotografica pare che la citazione di Castro non fosse presente in tutte le repliche dello spettacolo (figg. 1-2); ma è altrettanto plausibile che alcune foto di scena fossero state scattate durante le prove ad assetto scenografico non ultimato.
[29] Cfr. NOGARA, L’obbedienza non è più virtù, cit., p. 119; BLASICH, L’obbedienza non è più una virtù, cit., pp. 315-316.
[30] NOGARA, L’obbedienza non è più virtù, cit., p. 119.
[31] Cfr. T. BINO, Premessa, in MEZZADRI, Don Milani a teatro, cit., pp. 5-10: 9; CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., p. 103.
[32] QUADRI, L’obbedienza non è più una virtù, cit.
[33] BINO, Premessa, cit., p. 9.
[34] Cfr. QUADRI, L’obbedienza non è più una virtù, cit.
[35] REBORA, Una proposta teatrale su Don Milani, cit., p. 34.
[36] BLASICH, L’obbedienza non è più una virtù, cit., p. 316.
[37] NOGARA, L’obbedienza non è più virtù, cit., p. 119.
[38] BINO, Premessa, cit., p. 9.
[39] REBORA, Una proposta teatrale su Don Milani, cit., p. 34.
[40] BLASICH, L’obbedienza non è più una virtù, cit., p. 316.
[41] NOGARA, L’obbedienza non è più virtù, cit., p. 119.
[42] QUADRI, L’obbedienza non è più una virtù, cit.
[43] REBORA, Una proposta teatrale su Don Milani, cit., p. 34.
[44] R. DE MONTICELLI, Portati per mano dentro un pensiero, in «Il Giorno», 11 aprile 1969.
[45] Si consideri che la regista bresciana aveva già frequentato gli scritti teorici e le opere di Bertolt Brecht in vista del suo allestimento, il 2 aprile 1964, di Un uomo è un uomo, in cui, seguendo in modo aderente le idee del regista e drammaturgo tedesco, aveva già sperimentato l’uso di cartelli e richiesto agli attori della Compagnia della Loggetta una recitazione straniata; cfr. FIRENZE, La direzione artistica della Compagnia della Loggetta, cit., pp. 52, 81-82.
[46] BLASICH, L’obbedienza non è più una virtù, cit., p. 315.
[47] QUADRI, L’obbedienza non è più una virtù, cit.
[48] Cfr. NOGARA, L’obbedienza non è più virtù, cit., p. 119.
[49] REBORA, Una proposta teatrale su Don Milani, cit., p. 34.
[50] MEZZADRI, Proposta teatrale su don Lorenzo Milani, cit., p. 23.
[51] Cfr. ivi, pp. 23-94.
[52] Sulla vastissima fortuna scenica dello spettacolo che, fra il 1969 e il 1973, conobbe oltre duecento repliche e quattro edizioni, cfr. FIRENZE, La direzione artistica della Compagnia della Loggetta, cit., pp. 58, 109; CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., pp. 102, 113-115.
[53] Cfr. FIRENZE, La direzione artistica della Compagnia della Loggetta, cit., pp. 57-58, 109.
[54] Ivi, p. 58.
[55] Così QUADRI, L’obbedienza non è più una virtù, cit.: «Il dibattito che segue è da considerarsi la vera quarta parte dello spettacolo: è a questo punto che dal pubblico si aspetta l’eco attuale della esplosiva protesta di don Milani». Riguardo al dibattito previsto al termine di ogni replica, spesso animato dal protagonismo della Mezzadri, cfr. CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., pp. 107-108.
[56] BLASICH, L’obbedienza non è più una virtù, cit., p. 316.
[57] Sequestrato un copione della «Obbedienza non è più una virtù», in «l’Unità», 23 febbraio 1969.
[58] Cfr. CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., pp. 109, 112.
[59] Cronologia della repressione di spettacoli dopo l’abolizione ufficiale della censura sul teatro di prosa (1962), a cura di R. AGOSTINI, in F. QUADRI, Il teatro del regime, Milano, Mazzotta, 1976, pp. 36-59: 44. In proposito, cfr. anche CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., p. 112.
[60] G. ALMIRANTE-G. NICCOLAI-L. NATALI, Sulla rappresentazione teatrale “L’obbedienza non è più una virtù” (4-04233), in Parlamento della Repubblica Italiana. Camera dei deputati, Allegato al resoconto della seduta del 19 maggio 1969. Risposte scritte ad interrogazioni, V legislatura, 19 maggio 1969, p. 1944.
[61] Cfr. Cronologia della repressione, cit., p. 44.
[62] Il 19 dicembre 1969, «una trentina di aderenti alla “Giovane Italia” fa irruzione nella sede della Compagnia “La Loggetta” dove si replica una proposta teatrale su Don Milani (“l’obbedienza non è più una virtù”). I fascisti insultano il direttore del teatro [Borsoni] e gli lanciano contro uova marce e ortaggi» (28 maggio 1974. Strage fascista a Brescia. Dossier di dieci anni di violenza fascista, Segrate [Milano], Stampa Cooperativa Arti Grafiche, s.d., p. 17). Sull’accaduto, cfr. anche CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., p. 111.
[63] “Obbedienza non è virtù”. Archiviata la denuncia del MSI, in «Avanti», 15 maggio 1970, cit. in CARMIGNANI, Tracce per la storia di uno spettacolo-simbolo del Sessantotto, cit., pp. 112-113.
[64] Cfr. Leva militare obbligatoria, Lega e FdI rilanciano le proposte in Parlamento: a che punto siamo, a cura di A. CANGEMI, in «fanpage.it», 25 settembre 2024: Leva militare obbligatoria a che punto siamo/ (ultimo accesso: 4 dicembre 2024).

Fig. 1 - L’obbedienza non è più una virtù di Mina Mezzadri, 1969 (Mina Mezzadri. Il segreto di un altrove. La regìa di una donna libera, a cura di E. FIRENZE, Urbino, QuattroVenti, 2009).

Fig. 2 - L’obbedienza non è più una virtù di Mina Mezzadri, Firenze, Rondò di Bacco, 1969 («Il Dramma», XLV, 1969, 6).

Fig. 3 - L’obbedienza non è più una virtù di Mina Mezzadri, Firenze, Rondò di Bacco, 1969. Foto di Tito Alabiso (M. MEZZADRI, Don Milani a teatro. L’obbedienza non è più una virtù, Brescia, Scholé, 2019).

Fig. 4 - L’obbedienza non è più una virtù di Mina Mezzadri, Firenze, Rondò di Bacco, 1969. Foto di Tito Alabiso («Sipario», 1969, 275).

Fig. 5 - L’obbedienza non è più una virtù di Mina Mezzadri, Firenze, Rondò di Bacco, 1969. Foto di Tito Alabiso. (M. MEZZADRI, Don Milani a teatro. L’obbedienza non è più una virtù, Brescia, Scholé, 2019).

Fig. 6 - Citazioni nell’aula della scuola di Barbiana.