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Oddone Longo

Oddone Longo, Alle radici del nostro presente: la comunicazione nel mondo greco

Data di pubblicazione su web 13/10/2009
Giambattista Tiepolo, Gli araldi conducono Briseide da Agamennone (Villa Valmarana ai Nani, Vicenza, 1757, particolare)

Pubblichiamo la relazione stilata da Oddone Longo (professore emerito dell’Università di Padova, presidente della patavina Accademia galileiana di scienze, lettere ed arti) per il convegno Visioni dell’antico, promosso dalla Scuola Dottorale in Storia dello Spettacolo dell’ateneo fiorentino (Firenze, 9 ottobre 2009).

La forma più immediata ed efficace di diffusione dell’informazione era nel mondo antico quella verbale diretta fra emittente e ricettore del messaggio, tipica delle comunità di vicinato o di villaggio, in cui rientrava la maggior parte degli insediamenti “urbani” in Grecia, fra cui le stesse poleis, che solo di rado eccedevano questa dimensione, come nel caso di Atene. In questo caso può attivarsi una “catena” comunicativa, quando il recettore di una notizia se ne fa a sua volta l’emittente. Nel 404 a.C., quando giunse al Pireo, il porto di Atene, la notizia della distruzione della flotta ateniese ad Egospotami, si realizzò spontaneamente una “catena” del genere, come narra Senofonte: “Giunta nottetempo al Pireo la notizia della disfatta, essa cominciò a diffondersi; se la comunicavano l’un l’altro, e dal Pireo essa giunse fino in città”. La limitata estensione del territorio delle poleis faceva sì che la diffusione dell’informazione fosse relativamente rapida, quando vi fosse chi se ne facesse il portatore. Un gagliardo marciatore poteva percorrere in un giorno l’intera estensione della polis, ed Aristotele concepiva la città-stato greca come un’entità che si potesse abbracciare con un solo sguardo, uno spazio che si potesse percorrere entro un sol giorno. Al di là di questo limite si hanno le megalopoli asiatiche: il giorno in cui Babilonia fu conquistata da Ciro, “per la grandezza della città scrive Erodoto quando i quartieri periferici erano già in mano persiana, gli abitanti del centro non sapevano ancora nulla, e continuarono a danzare fino a notte inoltrata”.

Nella città greca esistevano anche centri, diciamo così, di raccolta e redistribuzione delle notizie: in primo luogo l’agorà, la piazza, luogo deputato della circolazione delle merci come dell’informazione; gli Ateniesi, narra Demostene, andavano su e giù per l’agorà anche solo per sapere se c’era qualcosa di nuovo. Oltre all’agorà, il tempio, e ancor meglio il santuario, urbano o extraurbano, meno aggiornato dell’agorà data la periodicità dell’afflusso dei visitatori, ma la cui capacità copriva un’area ben più vasta di quella della sola città, specie nel caso di santuari panellenici, come Delfi o Epidauro. E sappiamo, come ha notato Walter Benjamin, che “la notizia che veniva di lontano [] godeva di un prestigio che le assicurava validità anche se non veniva sottoposta a controllo”. L’informazione diretta, face to face, costituiva tuttavia il livello più elementare di diffusione delle notizie, che non richiedeva organizzazione. Ma spesso accade che non si dia contiguità fra emittente e destinatario, ed è qui che la distanza impone il ricorso ad un “mediatore” dell’informazione, secondo due modalità: l’emittente può farsi lui stesso latore del messaggio, oppure ricorre ad una terza persona come latore di esso.

Il primo caso è quello dell’informatore “spontaneo”, che ha assistito all’evento e se ne fa latore agli interessati. Si trattava di una situazione comune, al limite istituzionalizzata, delle cui dimensioni nella società greca abbiamo evidenza nel ruolo che ricoprono nella tragedia appunto i “messaggeri”, gli àngheloi, grazie al cui intervento vengono portati a conoscenza degli attori del dramma, e dello stesso pubblico, gli eventi extrascenici non altrimenti rappresentabili, e che sono quasi sempre gli eventi risolutivi del dramma, che ne promuovono la katastrophè, la conclusione finale. Come che sia, la notizia così recata, oltre che verace, dev’essere anche recente, “fresca” la sua “freschezza” è uno dei pregi. E altresì, possibilmente, “buona”. Un messaggero di cattive notizie non è mai visto di buon occhio; non riceverà premi o doni, come il latore di notizie buone. I latori di disgrazie sono odiati da chi riceve la notizia cattiva, e al limite così almeno scrive Plutarco “si minaccia di tagliar loro la lingua”.

Non esiste solo un’informazione spontanea e “libera”; accanto ad essa operava anche in Grecia antica un’informazione organizzata e controllata dall’alto, dove il “messaggero”, quale che ne fosse l’aspetto, fungeva da tramite passivo di un messaggio spedito da un mittente a un destinatario (o ad un gruppo di destinatari) ben individuati. Questa figura di trasmettitore d’informazione aveva piuttosto il nome di “araldo” (kryx) che di ánghelos. E se la funzione dell’ánghelos era quella di farsi latore di messaggi informativi, il kryx era un portatore di messaggi ingiuntivi, di veri e propri comandi. Di conseguenza, l’araldo godeva anche di uno statuto sociale particolare, come a Sparta, dove gli araldi erano una casta chiusa, quella dei discendenti del mitico Taltibio, l’araldo per antonomasia. In tempo di guerra, l’araldo godeva di un privilegio di intangibilità analogo a quello dell’ambasciatore (présbys), anche se questi possedeva anche un’autonomia decisionale, e talora una delega di plenipotenziario che all’araldo, mero subalterno, non competeva. Ecco come Platone definiva gli araldi: “La stirpe degli araldi riceve ordini concepiti da altri, e a sua volta li trasmette, sotto forma di ordini, ad altri ancora”.

Ma sia nel caso del messaggero che in quello dell’araldo, si poneva il problema del tempo richiesto per la trasmissione. Data l’evanescenza propria di ogni messaggio orale, mnemonico, ogni ritardo nella sua trasmissione comportava impoverimento di contenuti e anche sfasamenti e contrattempi. Di qui l’esigenza, costantemente postulata, della velocità del nunzio: un tema topico nell’epica e nel dramma, dove il messaggero entra spesso in scena di corsa o a passo concitato. Ma, al di fuori della finzione letteraria, sappiamo delle eccezionali prestazioni degli hemerodròmoi, messaggeri allenati alla corsa rapida su lunghe distanze, come Filippide ateniese, che coprì la distanza Atene-Sparta in un giorno e mezzo di marcia, e quello del maratoneta che percorse di  corsa, in armi, il tragitto Maratona-Atene a recare la notizia della vittoria sui Persiani. Anche le flotte disponevano di “avvisi-scorta” particolarmente veloci: gli Ateniesi contavano sulle due triremi veloci, Paralos e Salaminia, costantemente al seguito della flotta da guerra, mentre la flotta spartana vincitrice ad Egospotami, che non ne disponeva, dovette ricorrere ai servigi di una nave pirata di Mileto, che recò a Sparta la notizia della vittoria in due soli giorni di navigazione.

Nella logica della gestione dell’informazione, e degli attributi dei relativi portatori, va ribadito il carattere subalterno degli “araldi”, e comunque dei messi che operano alle dirette dipendenze di chi gestisce il potere. La diffusione dell’informazione (dei “comandi” ma anche delle “notizie”) funziona sotto il controllo diretto del gruppo egemone, sia all’atto del formarsi dei messaggi che lungo i percorsi della trasmissione. La gestione degli strumenti d’informazione è un momento cruciale dell’esercizio del potere; e la classe, o la casta dominante, si può descrivere, secondo una felice definizione datane in tempi non sospetti da Rossi-Landi, come “la classe che possiede il controllo dell’emissione e della circolazione dei messaggi verbali e non verbali costitutivi di una data comunità” (Semiotioca e ideologia, 1972). Nella società greca il controllo dell’informazione era tanto più tassativo, in quanto la “novità” rappresentava di per sé un elemento di perturbazione e destabilizzazione all’interno  di un sistema tradizionale, omeostatico.

Accanto alla comunicazione orale, diretta, ebbe il suo posto nella società greca anche quella scritta, mediata, come strumento accessorio finalizzato a necessità particolari. Lungo il IV e III secolo, le due pratiche entrarono in concorrenza. In precedenza, la memorizzazione del messaggio da parte del messaggero orale era la pratica ubiquitaria: ne abbiamo ripetute testimonianze in Omero e in Erodoto. La ripetizione del messaggio orale, alla sua consegna al destinatario, ammette solo minime variazioni, e il messaggero non fa che ripetere ad litteram il messaggio affidatogli e da lui appreso par coeur. Così, Creso inviava a Sparta dei messaggeri, che ivi giunti riferivano “Ci ha mandati Creso, che dice: ‘O Spartani, [segue il testo del messaggio]”. Talora, lo scambio di messaggi viene da Erodoto presentato come un discorso diretto fra i due interlocutori, sopprimendo la mediazione dell’araldo: “Dario, inviato un cavaliere al re degli Sciti, parlò così [segue il testo del messaggio]; di risposta il re degli Sciti disse [segue messaggio]”. Ciò che conta, in altri termini, sono sia le modalità di trasmissione che il rigoroso controllo della subordinazione.

È vero altresì che, a livello ideologico, verità del messaggio e fedeltà del messaggero appaiono complementari: un messaggio fedelmente trasmesso non può non essere verace, e in tal modo l’ideologia assicura al gruppo sociale detentore del potere informativo una convalida di tutto il processo della comunicazione. La trasmissione di messaggi intenzionalmente falsificati era d’altronde considerata alla stregua di un reato, e le Leggi platoniche prevedono processo per empietà verso l’ambasciatore che “conduce una falsa ambasceria, o non riferisce l’ambasciata per la quale era stato inviato”. Il messaggero, stante il suo rapporto di subordinazione verso l’emittente, è dunque passibile di rigoroso controllo. Così, all’indomani della disfatta di Sicilia, chi la annunziò per primo venne ritenuto un millantatore, e fu messo alla tortura, finché sopraggiunsero altri che confermarono il disastro. Il controllo più efficace è quello della verifica che il messo sia stato testimone oculare dell’evento, come nel caso della disfatta di Salamina, che nei Persiani di Eschilo è riferita ai Medi da un messo che fu presente ai fatti. Al limite, la mediazione del messaggero può venir evitata, recando di persona il messaggio, come fa Ismene nell’Edipo a Colono, recando direttamente le notizie al padre, e facendosi così “messaggera di se stessa”; o allorché Filippo II di Macedonia attacca gli Ateniesi senza che vi sia il tempo di un preavviso, mentre gli Ateniesi, prima di  mobilitarsi, attendono di ricevere  notizie sulle iniziative del re macedone.

Gli ordini la cui trasmissione è affidata alla scrittura consentono di evitare gli inconvenienti propri dell’oralità, ma possono introdurre altri fattori che concorrano all’incertezza della trasmissione. Prime di tutte, l’esigenza che il destinatario fosse in grado di leggere, ciò che non sempre era possibile, in una società largamente ‘orale’. Per maggior sicurezza, si ricorrerà ad entrambi i canali: nell’Ifigenia in Tauride euripidea, al latore della lettera viene affidato anche il corrispondente messaggio orale: “Così saremo al sicuro: se riuscirai a portare in salvo la lettera, essa, senza parlare, rivelerà ciò che vi è scritto; se lo scritto perirà in mare, tu, salvata la vita, salverai anche il messaggio”. Nel V secolo lo scritto comincia ad acquistare vantaggio sull’oralità: allorché Nicia deve mettere al corrente gli Ateniesi della rischiosa situazione della spedizione di Sicilia, incarica i messaggeri di riferire verbalmente all’assemblea, ma di consegnare contestualmente anche un messaggio scritto, per evitare ogni alterazione (Tucidide). Nell’Ippolito di Euripide abbiamo invece un caso particolare: l’accusa  di tradimento di Ippolito è da Fedra affidata ad una lettera che verrà letta solo dopo la sua morte suicida. Ippolito non avrà così modo di difendersi, e tutte le sue argomentazioni naufragheranno davanti alla testimonianza di quel non più confutabile documento. Ma anche il messaggio scritto è esposto a rischi: la lettera può semplicemente non venir consegnata al destinatario, come lamenta Demostene: “costui parte con le lettere che gli ho consegnato, ma le lettere poi non le porta a destinazione”. Oppure il messaggio arriva ad altri che non al destinatario, con le conseguenze più imprevedibili: in Erodoto, la lettera inviata da Istieo ai congiurati persiani a Sardi viene consegnata invece ad Artaferne, che scopre la trama e mette a morte i congiurati cui la lettera era destinata. E si potrebbe proseguire nell’esemplificazione. Di una intenzionale alterazione del messaggio ad opera del latore abbiamo l’esempio classico nell’Amleto; con essa il pallido prence si salva la vita e mette a morte Rosencranz e Guildenstern.

Il procedimento crittografico, cioè la redazione del messaggio in codice, resta tuttavia l’espediente più efficace per assicurare la fedeltà-segretezza della trasmissione. Esso richiede però che il destinatario condivida il codice e questo presuppone un’organizzazione che in Grecia era di ardua attuazione. Più usuale fu pertanto il procedimento steganografico, con cui si occulta il messaggio in chiaro, ad esempio avvolgendo il cartiglio intorno alla tacca di una freccia, oppure incidendo il messaggio sul legno della tavoletta e non sulla cera che lo ricopre. Singolare il caso descritto da Erodoto: si rade il capo di uno schiavo, vi si incide il messaggio sul cuoio capelluto, e si attende per l’invio che i capelli ricrescano. Gli Spartani ricorrevano ad un procedimento intermedio fra critto- e steganografia, la skytale: il messaggio, vergato su una striscia di cuoio, veniva avvolto su di una canna. Solo chi disponesse di una canna di eguali misure e dimensioni era in grado di ricomporre il messaggio per la lettura.

In condizioni di reciproca visibilità, anche a rilevante distanza, si poteva ricorrere al segnale-messaggio visivo: segnali di fumo il giorno, segnali di fuoco la notte. Essi avevano il pregio della trasmissione in tempo reale, istantanea, anche su ragguardevoli distanze, ma il difetto della estrema elementarietà del contenuto: i messaggi trasmissibili, il cui codice doveva essere posseduto sia dal mittente che dal destinatario, erano del tipo “nemico in vista”, “navi all’orizzonte” e simili. Quando si dovesse trasmettere un messaggio a grandi distanze, oltre il limite di visibilità diretta, si poteva ricorrere ad una catena di segnali; questo presupponeva una serie di “stazioni” fisse, su percorsi stabiliti a priori. L’Agamennone di Eschilo ci descrive il funzionamento di una tale serie: il segnale di fuoco partito da Troia il giorno in cui la città cade in mano achea, giunge in brevissimo tempo fino ad Argo balzando di cima in cima: esaltazione poetica di una tecnica, quella del relais, che, anche se non in questa misura, era comunque  praticata in Grecia come in altre civiltà antiche. Su brevi distanze, a vista diretta, si usavano drappi colorati, stendardi e simili per la trasmissione di ordini di combattimento, ma si poteva ricorrere anche a scudi bronzei ben politi che riflettessero la luce solare; a Egospotami, l’ordine di attacco viene trasmesso alle navi spartane da un avviso-scorta ricorrendo a questo  sistema.

L’informazione organizzata, dove un emittente unico si contrappone ad una molteplicità di destinatari (comunicazione “da uno a molti”), ha un carattere autoritario, ed è finalizzata agli interessi del mittente, un organo, o un personaggio, “di governo”, e convoglia messaggi ingiuntivi, “notifiche”, e non semplici “notizie”. Quando si tratti di disposizioni transitorie, esse possono essere consegnate a materiali caduchi, tabelle o simili, o perenni (pietra e bronzo), quando si intenda assicurare al messaggio una durata illimitata nel tempo. La permanenza dell’ingiunzione scritta, mentre è garanzia di accessibilità e invariabilità, consente anche verifiche e riletture destinate ad una corretta interpretazione. Il carattere autoritario, prescrittivo del kérygma, si riproduce dunque nell’iscrizione ingiuntiva, che Platone denuncia come tipica dei regimi tirannici: “La redazione scritta delle leggi dovrà avvenire al modo con cui parlano un padre o una madre, oppure alla maniera di un tiranno, di un despota che si allontani dopo aver affisso sui muri ordini e minacce?”. Contro la falsa “riservatezza” di un ordine “secretato” si pronuncia anche il coro delle Supplici di Eschilo: “Per voto unanime dell’assemblea del popolo, la città ha decretato di non abbandonare alla violenza degli egizi questa schiera di donne. Questo decreto rimarrà fisso e visibile a tutti: non dunque parole nascoste all’interno di tavolette, o sigillate fra le pieghe di un papiro; no, è la lingua di un uomo che parla liberamente a pronunciarle, e tu ascoltale nella loro inequivocabile evidenza”.

Si potrebbe continuare ancora a lungo nell’esposizione di questi meccanismi della comunicazione antica; ma riteniamo che chi ci abbia ascoltato fin qui possa già dedurne istruttivi confronti col presente in cui viviamo, in questa democrazia “incompiuta” che un giorno, si spera, raggiungerà la sua maturità, anche e prima di tutto nelle modalità in cui la totalità dei cittadini abbia accesso ad un’informazione che sia specchio dei fatti reali, e non riflesso di quanto chi è di volta in volta al potere ritenga di dover diffondere al servizio del proprio utile e dei propri anche inconfessabili interessi.

 


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