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Giuliano Scabia

Giuliano Scabia, Lettera a un regista amico

Data di pubblicazione su web 24/02/2009
Giuliano Scabia

Giuliano Scabia ci ha gentilmente concesso di pubblicare questo suo scritto che, in forma di lettera, solleva, parlando di uno spettacolo particolare, riflessioni e sensibilità d'interesse generale, che riguardano l'arte teatrale e la sua difficile sopravvivenza.

 

Ad Antonio Calenda,

e per conoscenza ad alcuni critici e studiosi di teatro,

all’Accademia della follia,

a Peppe Dell’Acqua e altri

Caro Antonio,
 che felicità per La luce di dentro splendere a Trieste nella sala Bartoli del Rossetti. Sono stati quattro giorni pieni, bellissimi. Sei stato uno dei rari uomini di teatro (con Emilio Pozzi e Vito Minoia dei Teatri delle diversità, e Marco De Marinis e Tihana MaraviÁ del Teatro la Soffitta di Bologna) che hanno dato credito alla compagnia invitandola. Altri ingaggi finora non ce ne sono stati.
 Ed è mancata completamente la critica: e Dio sa quanto bisogno ce n’è per aiutare lo spettacolo a girare.
 Perché, mi chiedo, non sono venuti?
 Avevano ben tre occasioni: in maggio al Teatro Sloveno per il primo debutto; in ottobre a Novafeltria/Cartoceto in apertura del bellissimo convegno su Teatro e disagio; e dal 13 al 16 novembre da te allo Stabile di Trieste, in cartellone.
 Tutti erano stati avvisati. Perché non sono venuti a vedere questa luce, e a scriverne? Che a qualcuno l’invito non sia arrivato?
 La luce di dentro è uno spettacolo fuori dal comune, come hai potuto vedere quando sei salito al Posto delle fragole e hai assistito a una prova (ricordo la vostra emozione, tua e di Roberta e l’invito: Voglio che anche i nostri abbonati vedano).
 Abbiamo lavorato nove mesi, da settembre 2007 a maggio 2008, ed è stata una grande prova di professionalità della compagnia e una straordinaria esecuzione d’attore per quell’eroe del teatro che è Claudio Misculin (secondo me unico in Italia), che nella parte di Franco Basaglia è perfetto.

 L’Accademia della follia è una cooperativa (anzi, una società di fatto) di “matti”. Veri matti (o “a rischio”, come si dice) - cioè veri normali - che fanno teatro e vivono di teatro - e lo onorano. Raramente ho lavorato bene come con l’Accademia: precisi, allenati, profondi, inventivi, appassionati. Forse era così il gruppo di Quartucci quando nel 65 abbiamo fatto Zip (con De Berardinis, Sudano, Remondi e gli altri straordinari); forse era così la Comunità Teatrale Emilia Romagna con cui abbiamo provato a fare Scontri Generali (con Ginni Gazzolo, Castri, Cobelli, Giusti e gli altri); forse erano così gli attori con cui Marinuzzi ha fatto Fantastica visione, o gli studenti con cui per due anni abbiamo fatto Il Gorilla Quadrumàno e Il Brigante Musolino, o il gruppo con cui nel 75 alla Biennale ho fatto il Teatro Vagante a Mira: e altri, professionisti e amatori, con cui ho potuto realizzare tante strane e “diverse” avventure.

 Mi domando: hanno i colleghi che osservano il teatro la percezione di dover guardare al lavoro dell’Accademia (e delle cooperative analoghe in altri campi di lavoro) al di là della compassione per il disagio? O c’è ancora sotto sotto (e di ritorno) il pregiudizio durissimo a morire, nel profondo di ognuno (anche di me), che i matti sono matti e dunque lavoratori diversi, da non prendere troppo sul serio? Se così fosse mi chiedo dove vanno a finire tanti i bei discorsi su Artaud, su Marco Cavallo, sulla follia eccetera eccetera.
 E poi: c’è in Italia una compagnia teatrale composta di vere persone a rischio (e non di attori che recitano persone a rischio come nel bellissimo film di Manfredonia Si può fare), che girano, vivono nella realtà del teatro, e lo fanno, il teatro, a un livello alto. Perché tacerne? L’Accademia, La luce di dentro, io chiediamo di essere valutati: e non in quanto disabili, ma in quanto nobilitatori del teatro. Non lodati: valutati, come qualunque spettacolo di “normali”.
 Chi ha detto che il teatro è dei normali? È necessario farsi folli per capire la normalità. Per essere sani. La rivoluzione di Basaglia, unica rivoluzione italiana del 900, ha dato dignità di persone ai matti. Nel nodo teatro/normalità/follia c’è tutto: il perdere la testa (e il corpo), il ritrovarla, l’inventare gioia, il cercare lo star bene non solo dei matti ma dei normali, di tutta la società che oggi, dietro al profitto cieco, ha davvero perso il cervello, così istupidita e intontita, così paurosa della devianza, resa cupa e truffaldina dal crollo della politica, della polis.
 
La luce di dentro
, per dono del breve testo di Gianni Fenzi, attore, ha un messaggio infinitamente profondo: che la luce, se non viene da dentro, non c’è. E che senza luce non si vede niente.
 Il mio cammino nel teatro (nella poesia) è stato ed è, attraverso esperimenti ed errori, una ricerca di luce (che occhi sono quelli dell’attore che non ha la luce di dentro? i riflettori non bastano proprio per mettere in grazia). Con l’Accademia della follia, e Gianni Fenzi, Alda Merini, Franco Basaglia, Umberto Saba, Peppe Dell’Acqua e Claudio Misculin (tutti co-autori) abbiamo fatto ricerca di luce: anche per capire dove siamo, dove stiamo andando. È stato uno dei momenti alti del mio lavoro - nell’ascoltare, nell’inventare insieme, a distanza di 35 anni da Marco Cavallo: che, come hai visto, appare in scena fresco e forte come allora.

 Credo che chiunque veda La luce di dentro si senta rimescolare: e impari qualcosa che non sa. Anche i critici di teatro possono rimescolarsi, farsi folli, per un poco. Per uscire, per un poco, dalla prigione della normalità (teatrale e no). E dire soprattutto se secondo loro lo spettacolo è buono, o no.

                                                                       Con affetto
                                                                     Giuliano Scabia




novembre 2008


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