Il titolo scelto da
Benedetta Colasanti per il suo volume d’esordio,
L'ingranaggio e l'incanto, anticipa con chiarezza uno dei nuclei centrali della ricerca. L’accostamento “ossimorico” tra il termine tecnico-meccanico e quello evocativo del meraviglioso non è artificio retorico né concessione alla suggestione, ma chiave di lettura efficace di un’intera stagione della spettacolarità europea. Nell’opposizione apparente tra i due termini si condensa la tesi centrale del libro: il prodigio scenico del Seicento non si genera nonostante la meccanica, ma attraverso di essa; l’incanto, per dispiegarsi nella sua pienezza davanti agli occhi degli spettatori di corte, necessita dell’ingranaggio come presupposto necessario. In questo approccio risiede l’originalità metodologica del lavoro: la rivalutazione del sapere artigianale e ingegneristico come fattore costitutivo della poetica spettacolare del XVII secolo.
Il volume nasce dalla rielaborazione della tesi di dottorato in Storia delle Arti e dello Spettacolo discussa presso l’Università degli Studi di Firenze nel 2023, condotta sotto la guida di Stefano Mazzoni e conclusa con la supervisione di Renzo Guardenti e si inserisce in un percorso di ricerca che si è manifestato in una serie di contributi pubblicati in volumi accademici e riviste scientifiche, tra cui saggi apparsi su «Itinera», «Skènè», «Altre Modernità» e «Ricerche di S/Confine». La scelta editoriale di Cue Press, casa editrice specializzata nelle discipline dello spettacolo, è coerente con il carattere del lavoro: un testo rigoroso fondato sul piano scientifico, ma attento anche alla comunicabilità e alla trasmissione di un sapere aperto a pubblici più ampi di quelli strettamente accademici.
Il libro si articola in quattro parti che procedono con rigore progressivo dal quadro teorico-storiografico al caso di studio, fino alla proposta metodologica delle restituzioni virtuali, per concludersi con un’appendice documentaria di notevole valore archivistico. L’architettura complessiva del volume mostra una chiarezza di impostazione capace di mettere in relazione piani di analisi differenti: dalla storia delle idee alla prassi artigianale, dalla teoria dell’architettura alla politica dinastica, senza che nessuno di questi piani prevalga sugli altri fino a distorcere la prospettiva d’insieme.
La prima parte, Tra teoria e pratica, ricostruisce le principali matrici teoriche del pensiero scenotecnico cinque-seicentesco a partire dalla riappropriazione umanistica del De Architectura di Vitruvio. L’eredità di questa opera di riferimento, interpretata come manuale ingegneristico, fornisce il rigore matematico necessario alla realizzazione di autentici prodigi scenici. Colasanti riafferma che i trattati antichi (letti, tradotti e reinterpretati come autentici manuali di ingegneria e di scenotecnica) costituiscono il fondamento di un’innovazione che, andando ben oltre il palcoscenico, trasforma ogni rappresentazione in un prodigio e fa dello spettacolo un crocevia di saperi eterogenei. La sezione dedicata al «tecnico di Stato: traduttore, trattatista, scenotecnico» (p. 28) è particolarmente efficace nel delineare una figura professionale ibrida, radicata tra le corti e le accademie, interprete tanto delle esigenze del committente quanto delle possibilità della meccanica applicata. Cruciale è anche l’analisi della trattatistica, con particolare attenzione a Il Corago (1630-1635 circa) e alla Pratica di fabricar scene e machine ne' teatri di Nicola Sabbatini (1638), specchio di un momento storico in cui teoria e prassi si alimentano reciprocamente. Le competenze artigianali e tecnologiche sono essenziali nel processo creativo, e il Teatro Farnese, scelto come fulcro dell’indagine, ne diventa la dimostrazione più eloquente.
La seconda parte, dedicata proprio al teatro parmense come caso di studio dalla genesi all’inaugurazione, rappresenta il segmento più denso e documentato del volume. La città di Parma, nel dicembre 1628, si prepara a inaugurare il teatro e a coronare, attraverso il matrimonio del duca Odoardo e Margherita di Toscana, figlia di Cosimo II de' Medici, un’alleanza politica auspicata da tempo. I fastosi festeggiamenti culminano nell’opera-torneo Mercurio e Marte, uno spettacolo composito dal forte valore simbolico in cui si fondono la tradizione cavalleresca, la passione cortigiana per le lettere e gli elementi sostanziali dell’intermezzo rinascimentale: danza, musica e meraviglia scenotecnica.
Lo spettacolo è qui analizzato come un’impresa produttiva di straordinaria complessità organizzativa che coinvolge un ampio ventaglio di figure professionali: dai committenti, esponenti della corte, a un ristretto gruppo di umanisti e intellettuali, fino alle decine di maestranze artigiane organizzate per provenienza e specializzazione. La ricerca archivistica, condotta presso l’Archivio di Stato di Parma, la Biblioteca Palatina, l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Ariostea di Ferrara, restituisce con precisione la rete di maestranze che rese possibile l’evento, valorizzando figure spesso relegate ai margini della ricostruzione storiografica, come Francesco Guitti, il marchese Enzo Bentivoglio nella sua funzione di supervisore generale, nonché il conte Alfonso Pozzo nella gestione amministrativa quotidiana del cantiere. Altrettanto penetrante è l’analisi delle «forme dello spettacolo» (p. 64): la lettura della drammaturgia di Mercurio e Marte (testo di Claudio Achillini, musica di Claudio Monteverdi e scene di Giovan Battista Aleotti) interroga la logica interna dello spettacolo come sistema articolato di significati in cui la macchina scenica non supporta la narrazione ma la produce. La “macchina del mare” (p. 132), oggetto della sezione conclusiva della seconda parte, diventa così il punto di convergenza di tutte le linee interpretative del volume.
Uno degli snodi del volume riguarda la teoria della «ricaduta tecnologica» (p. 22), approfondita nella prima parte ma filo conduttore di tutta l’opera. Il fenomeno della precipitazione tecnologica dal macrocosmo del cantiere al microcosmo della scena connette figure come Brunelleschi (direttamente coinvolto, con gli ingegni allestiti nelle chiese fiorentine per la festa dell’Annunciazione nel dinamismo scenico rinascimentale) all’insieme degli apparatori e macchinisti del Seicento. Argani, carrucole, canapi, sistemi di salita e discesa, ingranaggi, pennoni, funi e incastellature sono elementi chiave della mutazione a vista e del movimento degli oggetti scenici. La storia della scenotecnica passa attraverso fonti eterogenee: contratti, bollettini di pagamento, corrispondenza, iconografia, manoscritti tecnici. Se ne dà conto, con rigore nell’appendice documentaria, che raccoglie corrispondenza inedita del periodo 1618-1628 e documenti del 1627-1628.
La terza parte del volume, dedicata alle restituzioni virtuali, affronta la questione del rapporto tra storia dello spettacolo e digital humanities. Adottando un approccio interdisciplinare e integrando le digital humanities con una restituzione virtuale realizzata in collaborazione con Beatrice Cecchelli, la ricerca trascende l’analisi teorica, verificando sperimentalmente la fattibilità dei dispositivi scenici. In accordo con Roberto Masiero, il digitale vi viene inteso come modalità di elaborazione della ricerca. L’esperienza della restituzione immersiva, in cui gli studenti del corso di Digital Humanities tenuto da Gianluca Stefani presso l’Università degli Studi di Firenze hanno potuto esplorare tramite visore VR la macchina del mare a grandezza naturale, conferisce alla ricerca una dimensione didattica e divulgativa che il volume rivendica come parte integrante della propria vocazione.
Il lavoro di Colasanti si colloca con autorevolezza in un filone storiografico che, negli ultimi decenni, ha significativamente ampliato la prospettiva della storia dello spettacolo oltre i confini tradizionali del testo e della partitura. I riferimenti a studiosi come Sara Mamone, Anna Maria Testaverde, Giuseppe Adami e Ferruccio Marotti segnalano una genealogia intellettuale precisa, una formazione filologica solida e una capacità di lettura delle fonti primarie che va ben al di là della semplice ricognizione bibliografica. È del resto probabile che i filoni di ricerca qui aperti trovino sviluppo nei lavori futuri di un’autrice che è stata assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Firenze sotto la responsabilità scientifica di Caterina Pagnini per il progetto PRIN (Università di Bergamo-Università di Firenze) Survey and digitization of spectacle sources. Identity patterns and socio-cultural exchanges in the migration of Italian artists to the United States (1850-1930) e che ha già dimostrato di saper coniugare, con questo lavoro, rigore archivistico e apertura metodologica.
di Carlotta Repetto