Il volume Vita musicale nella «gran città» di Milano. Dagli Sforza
all’età spagnola si presenta come un’indagine storiografica di notevole
rigore, volta a ricostruire la dimensione sonora e performativa di Milano tra
il Rinascimento e l’età spagnola. Nel complesso, l’opera offre una sintesi
efficace tra musicologia, storia dell’arte e dello spettacolo. In tale
prospettiva, la musica smette di essere un ornamento accessorio per divenire
uno strumento politico e sociale di primaria importanza, nel recupero di una
dimensione corale che interroga direttamente la modernità, invitandoci a
riascoltare quegli spazi urbani che la storiografia tradizionale ha troppo a
lungo condannato al silenzio.
I contributi sono organizzati in ordine cronologico. Dopo la prefazione di Alberto
Rocca e una serie di Ricordi in memoria di personalità di rilievo,
tra i quali si menziona quello di Danilo Zardin per Dermot Fenlon,
l’apertura è affidata a Daniele V. Filippi (Milano in contrappunto:
la musica negli anni di Franchino Gaffurio), il quale analizza il
crepuscolo del Quattrocento attraverso la figura di Franchino Gaffurio.
L’autore delinea una geografia artistica dinamica, dove il musicista non è una
figura stanziale ma un attore di scambi diplomatici. Il concetto di soundscape
emerge qui nella sua concretezza: un «cerimoniale cittadino, con processioni e
cortei di matrice religiosa e/o politica» (p. 11), inteso come tessuto
connettivo di una città che utilizza il suono come strumento di coesione.
Sullo stesso crinale si muove Alessandro Pontremoli (Dare forma
al principe. Danza e musica alla corte sforzesca), focalizzandosi sulla
dimensione coreutica. In linea con i precetti che troveranno la loro
cristallizzazione nel Cortigiano di Baldassarre Castiglione, la
danza si configura come un vocabolario di auto-rappresentazione: il movimento
armonico del corpo diviene specchio della stabilità politica e della nobiltà
d’animo. Pontremoli illumina l’affiorare del
cosiddetto «ballare lombardo», un particolarismo stilistico che tuttavia non
rimane confinato nelle sale dei palazzi. L’autore traccia infatti un parallelismo
audace con la teoria architettonica coeva: la danza, sistematizzata nei
trattati di maestri come Domenico da Piacenza, Guglielmo Ebreo da
Pesaro e Antonio Cornazano, condivide con l’architettura di
Sforzinda la medesima tensione verso l’ideale.
Il contributo di Christine Getz (Dai libroni gaffuriani alle
stampe dei Tini: comunità, commercio e repertorio musicale nella Milano del
Cinquecento) sposta l’attenzione sull’economia della cultura. Milano spicca
come una metropoli precocemente industriale, dove l’avvento della stampa
musicale trasforma le partiture in oggetti di commercio. Questa diffusione
trasforma il gusto locale in un vero e proprio marchio culturale riconoscibile
in tutta Europa. Sulla dimensione dell’intrattenimento colto interviene Davide
Daolmi (L’aristocrazia lombarda e il prestigio della frottola: il codice
Basevi 2441) attraverso lo studio di un celebre codice conservato alla Biblioteca
del Conservatorio di musica Luigi Cherubini di Firenze. La frottola, spesso
considerata un genere minore, viene qui nobilitata come espressione massima del
gusto aristocratico lombardo e veicolo di un’identità regionale orgogliosa.
Daniele Torelli (Vita musicale nei conventi e monasteri
milanesi in età spagnola) indaga invece la vita musicale in ambienti sacri,
rivelando come la clausura non fosse affatto silenziosa e rappresentasse, al
contrario, un centro di irradiazione artistica capace di dialogare con i
modelli europei. Parallelamente, Claudio Bernardi (L’Italia s’è
mesta. La drammaturgia della Settimana Santa in età spagnola) ricostruisce
una drammaturgia rituale utilizzando il diario di Gian Vincenzo Imperiale
(1623) per descrivere un teatro barocco urbano in cui rito e musica coinvolgono
l’intera collettività.
Il periodo borromaico beneficia di nuove ricerche archivistiche. Federico
Terzi (Organi, musici e liturgia: nuove fonti d’archivio per la Milano
borromaica) presenta fonti inedite sul rapporto tra lo strumento,
l’esecutore e lo spazio liturgico, mentre Anne Piéjus (Roma modello
per la musica devozionale tridentina?) analizza il rapporto dialettico tra
la Milano di Carlo e Federico Borromeo e il magistero romano. La
ricezione delle norme tridentine nel capoluogo lombardo non fu una passiva
imitazione di un modello ma una rielaborazione originale, figlia dello scambio
proficuo tra centro e periferia.
Tess Knighton (Confraternities and Their Contribution to
Urban Soundscape Competence c. 1600) applica le categorie metodologiche di Barry
Truax, rivedute alla luce della sensibilità contemporanea, per ricostruire
la competenza uditiva dei cittadini legati alle confraternite. Il volume
prosegue con l’analisi della produzione profana: Marco Bizzarini e James
Chater (The Madrigal Anthology “Vittoria amorosa” and the Madrigal in
Milan in the Late Sixteenth Century) illustrano il prestigio del madrigale
milanese sotto la committenza dei Trivulzio, mentre Federico
Schneider (Letteratura e musica nel primo Seicento in area milanese:
Milano e “L’Orfeo” mantovano) indaga la ricezione delle novità
monteverdiane in area lombarda.
Il passaggio verso il Seicento è approfondito da Marina Toffetti («Un’ala
pari e com’un cigno canti». Giovanni Battista Ala e il concerto “Iubilemus in
Arca Domini” [ante 1625]), con un focus sulla produzione sacra di Giovanni
Battista Ala, e da Roberta Carpani (I paesaggi sonori delle feste
urbane nella seconda età borromaica. Le feste religiose e le feste dinastiche),
che esamina con rigore di metodo le celebrazioni cittadine sotto Federico
Borromeo. Le relazioni ufficiali delle feste sono interpretate come strumenti
di persuasione, in cui l’apparato sonoro e quello visivo si fondono in un’opera
d’arte totale al servizio del governo.
Un contributo di particolare originalità è quello di Luigi Collarile
(Il suono di Milano in alcuni diari di viaggio di benedettini svizzeri della
prima età moderna), che esamina i resoconti di alcuni religiosi elvetici.
Milano è osservata “dall’esterno”: il fragore e l’armonia della città diventano
elementi identitari impressi nella memoria del visitatore. Se Francesco
Cotticelli (Temi e trame fra Milano e Napoli a cavallo tra Sei e
Settecento) traccia i legami professionali e commerciali tra Milano e Napoli,
prefigurando le moderne carriere artistiche regolate da logiche legali, in
chiusura Matteo Marni (Non solo partiture: fonti musicali di età
moderna all’Ambrosiana) illustra il patrimonio della Biblioteca Ambrosiana
proponendo – coerentemente con i dettami della Nouvelle Histoire – un
allargamento del concetto di “fonte”: non solo partiture ma note marginali ed
evidenze materiali.
L’opera a cura di Bizzarini, Carpani, Filippi, Rocca e Zardin si impone,
insomma, come un utile strumento di consultazione. Il volume restituisce alla
musica la sua natura di fenomeno sociale e umano, documentando la storia di una
città capace di tradurre il proprio prestigio politico in un’identità sonora
duratura.
di Benedetta Colasanti