Lydie Dattas
La chaste vie de Jean Genet
Paris, Gallimard, 2025, 106 pp., euro 12,00
ISBN 978-2-07-311164-7
Data di pubblicazione su web 17/11/2025
Il sottotitolo dell’opera, Petite légende dorée, chiarisce il genere scelto dall’autrice per esprimere la sua devozione, oltre che la sua ammirazione di lettrice, al romanziere e drammaturgo che abitò vicino a lei, nello stesso edificio parigino sorto sullo spiazzo un tempo occupato dal Circo Medrano. La riproposta del volumetto viene al momento in cui l’autore può essere riletto alla luce di inediti ritrovati e di riflessioni più sensibili e aggiornate, siano meramente filologiche e critiche, o guidate da gusti e interessi aneddotici soltanto. La virtù del titolo sembra echeggiare il ritratto che Jean-Paul Sartre tracciò dello scrittore in Saint Genet, comédien et martyr (1952), inaugurando la stampa delle Œuvres Complètes.
I Quadri della Vita, certamente agiografica, tracciati dall’amica, scandiscono tappe ben datate nell’illustrare evoluzione e sentimenti dell’identità che Genet andava via via costruendosi, come persona e come artista. La sua esistenza viene ripercorsa interamente: neonato raccolto dall’assistenza pubblica, affidato a famiglia adottiva e poi internato nella colonia penale di Mettray. Quindi, vagabondo, ladro, carcerato che, scopertosi poeta, fu riconosciuto come tale, malgrado fautore d’una contestazione radicale dei poteri costituiti. Nella cronologia, snodi fatidici e perentori segnano con delicatezza di accenti l’opera in corso, anche quando se ne scelgano brani fra i più scabrosi, nei romans “pornografici”. Sulle pagine pudiche, subitamente liricheggianti, Dattas raccoglie le frasi per lei probanti della via ascetica seguita dall’autore. Sfida paradossale alla condizione di orfano abbandonato, per un obiettivo di riappropriazione di sé. Vicenda umana che denuncia spesso rischi e cadute fatali, assieme ad atti d’autentica rinascita.
Alla fonte, la biografa presuppone una tensione mistica che mostra nell’eroe scelte radicali e saggiate dal martirio quotidiano subito durante il soggiorno punitivo. D’allora, sarebbe già in atto una “imitazione di Cristo” fondata sulla fede in Gesù, entità opposta al Dio invisibile e assente, che il suo ateismo sincero rifiuta. Al termine del cammino spirituale, declinato in momenti fra il meraviglioso e il miracoloso, troverà un equilibrio, una pacificazione suggellati dalla morte, costitutiva dal principio della propria creazione e che fino alla fine darebbe prova di vitalità gratuita ed effusiva.
Con stupore si ascolta la voce dell’amica di assidua frequentazione rievocare gesti e ragioni d’una ricerca della santità tanto tenace quanto nascosta e segreta. È una visione che muove dai personaggi romanzeschi, ne scova gli umori che l’autore esalta, le identificazioni dimostrative del suo bisogno di glorificarli a prezzo della propria reputazione. Come lettori anche interpreti, studiamo gli scritti genetiani per risalire all’estetica che li governa e li rende originali e degni d’essere goduti e partecipati. Questa “leggenda”, piuttosto, argomenta su moventi psicologici d’intensa sensibilità, nati dall’ambiente contadino dell’infanzia ad Alligny, fonte di gioia nella purezza della natura. Sull’esperienza mistica influirebbe la lettura a scuola delle poesie di Ronsard, causa di “innamoramento”, e l’avvertire, come Jacob Böhme, la rivelazione per la quale «le méthaphysicien spontanée fut traversé par l’intuition que ce qui était invisible était la vraie réalité» (p. 14). Fenomeno accentuato dallo stato di reclusione, strumento correttivo inadeguato, ma funzionale all’ideologia delle istituzioni dell’epoca.
Per la narratrice, l’adolescente, convinto che la reclusione umiliante rispecchiasse il volere divino – come del resto l’inclinazione per i ragazzi –, la fa propria. «Volant au Nazaréen sa droiture, – afferma – il la radicalisa. Il bascula le monde comme on renverse un sablier et l’enfer devint le paradis […]. Reportant sa ferveur sur les petits lépreux de Mettray, il les transfigura» (p. 28). Analogamente, succederà nei confronti dei compagni di cella, trasfigurati anch’essi da assassini in eroi, gloriosi e santificabili. Non affermava infatti Gesù: «Je viendrai comme un voleur… Les percepteurs et les prostituées entreront avant vous dans le royaume des Ciels»? Perciò la prigione può valere come scuola di teologia, sacramento efficace di dedizione e comunione con i fratelli, dei quali sente il dovere di assumere i peccati.
Farsi passare per miscredente vivendo come un santo, fedele praticante dei tre voti di Povertà, Castità e Obbedienza (p. 37) sarebbe il suo impegno costante. Dattas rileva inoltre un periodo in cui Genet, contento del riconoscimento del milieu intellettuale, avrebbe tradito l’impulso espressivo più autentico per garantirsi il successo ambito. «C’est alors que Genet se damna. Il blessa les âmes simples et enchanta le bourgeois. […]. Genet se goinfra de gloire. Exibant son triomphe… il trahit les miséreux» (p. 60).
Esegeti recenti hanno accertato immagini e lessico assimilati dall’ambiente in cui fu immerso lo scrittore; concetti e riti accolti nell’immaginario poi disseminato nella sua drammaturgia, quali le processioni, la Messa, le esequie cattoliche. Quindi, le fasi finali di impegno sociale e politico – nell’identificazione con i deboli e i reietti – ammettono ancor meno a movente una fede trascendente e confermano se mai la coscienza d’appartenenza, di condizione e di classe, adesione per la quale vale impegnarsi nella lotta dichiarata. Guerra giustificata dal monito del Cristo: «Non sono venuto a portare la pace, ma la spada!». Identificazione con i Neri, i diversi, Black Panthers o Palestinesi, per superare l’odiata origine di bianco-francese. Posizione marxista o semplice coincidenza, in quell’animo laico e generoso, desiderio di spendersi per gli altri, non necessariamente a causa d’una confessione religiosa.
Genet rivendica la volontà di “sacralizzare” il proprio ateismo, nell’affidarsi a responsabilità e valori condivisibili in solidarietà. Come scrittore, però, pretende la perfezione: «Je n’ai pas écrit mes livres pour la libération des homosexuels [mais] pour le goût des mots, pour le goût des virgules même» (p. 95). L’autrice mantiene comunque la sua visione ispirata, liricamente sostenuta. Spesso parafrasando i testi e orientandoli nell’accompagnare i passi del suo Poeta, spintosi fino alla convivenza con i palestinesi, all’incontro con Hamza e sua madre, da lui considerati l’immagine della vergine Madre e del Figlio: del mito, della fede o di entrambi. Delle ultime ore genetiane ci ricorda l’anelito al ritorno all’infanzia; la pacificazione, il sollievo dalla ferita e dalla pena dell’abbandono materno, la gratitudine al destino accolto e compiuto.
Come lettori, restiamo in attesa (stupiti, in mancanza) della traduzione di tante interviste rivelatrici, di altrettanti pensieri sulle arti e la letteratura. Ci manca soprattutto Un Captif amoureux (1986), diario fra saggio e racconto dell’avventura presso i Feddayn, traversata da uno sguardo che, illuminando il futuro, mostra come la Storia continui a misconoscerlo, a contraddirlo, soffocando il suo fiorire.di Gianni Poli
La chaste vie de Jean Genet