Koffi Kwahulè
La Majesté du blues / Panonica / KassNoisette


Montreuil, Éditions Théâtrales, 2025, pp. 143, 17,00 euro
ISBN 978-2-84260962-7

Data di pubblicazione su web 03/03/2025

La copertina

Con insistenza significativa sulla musicalità jazzistica della sua scrittura teatrale, Koffi Kwahulé riunisce ancora un trittico di testi inediti, animati da spirito corrosivo, tra il sarcastico e il poeticamente scorretto che inseguono digressioni barocche e formalmente ridondanti, evocando da temi gravi, metafore fantasiose e burlesche. La condizione femminile in ambito di coppia viene rappresentata come problema d’attualità allarmante. In queste pagine profili di donne implicate in esperienze di violenza assumono ruoli da protagoniste per la loro ansia di riscatto coraggiosa e universalmente sensibile. In situazioni dai rapporti estremizzati, sorgono severi i giudizi sul comportamento dei personaggi, ma con un’intonazione spesso buffa o scherzosa, mai saccente o affermativa.    

La Majesté du blues introduce un comune ménage borghese di marito e moglie anziani, trasferitisi su un’isola esotica in un residence privilegiato. Genitori di quindici figli, concepiti in adesione alle politiche demografiche, hanno scelto l’autonomia e un tenore da benestanti, per cui godono della buona tavola e dei vini, specialmente italiani, che appagano i gusti più raffinati. Durante una degustazione, lo sconosciuto Ézéchiel si presenta a turbare il loro benessere monotono. L’estraneo è un «jeune punck à chien» (p. 30) e nel corso di morbose confidenze fra i due, viene invitato a condividere le loro effusioni e ad apprezzare la bellezza disinibita e generosa della signora. È comodo all’intruso approfittare delle loro certezze per porli in crisi, quando fa notare una crepa nel muro dell’appartamento che nasconde un animale pericoloso.

Una leggenda sorge poi sulle origini dell’isola Talelhaman, abitata un tempo da donne ermafrodite che, avendo bandito gli uomini quali fautori della guerra, bastavano a sé stesse nel procreare. L’oscillazione tematica della pièce risponde a un’orchestrazione, in forma affine a un brano jazz, a una rapsodia sinfonica. L’effetto è ricercato nell’esasperazione di momenti linguistici d’apparente gratuità, quali l’accumulazione delle etichette dei vini e l’uso di calembours. Gli stessi moti relazionali si succedono come motivi jazzistici. La violenza latente si sfoga nel canto, nella danza, ad esempio, per scongiurare l’attacco del verme, non soltanto simbolico, annidato nella fessura. Si assiste così a un fuoco d’artificio di grida e di volgarità inaudite, un flusso di gesti e di parole, indicativo del gioco scenico in quanto tale. Appare a tratti l’accompagnamento a ritornello di Woodoo Chile Blues, di Jimi Hendrix. L’ordine si ristabilisce nel finale: la casa fessurata e infestata sarà bonificata e ricostruita nel «Palais de l’Harmonie preservée» (p. 51), scelta né progressista né risolutoria dei due testimoni e complici destinati alla solitudine. 

Panonica (nome della protagonista) è la rappresentazione d’un sentimento malsano come se ne riscontrano nelle relazioni odierne. La singolarità nasce dall’atteggiamento femminile che inverte il senso dei rapporti usuali: qui è lei succube ad accettare per mitomania la violenza attribuibile all’uomo criminale. Insegnante di musica, sposata con un figlio, Panonica tanto s’infatua dell’immagine dell’assassino, Ézéchiel, da sfasciare la famiglia per seguirlo e sposarlo in prigione. Commedia di paradossi, inizia con titoli di giornale dedicati allo strangolatore di donne incinte e con il proposito della sua fanatica ammiratrice, «Demain je me marie» (p. 58); termina con la dichiarazione: «Je m’appelle Panonica, Panonica Bamidélé, mère d’Élie, et demain je me marie en prison» (p. 97). Nell’arco riassuntivo, il dramma della donna attraversa riflessioni critiche, ricordi, sensazioni segnati dall’eccesso. Lungo il caso giudiziario, l’opinione pubblica è testimoniata da partecipazione d’un gruppo di donne che fa sit in quotidiano dinanzi al carcere del detenuto.

L’impressione lo descrive una persona insignificante: «Rien d’un assassin. Ordinaire, voilà… Rien en tous les cas qui puisse expliquer l’hystérie de ces femmes» (p. 60). Eppure, il fascino del serial killer porta Panonica a dare la morte al figlioletto, considerata prova d’amore suprema. Episodio che partecipa all’incubo della confessione della donna nel prepararsi al processo, mentre nei media si diffonde un giudizio che la accomuna al mostro. Non esplicativa, ma decisiva, è la sua motivazione sentimentale: «J’aime Ézéchiel et Ézéchiel m’a élue» (p. 95), tale da sublimarsi fino al misticismo. Il cumulo dei paradossi s’alleggerisce nei passi in cui la tensione amorosa e la sessualità emergente vibrano alla bellezza appassionante delle immagini, come il bacio scambiato attraverso la vetrata. Forse è sogno a occhi aperti della donna, piacere gustato anche dalle lacrime dell’amante. Privo della mitologica aureola di Genet, comunque criminale gratuito: «N’est-il pas étrange que la mort aussi soit un don. Donner la mort. […] En vérité Ézéchiel ne donne pas la mort. Il tue. Sans plaisir ni affliction» (p.93). Dramma che nell’accettare il mistero umano, rinuncia a ipotesi superficiali, soluzioni consolatorie. 

KassNoisette parte come una féerie, ma favola moderna, con supereroi da fumetto, che sostituiscono quelli più domestici delle fiabe classiche e tale si mantiene. Il titolo forse allude allo “schiaccianoci”, in connotazione almeno genitale, in ragione delle azioni che intraprende la ragazza nell’affrontare la malvagità di Priàpico (anch’egli dal nome significativo), quando palesa l’efficacia d’immaginazione, pure undicenne. Può valere come allegoria del potere eversivo della giovinezza, della purezza di ideali sorprendenti. Confida infatti sulla condizione inimitabile dell’infanzia, ma sfoderando un’esperienza superiore, quasi un’eredità ancestrale.

Il testo contiene quindi anche una morale (a confermare il genere), convalidata dal viaggio avventuroso in terre misteriose della protagonista e dalle allusioni alle sue origini. Il confronto è diretto fra la bambina e l’orco autodichiarato, fra l’innocente e il violento per antonomasia. Così ella può ribaltare il vizio infame con le virtù rivoluzionarie della dolcezza, della comprensione, della dedizione compassionevole. A colui che vuole stuprarla applica il contrappasso della castrazione, rivalendosi a sua volta come seduttrice irresistibile nell’imporre la pena. Per un momento la coadiuva Anonymus, automa femminile mascherato, sorta di robot che pronuncia una lingua meccanica scandendo la punteggiatura. Esso ingaggia un duello con Priàpico, un match di vera boxe, deciso però grazie all’intervento di Spider-Man. La ragazzina s’avvale invece di semplici poteri umani, naturali, per una più autentica vittoria.

Al ruolo del Majordome è riservato un commento quasi corale, tipico d’una folla di medio conformismo. Passi folti di neologismi dilatano il testo che ricorre all’asperità dell’argot più desueto, creando un linguaggio impegnativo, sia per l’interprete sia per il lettore-spettatore. Segno dell’esuberanza della scrittura, insofferente alle formule sentimentali e psicologiche abusate nella drammaturgia verista. Secondo un processo consolidato, nei tre testi la sequenza delle battute non viene connotata dal nome del personaggio, complicando la comprensione dello scambio in corso. L’incongruità fiabesca, a volte insistita per farsi comica, nasconde un messaggio forse profondo e coerente con la “morale”. È misurabile nella rivelazione, abilmente ritardata, dell’identità dell’eroina, misteriosamente celata nel legame parentale fra lei e l’avversario, lo stesso sommo narcisista Priàpico: incarnazione di un male che la genuinità infantile, vivente nella figliolanza ritrovata di KassNoisette, basterebbe, come per magia, a sgretolare.



di Gianni Poli

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