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Franco Perrelli

Il teatro scandinavo


Roma, Carocci editore, 2024, pp. 136, 12,35 euro
ISBN 9788829023868

La recente monografia di Franco Perrelli esplora i territori, le scoperte, le invenzioni del teatro scandinavo, a partire dalla pionieristica attività di Ludvig Holberg (1684-1754), il “fondatore”, fino agli autori e stagioni a noi coevi. Con uno stile immediatamente riconoscibile, che i lettori non faticano e rivedere anche nelle pagine di questo manuale, Perrelli incrocia una straordinaria conoscenza e una notevole precisione espositiva; se ne produce una lettura stimolante e avvincente, una storia della sensibilità teatrale che rende il testo senz’altro fruibile per una platea specializzata e uno strumento didattico per la formazione universitaria, di sicuro interesse per chi si accosta alla drammaturgia scandinava per la prima volta.

Perrelli opera senz’altro delle scelte coraggiose nella composizione della struttura dell’opera: Il teatro scandinavo, pur mantenendo un’impostazione storiograficamente solida che procede in linea progressiva dall’alba delle prime istituzioni teatrali scandinave fino al recente premio Nobel Jon Fosse, sceglie di evitare la tradizionale forma manualistica che elenca autori e trame in una lunga sequenza di nomi e intrecci. Al contrario, l’autore interpreta qui il teatro come movimento culturale di attrici, attori, registi e istituzioni, fenomeno sociale complesso in evoluzione all’interno dei meccanismi agganciati di storia e civiltà. Le attrici hanno poi particolarmente rilievo, per la forza che hanno avuto nell’imporre una sensibilità recitativa e che Perrelli mette in luce con grande chiarezza (di particolare rilievo, qui citate, Betty Hennings, la prima a recitare nel ruolo di Nora in Casa di bambola, Laura Gundersen, Elise Hwasser e Harriet Bosse).

Questa disposizione comporta, anche alla luce della maneggevolezza del manuale, un’inevitabile sintesi, che implica, nell’ultima sezione del libro, un certo salto, dal primo Novecento al tramonto della grande epoca delle “tre corone”, Bjørnson, Ibsen e Strindberg ad autori più recenti, quali Ingmar Bergman o il citato Jon Fosse. Da qui si potrebbe persino auspicare che l’autore possa in un futuro implementare la versione attuale con quanto non sia stato possibile approfondire in questa pubblicazione; esempio è proprio Bergman, la cui opera, pur felicemente inquadrata nei precisi riferimenti dell’autore, potrebbe senz’altro essere ulteriormente approfondita. Riprova ne è l’acume nella interpretazione della messinscena bergmaniana del 1988 de La lunga giornata verso la notte di Eugene O’Neill (p.119); lo spunto dell’analisi dell’opera, ancorché limitato spazialmente, permette senz’altro di apprezzare una prospettiva nuova su Bergman come regista teatrale. Eppure, un ulteriore approfondimento avrebbe senz’altro contribuito a una più complessiva rivalutazione del lavoro sul palcoscenico del regista di Fanny e Alexander.      

Partendo da queste scelte metodologiche, Perrelli riferisce della prima stagione dei teatri nazionali scandinavi; tra il 1772 e il 1849, si consolida a Copenaghen la prestigiosa istituzione melodrammatica di corte Det kongelige teater; su impulso del re di Svezia Gustavo III, il 1788 vede invece la fondazione del Kungliga Dramatiska Teatern a Stoccolma noto informalmente come Dramaten. In particolare, nella sede di Copenaghen opererà il filosofo danese Heiberg, che, pur importando un gusto per parte francese da vaudeville e per parte tedesco, impiegherà un più ampio registro di riferimento per l’istituzione teatrale, allo stesso tempo ponendosi in contatto con l’Europa e tuttavia adattando e producendo una nuova prospettiva autoctona.

Ai tre maggiori autori della storia è naturalmente dedicato molto spazio; Ibsen e Strindberg, d’altra parte, non sono qui analizzati nelle loro opere più note, ma attraverso il lavoro di direzione della messinscena: Perrelli riporta infatti come Ibsen scrivesse lettere assai accurate per suggerire a registi e attori come portare in scena i suoi drammi e come Strindberg avesse anche lavorato come “regista occulto”, a distanza dagli attori, ma in contatto con il senso degli allestimenti. Ibsen e Strindberg compaiono qui non solo come autori di opere straordinarie della vicenda drammaturgica scandinava, ma anche come sensibilità artistiche capaci di ispirare la produzione teatrale anche negli anni successivi: nel segno di Strindberg è d’altra parte il capitolo che Perrelli scrive per il dramma del Novecento, a sottolineare l’infinità della lezione strindberghiana.

Notevole spazio è d’altra parte anche assegnato a Bjørnstjerne Bjørnson, autore certamente meno noto oggi, ma al contrario ritenuto “sempre in anticipo” rispetto agli altri due grandi scrittori dell’Ottocento scandinavo. Il suo Gli sposini (De nygifte, p. 30 ss.) è una delle opere su cui Perrelli esercita maggiormente il suo giudizio critico.

L’intraprendenza degli impresari, degli agitatori di iniziative teatrali e la fortuna di innovatori, istruttori e capocomici rappresentano poi un aspetto centrale dell’opera di Perrelli. Questi mette infatti in luce, tra le altre cose, la rilevanza della riforma di Ludvig Josephson (p. 56 ss.) che introdusse una nuova consapevolezza e una “scienza della regia”, la rivoluzionaria transizione di August Lindberg verso uno stile di recitazione “naturalista” che facesse a meno della tradizione estetica della generazione precedente (pp. 62 ss.) o anche “l’umanità e autenticità” delle messinscene di William Bloch (pp. 86 ss.). La tessitura stilistico-esegetica di Perrelli porta quasi il lettore su quelle stesse scene, come se, per un istante, fosse anch’egli li, ad ammirare “un Peer [Gynt] scenicamente dinamico e fisicamente molto impegnato, ma nell’essenza sognatore” (p. 58) o “il pur apprezzabile Løvborg di Emil Poulsen”, in cui “vibrava una persistente sfumatura melodrammatica” (p. 89).

Alla luce di queste brevi notazioni, appare chiaro come Il teatro scandinavo sia un’opera di grande rilevanza per gli studi di settore di ambito nordico; ancor più rilevante può essere il suo valore per la storia del teatro.    


di Giovanni Za


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