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Bianco e nero, a. LXXXII, n. 599, gennaio-aprile 2021
Mariangela Melato


192 pp., euro 18,00
ISSN 0394-008X

Così riservata e così vibrante, perfezionista e acuta, libera. Felice Laudadio  presidente del comitato scientifico della Fondazione CSC inaugura il numero 599 della rivista quadrimestrale dedicata alla settima arte introducendo una delle più grandi personalità artistiche italiane contemporanee cui il volume è dedicato: Mariangela Melato. L’introduzione, cucendosi sulle dimensioni immaginifiche straordinariamente significative della diva dagli “occhi che divoravano la faccia” (p. 40), si fa più estesa e comprensiva. Il critico cinematografico Maurizio Porro, curatore di questo numero monografico della rivista, offre un fulminante e frammentato profilo biografico-emozionale dell’amica attrice, restituendone l’irrequietezza espressiva e la totale apertura ai suoi personaggi, che trovavano la loro potenza proprio nell’icasticità della sua personalità. Sandro Avanzo riprende la biografia dell’artista definendone più saldamente e cronologicamente i confini (ma ne ha mai veramente avuti?) delle sue attività in campo teatrale, cinematografico e televisivo, con un ampio apparato di commenti e recensioni che ne “telecronacano” la crescita nella ricezione specialistica. Silvio Danese traccia con prosa trascinante lo spostarsi della Melato quando ancora non era “la Melato” nella Milano degli anni ’50 e ’60.

 

La prima sezione (Mariangela sullo schermo) conduce il lettore in un viaggio attraverso le partecipazioni cinematografiche dell’attrice. Emanuela Martini ne seziona il corpo attoriale, per esaltarne il miracolo di assunzione al coro dei “mattatori”. Alla luce delle riflessioni di Piera Detassis sulle problematiche della creazione di un corpo comico femminile in Italia, la studiosa illustra come la Melato, sulle orme dell’antesignana Monica Vitti, riesca in questa vocazione. E ancor di più in coppia con Giancarlo Giannini. È un duo che rompe gli schemi tradizionali del mito su cui si fonda il divismo: forti del loro carattere teatrale, danno corpo a un riequilibrio del rapporto tra i sessi, che si attua nella grottesca messa in scena di Lina Wertmüller in Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972), Film d’amore e d’anarchia (1973) parentesi “seria” e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974). Gabriele Porro continua sulla scia dell’enumerazione virtuosa dei ruoli al cinema della Melato, con tante testimonianze di prima mano delle personalità coinvolte direttamente nel percorso artistico dell’attrice. Anna Bandettini si concentra su un’altra collaborazione che ha segnato la carriera dell’artista, quella (improbabile quanto efficace) con il regista Giuseppe Bertolucci: tre film e uno sceneggiato televisivo focalizzati sulle psicologie di donne. Maurizio Nichetti racconta che chiunque, chi amico intimo, chi ammirato collega, rimaneva toccato dall’anima privata e artistica della Melato, mentre Alberto Anile dà conto delle sue esperienze cinematografiche all’estero, segnate da alti e bassi, da molte occasioni perdute scevre dall’“ossessione di conquistare platee straniere” (p. 79).

 

Si passa poi a Mariangela sul palcoscenico. Maurizio Porro fa una disamina della collaborazione della Melato con Luca Ronconi, protrattasi per quarantacinque anni e dieci spettacoli tra cui l’Orestea (1972), L’affare Makropulos (1993) e Quel che sapeva Maisie (2002). Recettiva agli insegnamenti del regista, la Melato ha sempre mantenuto una sua indipendenza creativa, astenendosi da una recitazione in “ronconese”. Gli ultimi due spettacoli menzionati vengono ripresi da Bandettini in quanto interessanti rappresentazioni di personaggi agli estremi dello spettro anagrafico, mentre Orlando furioso (1969) viene esplorato grazie a diversi punti di vista interni alla produzione, tra cui quello di Ottavia Piccolo e Massimo Foschi. Daniela Zacconi dà conto delle parti “ballerine”, da rivista, che la Melato ci ha regalato al cinema, a teatro e in televisione, senza tralasciare il suo one woman show, Sola me ne vo. Silvana Zanovello traccia il percorso dell’attrice presso il Teatro Stabile di Genova che l’ha accompagnata fino alla fine della sua carriera con le naturali preoccupazioni dovute all’arrivo della star in un ensemble di professionisti, presto scongiurate dall’animo antidivistico della Melato, mentre Claudia Cannella racconta del suo rapporto con Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, registi del Teatro dell’Elfo, negli spettacoli prodotti dal Teatro Stabile di Genova: Un tram che si chiama desiderio (1994), Tango barbaro (1995) e L’anima buona del Sezuan (2008). Sara Chiappori racconta Mariangela vista da Gabriele Lavia con cui recitò in Chi ha paura di Virginia Woolf? (2004) e insieme al quale progettava di mettere in scena Il giardino dei ciliegi. Segue un focus di Rodolfo di Giammarco su Il dolore (2011), ultima, sofferta, apparizione teatrale dell’attrice.

 

Nella terza parte (Mariangela in tv) Felice Laudadio ripercorre la carriera della Melato sul piccolo schermo, dal 1974 al 2010, tra trasposizioni televisive di successi teatrali, programmi di varietà, sceneggiati, miniserie e film. La sezione è arricchita da interviste: Massimo Ranieri e Alessio Boni, per fare solo due nomi.

 

Nell’ultima sezione (La chiamavano ‘la Melato’), Simona Argentieri e Patrizia Carrano si interrogano sull’esistenza di una personalità specifica dell’attore, sconfessandone la sondabilità generale e concentrandosi sulla manifestazione specifica di quella della Melato, prendendo in prestito le nozioni freudiane di Super-Io e ideale dell’Io. Come in precedenza con Lavia, Chiappori lascia spazio alle riflessioni di Federica Fracassi, che con la Melato condivise il Premio Ubu nel 2011. A conclusione della sezione, Laudadio presenta un testo che lascia parlare direttamente Mariangela Melato, in un insieme di “suggestioni, pensieri, progetti, impressioni, ricordi, notizie” (p. 189), a suggello di ciò che di lei è stato scritto nelle suggestive pagine precedenti.

 

L’intero volume è impreziosito da interviste e testimonianze di amici, colleghi, professionisti, che sono in grado di restituirci tanto la Melato artista quanto la Mariangela persona: più che due facce della stessa medaglia, stratificazioni costitutive di una stessa anima.


di Alessandra Vignocchi


La copertina

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