Théâtre/Public, n. 239, avril-juin, 2021
Faire scène. Arts de la scène et arts visuels
Un'intervista di Clare Finburgh
Delijani a Marie Ndiaye porta la scrittrice di romanzi di successo a
interrogarsi sullo sviluppo della sua opera teatrale, finora poco rappresentata.
Le creazioni più significative nascono da testi commissionati da registi. Mentre
Stanislas Nordey sta per rappresentare Berlin mon garçon al Théâtre National de Strasbourg, si possono meglio apprezzare le pièces
precedenti di Ndiaye, a
partire da Papa doit manger, allestita alla Comédie-Française nel 2003,
e Les serpents del 2004. I confronti su temi e strutture mostrano sia le
specificità della sua scrittura, sia le analogie con gli autori contemporanei. Ndiaye confessa sensibili influenze o
ispirazioni venutele da drammaturghi quali Genet e Koltès, Crimp
e Pinter, Von Mayenburg e Jelinek. Dei britannici e dei
tedeschi apprezza come «prennent beaucoup plus à bras-le-corps les problèmes
historiques ou sociaux» (p. 15). Quanto all'umorismo delle sue pièces, ammette
il suo stupore per il riso che sanno suscitare. Motiva poi l'assenza di
didascalie nei suoi testi, decisamente antirealistici, col desiderio di lasciarli
più aperti alla libertà degli interpreti.
Il Dossier,
coordinato da Laure Fernandez, si apre con una introduzione di merito e
di metodo a firma della studiosa. Si tratta di verificare la validità di un'indagine
che ha vissuto nel passato necessari aggiornamenti, ma lasciando spesso genericità
di risposte e di orientamenti. Si parte storicamente da «l'influence / la
résurgence du théâtral dans les arts visuels, depuis la fin des années 1960 et
la critique antithéâtrale formulée par l'Américain Michael Fried au sujet de l'art minimaliste» (p. 20). In un
contesto dall'interdisciplinarità quasi “constitutionnelle”, dove soggetti e
creatori liberi dai generi espressivi agiscono in sistemi rappresentativi
sempre più eterogenei, lo studio «entend décrypter ce que le théâtral, le performatif,
le plastique font émerger sur les scènes. Et peut-être surtout: comme scène»
(p. 20). Con ampie premesse teoriche, Marie-Christine Lesage illustra le
esperienze relative alla problematica «assemblages corps-matières» (p. 44) da
parte di due artiste canadesi meritevoli di essere conosciute per una sensibilità
e operatività davvero inconsuete. Di Marie Brassard si presenta Introduction
à la violence (Compagnia Infrarouge, 2019), lavoro che mostra come l'uso
della tecnologia modifichi l'azione corporea personale (p. 45). Poi si discute su
Les Marguerite(s) (Compagnia Ubu, 2018) di Stéphanie Jasmine e Denis
Marleau, dove la sovrapposizione di azioni fisiche interagisce con riprese
video.
Due articoli,
addirittura, sono dedicati al lavoro della Societas Raffaello Sanzio e del
direttore Romeo Castellucci. Un compendio di studi (sontuosi e
ambiziosi) offre Piersandra Di Matteo, devota analista delle
rappresentazioni che comportano «l'Image par-delà la technologie de l'œil» (pp.
21-28). Con linguaggio ermetico insegue l'immaginario dell'artista decantato in
opere già lontane, quali M. =/ Marseille (2004), o il più recente Le Sacre
du printemps (2014). In Le Metope du Partenone (2015) la studiosa osserva
in particolare l'intreccio fra fiction e fonction, mentre nell'opera ispirata a Sacre
du printemps di Stravinskij trova significativi i “personaggi”
coreografici costituiti dai macchinari impiegati. Da quell'uso, «c'est là qui
naît un nouvel objet esthétique, qui n'est pas l'exécution du ballet mais sa réinvention»
(p. 25).
Fa eco il saggio di Kenza Jernite nell'insistente parallelo fra Una costilla sobre la mesa: Padre di Angelica Liddell e Sul concetto di volto nel Figlio di Dio di
Castellucci, dimostrativo d'un «nouveau régime citationnel» che sarebbe capace
di «composer à partir d'un régime d'images pensé et développé par un autre
créateur» (p. 35). Georgina Guy riferisce, dall'osservatorio londinese, sulle
modalità con cui vengono documentate e conservate le esperienze di performances da parte dei musei d'arte contemporanea (p. 74). Dalla visita di alcune mostre Guy
deduce, quale novità saliente, il significato assunto dall'operazione del
curatore, autodefinitosi artista in quanto ordinatore di installazioni di opere
altrui. Così anche la danza si colloca in una “situazione” museale, come avviene
al Tate Modern di Londra, nel quale non una raccolta di immagini o d'oggetti,
ma un gruppo di artisti invitati assume in sé il valore di “installazione”.
Talvolta un'azione
teatrale allusa o assente è rimpiazzata da audiodescrizioni di pièces:
accade in una versione di Caretaker (Il guardiano) di Pinter, derivata
da elementi scenografici tratti da un altro testo, Shoe Lady, riproposti
in una installazione di «longue durée» (p. 80). In La souffrance des images, Joe Kelleher rende diaristicamente le sue avventure di spettatore inglese
in giro per l'Europa, di fronte alle proposte eminentemente virtuali, giuntegli
ormai come sostitutive della scena reale: uno schermo unico (se pure da “dispositivi”
mediatici diversi) lo collega all'evento immaginario condizionante e univoco. Per
l'effetto di immersione in un «supermarché des images» (p. 86), la situazione
sociale dei lavoratori dello spettacolo – nell'epoca del virus – si inquadra in
una “iconomie mondiale”, cioè in un regime economico iconizzato.
Una riflessione sconsolata
di Thibaud Croisy, Vous n'êtes pas obligés d'applaudir, immagina
nel 2029 un'organizzazione teatrale completamente dematerializzata, quindi insensata. Olivier Neveux ricostruisce la biografia artistica di Hélène Châtelain (d'origine russa, 1935-2020), attrice teatrale, di cinema e cineasta in proprio,
fedele collaboratrice di Armand Gatti nell'instancabile carriera
drammaturgica in difesa dei diritti civili dell'umanità più debole. Oltre i
tratti del personaggio appassionato, emergono i motivi per leggerne l'opera. Le
fonti pubblicate sono una raccolta di pensieri e appunti espressi dall'autrice
a Grenoble nel 2014, documento di incontri decisivi con persone e temi,
alimento della sua arte sempre poeticamente impegnata.
di Gianni Poli
Indice
Sommaire
Entretien avec Marie Ndiaye, réalisé par Clare Finburgh Delijani. "Lectrice plutôt que spectatrice"
Faire Scène. Arts de la scène et arts visuels, dossier coordonné par Laure Fernandez
Piersandra Di Matteo. L'image, par-delà la technologie de l'oeil. Devant le théâtre de Romeo Castellucci
Kenza Jernite. Un régime citationnel réinventé. De Romeo Castellucci à Angelica Liddell
Conversation avec El Conde De Torrefiel. Propos retranscrits, édités et traduits de l'espagnol par Marion Cousin. Rattraper la gravité
Marie-Christine Lesage. Assemblages corps-matières. Marie Brassard/Stéphanie Jasmin
Propos de Nadia Lauro, recueillis par Laure Fernandez, Des espaces en manque
Entretien aves Roselee Goldberg réalisé par Sozita Goudouna et Laure Fernandez. Un nouveau type d'histoire de l'art
Maxime Boidy. L'art des foules de Jeremy Deller
Georgina Guy. Les scènes contemporaines de l'exposition de la performance. Théâtralité, comparaison, auralité
Joe Kelleher. La souffrance des images (au moment d'écrire)
Miscellanées
Thibaud Croisy. Vous nêtes pas obligeés d'applaudir
Entretien avec Julie Jaroszewski, réalisé par Olivier Neveux. Depuis une lutte en acte
Olivier Neveux. Hélène Châtelain, propos rapportés