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Romana Petri

Le serenate del Ciclone


Vicenza, Neri Pozza, 2015, 590 pp., 18 euro
ISBN ISBN 978-88-545-1094-4

Non sempre, tra il concepimento e la nascita, i bambini passano tutti e nove i mesi nella pancia della mamma: c’è pure chi almeno un po’ di tempo lo trascorre nelle viscere del papà. È quello che pensava la piccola Romana Pezzetta, estasiata dalla empatia tra lei e babbo Mario, in arte Mario Petri. Ed è ciò che, probabilmente ancora pensa quella bambina di allora, adulta e di professione scrittrice con lo pseudonimo di Romana Petri: omaggio al padre, certo, ma soprattutto dichiarazione d’ineludibile continuità. 

Ora basso, ora baritono, ora entrambe le cose insieme, Petri non fu solo il più grande Don Giovanni mozartiano dei suoi tempi (anche nel giudizio di Thomas Mann, che volle dedicargli in tal senso una copia autografata del Doktor Faustus) e un indubbio protagonista dei palcoscenici operistici tra la seconda metà degli anni Quaranta e i tardi anni Settanta: fu un mattatore (discreto e perfino pudico, dietro la complessione robustissima e il metro e novanta di altezza, ma mattatore comunque) dello spettacolo italiano, trascolorando dal melodramma alla musica leggera e concedendosi perfino una pausa quinquennale dal mondo della lirica. Tra il ’60 e il ’65, infatti, Petri si dedicò al cinema più commerciale di quel periodo, dove il fisico gigantesco s’impose (spesso in ruoli antagonistici, com’è nel destino dei baritoni) in Ercole contro i tiranni di Babilonia, Sansone il tesoro degli Incas, Golia alla conquista di Bagdad e perfino Totò contro il pirata nero: una parentesi che incrementò la sua popolarità ma vissuta obtorto collo, dove le soddisfazioni economiche furono inversamente proporzionali a quelle artistiche. 

Le serenate del Ciclone (era questo il soprannome che, nella natia Perugia, i coetanei davano al debordante Mario) non intende offrire particolari riflessioni intorno all’arte vocale di Petri, al suo transito dal registro di basso a quello baritonale, a quel bisogno di comunicare presente pure in altri grandi cantanti della sua generazione che lo portava a concentrarsi sulla pregnanza della frase piuttosto che sulla qualità del suono (ma è eloquente la paginetta dove si racconta come, già da principiante, si preoccupava più di far percepire bene un “pianissimo” che di lanciare un acuto voluminoso). Si tratta invece di una biografia di ampio respiro, certo romanzata ma soprattutto romanzesca, da parte di una scrittrice che pure in altre prove narrative ha giocato la carta della memorialistica familiare sotto forma di fiction: e se è proprio il vissuto di Mario Petri il rapporto violentemente conflittuale con il padre, le serenate notturne fatte per conto terzi, gli incontri di boxe per pagarsi le lezioni di canto che sembra uscire da un feuilleton, il registro dell’autrice induce non tanto al fantastico avventuroso, ma al mitologico trasfigurato.

“Mito” è una parola che ricorre spesso nel libro e nella vita della piccola Romana: un mito introiettato ora attraverso il cinema western, qui declinato nella variante italiana di Sergio Leone, ora attraverso i poemi omerici (da bambina il papà le raccontava l’Iliade e l’Odissea, e il capitolo in cui padre e figlia, prima dell’alba, si tuffano in mare rivivendo gli eroi di quell’epos è il più visionario e poetico del libro). Anzi, senza forzare troppo la mano all’autrice, non sarà azzardato dire che la morale del romanzo, in fondo, è questa: insieme a Omero e al western, è proprio il melodramma il terzo grande mito concepito dall’uomo. In tale mitologia familiare, dove babbo Mario è Ulisse e Romana (più maschiaccio lei del fratellino) si trasforma in Telemaco, non c’è però gran spazio per la psicanalisi. Le serenate del Ciclone ha, sì, un retrogusto di terapia psicanalitica: ma per il biografato più che per l’autrice. Come se scrivendo Romana volesse consentire a suo padre, trent’anni dopo la morte, di regolare i conti con rimpianti e rimorsi, successi illusori e sconfitte apparenti. Per chi resta, invece, il dolore continua: lo ribadisce l’ultima pagina del libro e, in fondo, la natura stessa di un romanzo come questo, incanalato nel flusso della storia.

Le quasi seicento pagine coprono infatti quei sessantatré anni di vita italiana, dal 1922 al 1985, in cui si sostanziò la parabola umana di Mario Petri: fascismo, ricostruzione, boom economico, contestazione giovanile (perché i padri ci sono anche per essere contestati, il romanzo non lo nega) scorrono più in filigrana che in primo piano, ma Le serenate del Ciclone resta un bell’esercizio di memoria collettiva. Romana Petri vince la scommessa di una narrazione divisa in due parti teoricamente disomogenee (la prima dalla nascita del padre alla nascita dell’autrice come fosse scritta da un narratore esterno, la seconda dalla nascita dell’autrice alla morte del padre raccontata in prima persona), approdando invece a notevole unità stilistica; dà vita a una tessitura verbale “antica” e musicale, plasmando dialoghi in un dialetto umbro tanto rusticano quanto aggraziato; e, soprattutto, mostra quella sincerità risoluta, ma non impudica, che è alla base di ogni romanzo biografico ben riuscito. 

Molti personaggi dello spettacolo si affacciano tra le pagine: campeggia Leone con il suo cinema epico e laconico, fanno capolino Alberto Sordi (avvedutissimo melomane) e Jack Palance, ma soprattutto emerge il mondo dell’opera. Maria Callas appare magnetica pure agli occhi di bambina dell’autrice, mentre l’anima nera è Giulietta Simionato, artefice dell’ostracismo subito da Petri alla fine degli anni Cinquanta, che l’avrebbe indotto ad abbandonare temporaneamente il palcoscenico per il set. Tra i due c’era stata una liaison con tanto di denuncia (all’epoca il codice penale prevedeva il reato di adulterio, e la Simionato era sposata), sicché Petri con senso dell’onore e rassegnazione quasi sveviana, singolare in un uomo che sapeva manovrare i pugni non meno della voce si prestò a una convivenza riparatrice. Che, terminata dopo un po’, si trasformò in implacabile rappresaglia.

Le figure peggiori, nel libro, le fanno però i direttori d’orchestra: Mitropoulos gelido e perentorio, Karajan amichevole ma ambiguo. Nulla, tuttavia, rispetto al giovane Riccardo Muti, cui l’autrice esplicitamente imputa la causa della delusione, poi vera e propria macerazione, che portò Petri al ritiro definitivo dalle scene. Col senno di poi, l’epocale Macbeth fatto insieme a Firenze segnò l’inizio della fine. Artefice di quel rilancio che sembrò dischiudere a “Ciclone” una sorta di nuova carriera, tacitando i dubbi di chi vedeva in lui un “ripescato” che troppo a lungo si era sporcato le mani con canzonette e B-Movies, Muti poi gli voltò le spalle. Nonostante i tanti progetti subito dopo messi formalmente in cantiere, il maestro si volatilizzerà: e raggiunto al telefono mostrerà solo un infastidito, spicciativo imbarazzo.

Petri cercò allora di ritrovare se stesso in campagna, alla ricerca delle proprie origini: un isolamento destinato solo ad accentuare quella misantropia che, spesso, ammorba i talenti in credito con la carriera. Le ultime pagine sono la cronaca di un’insofferenza dolorosa e di un declino caratteriale: la morte, per quanto prematura e all’improvviso, non arriverà inaspettata. E riponendo il volume nello scaffale, pure il lettore che non avesse mai visto né ascoltato Mario Petri difficilmente resterà insensibile alla storia di un uomo tanto forte quanto fragile, di un cantante tanto energico quanto misurato, di un artista tanto eclettico quanto coerente.



di Paolo Patrizi


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