Theatre Research International, vol. 36, n. 1, March 2011

in association with the International Federation for Theatre Research


vol. 36, n. 1, March 2011, pp. 98, £53.
ISSN 0307 8833

Data di pubblicazione su web 20/04/2011

Come sottolinea Elaine Aston nell'Editorial il concetto di Radical bodies è il focus attorno a cui si annodano i contributi di questo numero. Gli aspetti che si intendono approfondire sono «the policitizing (sic) possibilities of theatre in relation to multifaceted questions of gender, cultural hybridity, identity and social democracy, in a rich and diverse range of performances and geographical locations».

 

Diana Looser analizza la performatività di tre donne vissute all'inizio del Novecento che praticavano judo e ju-jutso: Fude Hamashita, Edith Garrud e Florence Le Mar. Attraverso l'indagine storica l'autrice riesce a evidenziare il modo in cui queste artiste riuscissero a coniugare la spettacolarità con la pedagogia e la filosofia femminista. Esse usarono il loro corpo per una performatività che trasgredisse qualunque preconcetto sociale e riuscirono a contrapporsi alle “aspettative” del mondo occidentale intorno alle abilità fisiche e all'identità culturale della donna. I punti forti dell'indagine di Looser sono: riuscire a superare la divisione culturale tra l'attivismo politico e il teatro popolare e mostrare una modalità attraverso cui le femministe militanti del primo Novecento crearono resistenza alle imposizioni della società patriarcale.

 

La Golden Bough Society è attiva dal 1993 ed è una tra le maggiori compagnie teatrali di Taiwan. I suoi componenti contestano la gerarchizzazione di una qualsiasi cultura colonizzatrice intesa come dominante e il loro lavoro è dedicato da sempre alla “decolonizzazione” della scena teatrale taiwanese e a una sua risemantizzazione culturale. Peilin Liang prende in considerazione The Lady Knight-Errant of Taiwan – Peh-sio-lan per evidenziare il modo in cui se da una parte l'ibridismo culturale ne ha ispirato l'estetica, la filosofia e la pratica scenica dall'altra la performance lavora nel senso della creazione di uno spazio di denuncia finalizzato al raggiungimento degli obiettivi del gruppo.

 

Anche Ashley Thorpe ingloba in qualche modo il concetto di cultural hybridity nel riferirsi alla tradizione del Jingju, il teatro tradizionale cinese di stampo iconico. Si analizzano le esperienze di due compagnie stanziate in Inghilterra, la UK Beijing Opera Society (non più attiva) e la London Jing Kun Opera (al suo nono anno di vita). L'organico dei due gruppi era ed è composto da tre etnie: i cinesi, i cosiddetti overseas Chinese e gli occidentali. Il punto di partenza è la constatazione di come la performatività dell'identità etnica sia di importanza capitale nel lavoro di artisti lontani dalla patria d'origine. I diversi quesiti posti dall'autore e da lui poi analizzati alla luce delle teorie di Judith Butler e Homi Bhabha sono però rivolti a evidenziare che la messinscena del Jingju da parte di artisti non autoctoni rende problematico la catalogazione del genere come «teatro autenticamente cinese».

 

Si segnalano infine i due contributi di S. E. Wilmer e di Karina Smith, affini per la tematica trattata. Nel primo si relaziona sull'inquietante decisione di tre artisti sloveni di cambiare il loro nome in Janez Janšas, il primo ministro dell'ala destra. Due sono i punti interessanti affrontati: il rapporto tra arte e politica e il fatto che l'arte non rappresenti la soluzione ai problemi posti dalle strutture sociali oppressive ma offra piuttosto un'opportunità di negoziato per valutare attraverso quali modalità tali difficoltà possano essere affrontate in politica. Nel secondo intervento si analizza l'operato della Sistren, la compagnia teatrale giamaicana tutta al femminile, attiva fin dal 1977. Da una parte si evidenzia come ideologicamente il gruppo abbia sempre cercato di opporre un fronte di resistenza contro la politica neoliberale della Giamaica; dall'altra si sottolinea il contrasto per cui nel concreto la divisione di razze e classi sociali della società giamaicana fosse riprodotto all'interno del Sistren. Secondo l'autrice questo accadde perché non si riuscì a creare un luogo di discussione sulla legittimità delle differenze, primo step per farle poi convivere democraticamente.

 

 

di Diego Passera

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Articles

 

Elaine Aston, Editorial

 

Diana Looser, Radical Bodies and Dangerous Ladies: Martial Arts and Women’s Performance, 1900-1918

 

Peilin Liang, Rearticulating Cultural Hybridity: The Golden Bough Performance Society and The Lady Knight-Errant of Taiwan – Peh-sio-lan

 

Ashley Thorpe, Transforming Tradition: Performances of Jingju (‘Beijing Opera’) in the UK

 

S. E. Wilmer, Renaming and Performative Reconstructions: The Uncanny Multiplication of Janez Janšas

 

Karina Smith, Struggling to Cross the Race and Class Divide: Sistren’s Theatrical and Organizational Model of Collectivity

 

 

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