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Una danza d'avanguardia Cartelloni

È stimolante e all’avanguardia la danza di Romaeuropa Festival, la manifestazione giunta alla XXIII edizione e ‘disseminata’ negli spazi dell’Auditorium Conciliazione, del Teatro Olimpico e del Palladium a conferma della tentacolarità dell’arte e della cultura. E all’insegna della coerenza con la natura stessa del Festival “sanpietrino”, vera e propria “fabbrica” della creatività e come dice Fabrizio Grifasi, a capo della Fondazione Romaeuropa “luogo di incontro e di artisti, palcoscenico di linguaggi estetici e progettualità libertarie”, anche la danza contemporanea ‘recita’ il suo ruolo e diventa protagonista di attesi eventi.

Un carnet di sette spettacoli, di cui cinque prime nazionali e una prima assoluta, a cui fa da corollario il gradito ritorno di Sasha Waltz che, il 27 settembre all’Auditorium Conciliazione, ha aperto la rassegna con Improntus su musica di Schubert. Un lavoro lirico e astratto, alternativo a quella “danza comportamentale” del Tanztheater di cui Sasha, degna ‘figlia’ di Pina Bausch, è una delle più illustri e giovani esponenti. In prima nazionale arriva In-I, (5,6,7 novembre) una scommessa e una sfida per un’attrice e un coreografo che, al Teatro Olimpico, si mettono in gioco togliendosi rassicuranti ‘maschere’ per indossarne altre. Juliette Binoche, eroina de Il paziente inglese, si cimenta nella danza, Akram Khan, dancemaker e danzatore londinese ma originario del Bangladesh, si lancia nel canto e nella musica, accompagnati dalle scene di Anish Kapoor.   

Il duo formato dal coreografo José Montalvo e la tersicorea Dominique Hervieu, diventati famosi per una gestualità “meticciata” fatta di danza contemporanea, danza classica, afro-jazz, capoeira, hip-hop, clown-dancing, debutta all’Auditorium Conciliazione con Gershwin, un omaggio al compositore americano e alle atmosfere dell’America degli anni Venti e Trenta (14 e 15 novembre).  

Nine finger, in scena in prima nazionale al Palladium (20,21,22, 23 novembre) è una pièce di denuncia contro gli abusi e le violenze perpetrate ai danni dell’infanzia e incentrata sulla figura del “bambino soldato” africano. Una “miscela esplosiva di danza e teatro” firmata da tre personalità della scena belga: la danzatrice Fumiyo Ikeba, il performer, danzatore e mimo Benjamin Verdonck e “il guru del teatrodanza” Alain Platel. Il ballerino e coreografo israeliano Emanuel Gat en première  mette in scena Silent Ballet e Sixty Four, un dittico che riflette la cifra stilistica dell’artista incentrata sull’essenzialità del movimento nello spazio. Nella prima coreografia Gat approfondisce la dinamica cinetica e la sua capacità di riprodursi, nella seconda la musica di Bach ‘dialoga’ con la danza attraverso il canone, la fuga e il contrappunto barocchi.

Le atmosfere del Sol Levante prendono vita al Palladium (2 e 3 dicembre) con Hiroaki Umeda, il “folletto giapponese” che propone Adapting for distortion, in prima assoluta, e While going to a condition, un lavoro del 2002, entrambi espressione della poetica astratta di Umeda. Gran finale con Bill T.Jons, uno dei mentori della danza contemporanea statunitense e di quella “nero-americana”, che in prima nazionale porta a Roma un lavoro di rottura intitolato Chapel/Chapter (4 e 5 dicembre). Una sorta di “grido di dolore” ispirato a fatti di cronaca in cui la  danza esprime lo strazio della realtà contemporanea e il pubblico, in parte posizionato sul palcoscenico, diventa testimone consapevole “di storie di ordinaria follia”. 



 
Il logo del Romaeuropa Festival



 
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