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Andrea Calmo

Il Saltuzza

A cura di Luca D'Onghia

Padova, Esedra, 2006, 28,00
ISBN 88-6058-013-7

Con l’edizione critica della commedia Il Saltuzza di Andrea Calmo, Luca D’Onghia aggiunge un altro importante tassello alla serie di edizioni teatrali di commedie cinquecentesche inaugurante da Ludovico Zorzi per Einaudi con Ruzante e proseguite fino ai più recenti lavori di Lucia Lazzerini e Piermario Vescovo sulle opere di Giancarli e dello stesso Calmo.

Differentemente dai suoi predecessori, D’Onghia sceglie di non affiancare il testo originale con una traduzione a fronte, ma inserisce chiarimenti e spiegazioni dei lemmi più oscuri nelle note esplicative. La scelta è consentita dalla maggiore trasparenza di questo testo per il lettore odierno rispetto alle più complesse commedie plurilinguistiche come la Zingana di Giancarli o la Rodiana di Calmo: nel Saltuzza l’autore veneziano si limita infatti a una rosa di dialetti più ristretta. Greghesco, todesco, schiavonesco, turco lasciano il posto a un impasto linguistico che, eccezione fatta per il breve inserto bergamasco, è identico a quello dell’Anconitana di Ruzante: veneziano, pavano, toscano.

Pubblicato a Venezia nel 1551 Il Saltuzza costituisce uno punto si svolta nella produzione di Andrea Calmo. Anche nelle scelte strutturali, come in quelle linguistiche, tende ad accostarsi alle forme della commedia regolare che si era imposta a Venezia fin dagli anni Quaranta. L’esame dei rapporti di Saltuzza con il complesso della drammaturgia calmiana precedente individua in un maggior contenimento delle dimensioni dell’intreccio e dei mezzi espressivi la caratteristica peculiare di questa commedia. L’accavallarsi di linguaggi e episodi cede il passo a uno svolgimento più misurato e armonico. Consegnando Il Saltuzza alle stampe, Calmo accantonava le esperienze più spiccatamente sperimentali del decennio precedente e si sottoponeva a un processo di adeguamento ai nuovi canoni normativi.

Nell’introduzione al volume Luca D’Onghia rende conto della posizione di quest’opera nel contesto culturale veneziano di metà secolo, evocando le personalità di Ludovico Dolce, difensore del classicismo e assertore di un bembismo semplificato, di Girolamo Parabosco, alla cui opera Calmo avrebbe attinto alcuni spunti, e di Pietro Aretino, dal quale l’autore veneziano non avrebbe assorbito gli aspetti di libertà creativa, quanto il valore di paradigma della commedia regolare. D’Onghia si sofferma inoltre sul problema della datazione della composizione del testo, in questo caso presumibilmente coeva alla sua stampa, sulla struttura dei personaggi, sul debito contratto da Calmo con i modelli letterari toscani. Si preoccupa infine di smascherare il “mito” (generato da un errore di traduzione da parte di Vittorio Rossi) che vuole gli allestimenti teatrali di Calmo anticipatori del teatro all’improvviso dei comici dell’Arte.

Il testo della commedia è corredato da un fitto apparato critico cui segue un’esaustiva nota al testo nella quale, oltre a una descrizione dettagliata della princeps, viene tracciato un panorama complessivo delle successive edizioni di Saltuzza. Dal punto di vista dell’analisi linguistica si rivelano preziosi gli accurati Appunti linguistici nei quali D’Onghia conduce uno spoglio fonetico e morfologico volto prevalentemente a far emergere i tratti individualizzanti del pavano, del veneziano e del bergamasco e le infiltrazioni veneziane o genericamente settentrionali del toscano.

Completa il volume l’indice delle parole annotate, la bibliografia e, strumento che permette una più completa fruizione dell’opera, l’indice dei nomi.


Emanuela Agostini


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