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Orfeo, variazioni sul mito

A cura di Maria Grazia Ciani e Andrea Rodighiero

Venezia, Marsilio, 2004, pp. 153, euro 5,50
ISBN 88-317-8445-5
La formula Variazioni sul mito - ossia un confronto tra drammaturgia antica e moderna attraverso opere generalmente teatrali trattanti lo stesso soggetto mitologico, adottata dalla casa editrice Marsilio per una serie di volumi dedicati a Medea, Antigone, Elettra e Fedra - si arricchisce di un nuovo e prezioso contributo rivolto al personaggio di Orfeo. Affidato alla cura di Maria Grazia Ciani e Andrea Rodighiero, il volume raccoglie i quei contributi più significativi e di pregevole fattura che permettono di seguire le diverse interpretazioni maturate nel corso dei secoli in merito a questo mitico cantore della Tracia, protagonista, con la sua arte, di una sfida nell'Ade per riportare tra i vivi l'amata sposa, la ninfa Euridice, morta per il morso di un serpente, a patto che non si volti a guardarla in viso durante il cammino verso la terra. Ma Orfeo non resiste, trasgredisce e si volta, perdendo così Euridice per sempre. La divergenza tra concezioni antiche e moderne, poi trasferite nelle rielaborazioni teatrali, sta nelle risposte che vogliono spiegare il gesto nonostante il divieto. Orfeo agisce in questa maniera in quanto spinto dal troppo amore verso Euridice oppure per eccesso di amore di se stesso? Scendere e risalire dall'Ade è un privilegio riservato ai più grandi fra gli eroi, come Eracle e Odisseo. Per gli scrittori antichi Orfeo fu un mito essenzialmente letterario, che coniugava musica e poesia, e la sua vicenda fu trasferita in un contesto fiabesco in cui la resurrezione si presenta di fatto impossibile e, di conseguenza, la tragica conclusione risulta scontata. L'interpretazione proposta da Virgilio nelle Georgiche si mantiene fedele allo schema antico e aggiunge soltanto il pastore Aristeo, impegnato a corteggiare senza successo la bella Euridice. Da questo modello si enuclea la rielaborazione fatta da Ovidio nelle Metamorfosi, che si caratterizza per una descrizione più amplia dei paesaggi e per l'uso della parola da parte dei personaggi. L'elemento innovativo è costituito dall'approfondimento del tema dell'omosessualità, taciuto invece da Virgilio, che sprigiona violenza e vendetta. La seconda e reale discesa nel regno delle tenebre da parte di Orfeo avviene con la morte. Il poeta cerca Euridice nei campi degli inferi, la ritrova e la abbraccia con passione: solo la morte di entrambi gli amanti garantisce la loro eterna unione. Anche Angelo Poliziano nella Fabula di Orfeo, testo ricco di suggestioni da Virgilio e da Ovidio, immagina alla fine della vicenda le Baccanti scatenate in un canto carnascialesco ad accompagnare lo smembramento subito da Orfeo.

Con Orfeo. Euridice. Hermes, poesia giovanile di Rainer Maria Rilke, si inaugura il ciclo delle riprese novecentesche; scritta nel 1904, fu considerata da Josif Brodskij "la più grande opera di questo secolo". Orfeo viene descritto, avvolto in un mantello azzurro, mentre corre in salita verso la luce, con lo sguardo proteso in avanti, inseguito a distanza da due personaggi "muti" e "con passo lieve": sono Euridice ed Hermes. Ma l'amata vive ormai nell'oblio della morte, mentre Orfeo è vivo. Finisce così la parabola letteraria della storia d'amore come motore narrativo del mito e inizia il mito del poeta e della sua libertà. Orphée di Jean Cocteau ed Eurydice di Jean Anouilh (testo purtroppo trascurato dall'antologia, ma ben ricordato da Andrea Rodighiero nel suo contributo) rappresentano due fondamentali esempi dell'evoluzione novecentesca del mito. Cocteau, in questa sua prima produzione teatrale del 1926, impasta l'antico con il presente seguendo l'intera storia di Orfeo fino allo sbranamento finale. Assolutamente contemporaneo il messaggio di questa tragedia: "le invenzioni, artifici, magie sottolinea la Ciani nell'Introduzione non servono a evitare il logoramento che la vita infligge ai sentimenti come alla creatività, alla poesia come all'amore". E' proprio lo stesso Orfeo, poeta inquieto, che capovolge l'antica immagine di sé, quando si libera di Euridice due volte, la prima per distrazione e disamore, ma la seconda per lucida intenzione ("Ho voltato la testa apposta").

Il voltarsi non per follia ma per calcolo, disfarsi di Euridice per recuperare e rinnovare l'ispirazione poetica, è la strada percorsa, oltre che da Cocteau, anche da Cesare Pavese e da Gesualdo Bufalino. Tratto dai Dialoghi pavesiani, L'inconsolabile, già dal titolo, riflette la spiritualità novecentesca di Orfeo: il suo atteggiamento verso Euridice è un atto di consapevole rifiuto, che il poeta vive come esperienza rivolta alla ricerca di se stesso e della propria identità creativa. Infine il racconto di Bufalino, Il ritorno di Euridice, angola la prospettiva narrativa dalla parte della fanciulla la quale narra che, mentre aspettava sconsolata la barca di Creonte che l'avrebbe riportata indietro, avverte un disagio fisico simile ad un dolore, si concentra, razionalizza e giunge ad una dolorosa rivelazione: "Orfeo s'era voltato apposta".

Massimo Bertoldi


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