Metafisica vacuità
Opera senile, eppure intrisa di indubbia freschezza, Falstaff occupa una posizione del tutto peculiare nella carriera teatrale di Verdi, e non solo per la sua collocazione estrema. Il suo fondarsi sulla conversazione ne farà modello per Richard Strauss, e già questo sarebbe sufficiente a rivelarne la modernità. Qui il bussetano aspira a far rivivere il miracoloso equilibrio fra comico e tragico che fu di Shakespeare, tradotto da Boito in un linguaggio non sempre di impeccabile gusto e a tratti pesante, comunque inserito in una cornice di notevole efficacia teatrale. La declinazione scapigliata dei due testi shakespeariani, ovvero Henry IV e The Merry Wives of Windsor, si traduce in un lavoro che esalta l’autonomia di Verdi rispetto al suo modello, come ben scrive Dino Villatico nel saggio pubblicato nel programma di sala. Nell’ambito di un carattere esuberante e sfacciato, Falstaff coltiva una malinconica propensione verso l’annientamento. Una commedia triste, dunque, come scrisse la Duse a Boito dopo aver letto il libretto. Verdi colse l’occasione concedendosi una libertà inusitata, costruendo una partitura fatta di materiali eterogenei, intessuta di arguzie e di sussurri, di note beffarde e improvvise oasi madrigalistiche. Un’opera pervasa da un’aura di congedo, come nel languido amoreggiare fra i due giovani che sembra provenire da un’epoca ormai dimenticata, o nel fugato conclusivo che disperde in toni burleschi tutta la drammaticità dell’esistere.

Sedici anni separano l’ultima apparizione del titolo all’Opera di Roma dalla presente edizione. Uno spettacolo all’epoca firmato da Franco Zeffirelli, di impeccabile gusto estetico e di grande umiltà perché nell’opera «veramente c’è già tutto […] non si deve far altro che togliersi il cappello». L’allestimento, stavolta, era affidato a Tatjana Gubärca, una regista molto nota per la connotazione concettuale e femminista imposta a tanti titoli. Il suo lavoro, in questo caso, è apparso più discreto rispetto ad altre occasioni, anche se non mancava di sottolineare la rivalsa femminile nei confronti del protagonista. Nella scena finale, Falstaff viene legato con uno striscione sul quale è scritto: «tremate le streghe son tornate», il che conferisce al tutto una patina sessantottina e piuttosto datata. L’aura fiabesca viene irrimediabilmente sciupata.

Nella medesima maniera, alla fine del secondo atto, erano state le donne, e non i servi, a defenestrare Falstaff. Anche il rincorrersi e nascondersi dei due giovani amanti, Fenton e Nannetta, manca della leggerezza che il momento richiede. Il cartello dismesso con la scritta Hotel Milano dovrebbe evocare le estreme ore dello stesso Verdi che nel consueto albergo, il de Milan di via Manzoni a pochi passi dalla Scala, si spense nel 1901. Inutile didascalia. Le scene di Henrik Ahr costruiscono uno spazio metafisico, non immemore della poetica di De Chirico, ma i costumi di ordinaria modernità confezionati da Silke Willrett non appaiono in linea con tale impostazione. Addirittura irritante Ford quando, travestito da improbabile tennista, in tuta rossa e occhiali da sole, chiede al goffo seduttore di espugnare in suo favore la virtù di Alice.

La consueta sensibilità timbrica di Michele Mariotti stavolta non è sufficiente a garantire una concertazione convincente. Il tessuto orchestrale appare piuttosto piatto, l’espressione monocorde. Falstaff è opera dalle infinite articolazioni, che richiede ben altra varietà espressiva. Le cose vanno meglio dal punto di vista vocale. Luca Salsi è un Falstaff di variegate inflessioni e di buona proiezione vocale. George Petean è un Ford sostanzialmente corretto, anche se non particolarmente rifinito. Ottimo il versante femminile, con la veterana Violeta Urmana nei panni di una vivace e intrigante Mrs. Quickly, con Maria Agresta nel ruolo di Alice e Carmen Artaza come Meg. Bravissima Marina Monzò, una Nannetta dalla linea vocale limpida e pura. Le sta accanto il Fenton di Pietro Adaini, apprezzabile ma non al medesimo livello. Discreti Carlo Bosi come dottor Cajus, Paolo Antognetti e Gabriele Sagona rispettivamente nei panni di Bardolfo e Pistola.

Cast & credits
| Titolo
Falstaff |
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| Anno
2026 |
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| Data rappresentazione
15/10/2026 |
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| Città rappresentazione
Roma |
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| Luogo rappresentazione
Teatro dell'Opera di Roma |
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| Prima rappresentazione
11/10/2026 |
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| Titolo testo d'origine
Henry IV, The Marry Wives of Windsor |
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| Libretto
Arrigo Boito |
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| Autori testo d'origine
William Shakespeare |
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| Regia
Tatjana Gürbaca |
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| Interpreti
Luca Salsi (Falstaff) George Petean (Ford) Maria Agresta (Mrs. Alice Ford) Carmen Artaza (Mrs. Meg Page) Violeta Urmana (Mrs. Quickly) Marina Monzò (Nannetta) Pietro Adaini (Fenton) Carlo Bosi (Dott. Cajus) Paolo Antognetti (Bardolfo) Gabriele Sagona (Pistola) |
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| Scenografia
Henrik Ahr |
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| Costumi
Silke Willrett |
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| Luci
Stefan Bolliger |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma |
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| Direzione d'orchestra
Michele Mariotti |
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| Coro
Coro del Teatro dell’Opera di Roma |
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| Maestro del coro
Ciro Visco |
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| Note
La prima rappresentazione è trasmessa in diretta su Radio 3. La recita del 1° novembre è ripresa da Rai Cultura e trasmessa in diretta su Rai 3 e Rai Play. |