Echi d’Oriente nel tempio della tradizione
In occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, il Teatro della Pergola di Firenze ha ospitato una serata d’eccezione dedicata alle arti performative dell’Estremo Oriente, dichiarate dall’UNESCO patrimonio culturale immateriale. A salire sul palco è stata la Hōshō Nō Family, tra le istituzioni più antiche e prestigiose del teatro classico giapponese, guidata dal 20° Gran Maestro Kazufusa Hōshō insieme al giovanissimo figlio Tomoharu. Un incontro suggestivo che ha visto la secolare arte nipponica abitare uno dei templi per eccellenza della nostra scena: due mondi certamente distanti ma uniti dal medesimo rispetto per la memoria, la forma e la trasmissione generazionale.
La serata, divisa in due momenti su una stessa scenografia essenziale, si è aperta con la farsa comica Kyōgen Fukuro Yamabushi (L’eremita e il gufo). Fin dai primi minuti di messinscena emerge con chiarezza la natura di questo genere: un’arte profondamente “di parola”. Per lo spettatore occidentale, privo di padronanza del giapponese classico, molte sfumature e scarti rispetto alla lingua odierna si perdono inevitabilmente nella traduzione dei sovratitoli. Eppure, l’intenzione espressiva non va del tutto smarrita, veicolata dalla cadenza e dalla musicalità. A compensare la barriera linguistica interviene inoltre una cura maniacale per il corpo come mezzo di comunicazione: ogni movimento è misurato al millimetro, ogni gesto è calibrato con rigore rituale. La stessa precisione ferrea guida la vocalità e la caratterizzazione dei personaggi, immersi in abiti tradizionali dalle forme esasperate e dai colori vividi che ne amplificano la presenza scenica. L’ilarità si diffonde così in platea, facendo leva più sulla gestualità e sulle espressioni che sull’intreccio in sé.

Nella seconda parte della serata si entra nel cuore del dramma Nō con Funa-Benkei (Benkei sulla barca). Qui l’organico si amplia: sul palco prende posto un’orchestra composta da flauti e percussioni – vagamente a ricordare il Gamelan balinese – che dà vita a un tessuto sonoro naturalmente dissonante per le nostre orecchie occidentali. Non si tratta tuttavia di una dissonanza totalmente estranea: la musica evoca sonorità ancestrali che sembrano voler imitare i suoni primordiali della natura, il vento, il respiro, lo scorrere dell’acqua. Il registro muta radicalmente rispetto al primo atto; l’incedere dei personaggi è solenne, con un bambino, un anziano e una terza figura che occupano lo spazio avvolti ancora una volta in abiti tradizionali di straordinaria efficacia scenica. La narrazione procede con un ritmo che rievoca il recitativo della nostra tradizione operistica, imbevuta di una suggestione puramente sonora. La visione è anche qui guidata dai sovratitoli, non strettamente necessari ma utili alla comprensione di un testo che si configura fin da subito come l’allegoria di un viaggio. La frase che segna l’inizio del cammino recita: «Oggi indossiamo l’abito del viaggio. Quando rivedremo la capitale?», dopo la quale lo spettatore viene catapultato nella dimensione del mito e della precarietà dell’esistenza.
Particolarmente suggestivo è l’uso della maschera per il personaggio femminile en travesti Shizuka, costretta a separarsi dall’amato Yoshitsune. Ai nostri occhi non è la maschera a nascondere l’espressività, quanto la recitazione stessa che, pienamente intrisa della cultura giapponese, rimane intima, introspettiva, lontana dai canoni più estroversi ed esplosivi della sensibilità occidentale. L’apice drammatico coincide con la traversata, quando, a bordo di una struttura stilizzata, l’incontro con il fantasma di Taira no Tomomori (celebre generale della mitologia giapponese) e gli spiriti maligni evocati dal mare si trasforma in una maestosa metafora visiva. La tempesta scatenata dai demoni non è infatti un mero evento atmosferico ma una tempesta interiore, silenziosa e drammatica, che impedisce all’anima di raggiungere la riva della salvezza.
In novanta minuti di spettacolo, la scuola Hōshō ha dimostrato come la rigidità della forma classica possa custodire una materia ancora viva e vibrante. Tra la compostezza quasi ascetica del Nō e l’ironia del Kyōgen, il pubblico del Teatro della Pergola ha potuto assistere a un’esperienza estetica che trascende il folklore per lasciare un profondo senso di malinconia e spiritualità. Una serata che conferma come, sotto maschere e costumi secolari, la ricerca dell’umano e il confronto con i propri fantasmi parlino una lingua universale.
Fukuro Yamabushi (L'eremita e il gufo) e Nō Funa-Benkei (Benkei sulla barca)
Cast & credits
| Titolo
Fukuro Yamabushi (L'eremita e il gufo) e Nō Funa-Benkei (Benkei sulla barca) |
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| Durata
1h30m |
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| Data rappresentazione
1 ottobre 2026 |
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| Città rappresentazione
Firenze |
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| Luogo rappresentazione
Teatro della Pergola |
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| Note
Fukuro Yamabushi (Leremita e il gufo), farsa comica Kyogen Con Kennosuke Nomura, Kota Ishii, Yuki Kono Funa-Benkei (Benkei sulla barca), dramma tradizionale di teatro Nō Con Kazufusa Hōshō, Hiroshi Obinata, Yo Obinata, Tomoharu Hōshō Musicisti: Yu Takamura (flauto), Yoshiaki Iitomi (tamburo piccolo), Yuichiro Kawamura (tamburo grande), Kazuha Nakata (tamburo), Sotaro Waku, Tobiyoshi Naito, Yoshimitsu Kanamori, Haijme Tazaki, Kojei Iwakami (coro e attori) Assistenti di scena: Satoshi Nozuki, Takashi Higashikawa Stage manager: Nanae Nishi Production managers: Akiko Sugiyama, Rino Sasaki Coordinamento progettuale: Change performing arts |