Alla Biennale Danza 2026 una riconferma e due onorificenze chiomate
Un novero di personalità direttive alle quali è stato dedicato un incontro presso la Biblioteca ASAC (Archivio Storico delle Arti Contemporanee) della Biennale di Venezia per celebrare con loro il ventennale ad eccezione di Ismael Ivo, deceduto nel 2021, e di Carolyn Carlson. Una conversazione, introdotta da Elisa Guzzo Vaccarino, saggista, critica di danza, collaboratrice di Biennale Danza e ASAC, e condotta dalla giornalista Sarah Crompton, che ha messo in luce l’importanza storica ed artistica dell’Archivio e ripercorso questi due decenni attraverso le testimonianze dei direttori, il libro di McGregor We Are Movement e la video installazione Life Lines sui vent’anni del Festival, installata nella Sala d’Armi dell’Arsenale.

Un momento della premiazione
© Biennale Danza 2026
In particolare, i Leoni d’Oro e d’Argento del 2026, rispettivamente assegnati alla Bangarra Dance Theatre e a Mamela Nyamza, che guardano a mondi, culture e popoli lontani ma vicini a noi nell’afflato artistico che li contraddistingue e nella condivisione del messaggio che portano avanti. La Bangarra Dance Theatre ha presentato in prima europea al Teatro Malibran il potente e visionario Terrain che celebra la cultura aborigena australiana e ne preserva memoria e identità. Composta da dodici danzatori aborigeni australiani e delle Isole dello Stretto di Torres, la compagnia, il cui nome significa “accendere il fuoco”, è nata nel 1989 e da allora ha lottato per il riconoscimento delle Prime Nazioni australiane, traspone in danza le ferite della colonizzazione e tramanda le narrazioni affidate dagli Anziani alle nuove generazioni. Una triplice missione che Stephen Page, membro dei popoli Quandamooka Nunukul/Ngugi e della nazione Yugambeth Munnaldjali, e direttore della Bangarra dal 1991 al 2022, ha sottolineato in occasione della consegna del Leone d’Oro a Ca’ Giustinian e ha trovato eco nelle parole della coreografa Frances Rings, una donna Mirning della costa occidentale dell’Australia Meridionale, che dal 2023 guida con successo l’organico fondendo gli stilemi della danza contemporanea occidentale con la gestualità e l’espressività motoria aborigena.
La creazione di Rings, ispirata alla bellezza e alla vastità del più grande lago salato dell’Australia, il Kati Thanda-Lake Eyre, ha debuttato a Melbourne nel 2012 e, immune da qualsiasi recriminazione nei confronti dei colonizzatori e da un consolante folklore, ha ottenuto il Premio Helpamann come miglior opera di balletto/danza. Lo spettacolo, grazie alla consulenza culturale dell’Anziano aborigeno Reginald Dodd, evoca, in nove quadri l’ancestrale legame tra le prime nazioni australiane e la loro terra d’origine avvalendosi delle sfumate scenografie di Jacob Nash, degli immaginifici costumi di Jennifer Irwin, delle stroboscopiche luci di Karen Norris e della musica di David Page: una composizione che ingloba suoni della natura, ritmi percussivi, brani classici, incursioni elettroniche e vocali. All’inizio, tra rumori e lampi, un quintetto di uomini pitturati di bianco inscenano con movenze animalesche una sorta di “danza della terra” fino a che, con degli enormi scudi di legno percossi al ritmo della musica, mimano la lotta dei popoli indigeni in difesa dei loro diritti. In netto contrasto segue un ipnotico solo femminile, simbolo della Madre terra, seguito dall’arrivo di alcune adepte che nei ramoscelli in testa ricordano la vegetazione del lago Eyre; queste donne, avvolte da gonne color ocra, si esibiscono in una danza mossa e rotatoria e preludono ad una sorta di una sorta di rito sacro davanti al lago ad opera di due uomini, di cui uno piumato. Impattante è la scena di maschi e femmine che, in costumi chiari e scuri, tra pose plastiche, volteggi sinusoidali e prese acrobatiche fanno pensare al buio delle profondità della terra e alla luce del sole e d’effetto è la sequenza in cui una donna si purifica bagnandosi con l’acqua o quella in cui sparge il sale del lago. La coralità del quadro finale ipnotizza i plaudenti spettatori che dimostrano di condividere il messaggio antropologico e culturale di Terrain.

Un momento dello spettacolo
© Biennale Danza 2026
Un messaggio che in The Herd/Less dell’artista sudafricana Mamela Nyamza diventa politico e di genere. Leone d’Argento, Mamela Nyamza è stata premiata per la forza e il coraggio della sua denuncia sociale, in cui la danza si incarna come «una forma di cambiamento» e di speranza e rappresenta una delle poche possibilità che le donne di colore hanno di affermarsi nel mondo dell’arte. Nata a Gugulethu, vicino a Città del Capo, Mamela è una danzatrice, coreografa e attivista sudafricana che fonde le discipline occidentali della danza classica, moderna e del jazz con quelle orientali del Butō giapponese e del tradizionale gumboot dance, una danza di resistenza praticata nelle miniere d’oro e di diamanti del Sudafrica e caratterizzata dai ritmi prodotti dalla percussione degli stivali di gomma a terra e dall’accompagnamento di canti, grida e movimenti ripetuti. The Herd/Less, coreografato nel 2025 e proposto in prima europea al Teatro Piccolo Arsenale, si basa sul doppio significato del termine herd (gregge) che può indicare delle persone che vivono in pace e, all’opposto, degli individui guidati da poteri forti e considerati gli herd/less. Ovvero i “randagi” acefali a cui vengono negati quel rispetto e quella dignità che Mamela vuole riscattare, specie nei confronti delle donne, vittime due volte di maschilisti sistemi politici e sociali. Tra autobiografismo, analisi sociologica e coreografia teatrale, il lavoro si ispira alla morte della madre di Nyamza uccisa nelle shacks, le baracche di Città del Capo, costruite in lamiera di zinco. Un metallo richiamato dai barattoli di latta su cui camminano i danzatori e che, nel calpestio, emettono suoni dissonanti e assordanti per richiamare una realtà violenta, a cui si contrappongono i canti dell’apartheide e la resiliente femminilità.
Undici interpreti, tra uomini e donne, vestiti da Mamela, Xolani Mawande e Sheba Sopotela nella fantasiosa e colorata muliebre foggia africana, sono inondati dalle luci iridescenti di Thabo Pule e si muovono nella scenografia minimale di Nyamza tra bussolotti, frecce, mezze di legno, fruste. Fin dall’inizio il gruppo si nuove compatto e la coreografa e regista sudafricana amplifica gli effetti della gumboot dance con il rumore dei barattoli di latta su cui procedono i danzatori mentre disegnano il perimetro del palcoscenico tra voci, strida, vocalizzi e atteggiamenti scomposti. Uno spasmodico crescendo a cui si oppone un’interprete tutta in bianco che, a piedi nudi, cerca di mantenere in equilibro una lancia, simbolo della necessità di resistere e di lottare. All’improvviso, urla strazianti disgregano il gruppo ma, inaspettatamente, tutto cambia e la danza, quella vera, riemerge nei morbidi port de bras, nelle pose plastiche e nei morbidi legati accompagnati da una stupenda voce femminile che fa pensare a Miriam Makeba; un congedo di notevole impatto visivo e uditivo che mette la parola fine ad uno spettacolo forse un po’ concettoso ma certo non convenzionale, salutato da applausi calorosi e convinti.
Biennale Danza 2026

© Biennale Danza 2026
Cast & credits - Terrain
| Titolo
Biennale Danza 2026 |
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| Sotto titolo
Terrain |
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| Origine
Australia |
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| Anno
2012 |
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| Durata
65 min. |
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| Data rappresentazione
26 luglio 2026 |
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| Città rappresentazione
Venezia |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Malibran |
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| Prima rappresentazione
Arts Centre Melbourne, Melbourne (Australia), 2012 |
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| Evento
Biennale Danza 2026 – 20. Festival Internazionale di Danza Contemporanea “Time Does Not Exist” |
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| Autori
Frances Rings |
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| Interpreti
Kallum Goolagong Kassidy Waters Jye Uren Maddison Palunch Daniel Mateo Emily Flannery James Boyd Chantelle Lee Lockhart Amberlilly Gordon Donta Whitham Zeak Tass Tamara Bouman |
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| Produzione
Bangarra Dance Theatre |
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| Scenografia
Jacob Nash |
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| Costumi
Jennifer Irwin |
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| Coreografia
Frances Rings |
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| Corpo di ballo
Bangarra Dance Theatre |
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| Luci
Karen Norris |
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| Musiche
David Page |
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| Note
Consulenza culturale dell’Anziano Arabunna Reginald Dodd. Produzione articolata in nove quadri e ispirata al paesaggio di Kati Thanda–Lake Eyre. Prima europea nell’ambito della Biennale Danza 2026. Il Bangarra Dance Theatre è stato insignito del Leone d’Oro alla carriera 2026. |
Cast & credits - The Herd/Less
| Titolo
Biennale Danza 2026 |
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| Sotto titolo
The Herd/Less |
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| Origine
Sudafrica |
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| Anno
2026 |
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| Durata
65 min. |
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| Data rappresentazione
19 luglio 2026 |
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| Città rappresentazione
Venezia |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Piccolo Arsenale |
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| Evento
Biennale Danza 2026 – 20. Festival Internazionale di Danza Contemporanea “Time Does Not Exist” |
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| Autori
Mamela Nyamza |
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| Soggetto
Mamela Nyamza |
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| Regia
Mamela Nyamza |
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| Interpreti
Sinazo Bokolo Mbali Brandt Zandile Constable Dineo Mapoma Thabang Mojapelo Thandiwe Mqokeli Kirsty Ndawo Khaya Ndlovu Nonofo Olekeng Thamsanqa Tshabalala |
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| Produzione
Mamela'Artistic Movement |
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| Scenografia
Karabo Lekgwabe |
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| Costumi
Mamela Nyamza, Xolani Mawande, Shiba Sopotela |
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| Coreografia
Mamela Nyamza |
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| Luci
Thabo Pule |
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| Note
Consulenza culturale dell’Anziano Arabunna Reginald Dodd. Produzione articolata in nove quadri e ispirata al paesaggio di Kati Thanda–Lake Eyre. Prima europea nell’ambito della Biennale Danza 2026. Il Bangarra Dance Theatre è stato insignito del Leone d’Oro alla carriera 2026. |