Ricordo di Gianfranco Pedullà
La gentilezza, il tono pacato della voce, una sorta di mestizia nello sguardo: erano questi i tratti di Gianfranco Pedullà che colpivano di primo acchito, unitamente, man mano che conoscenza e confidenza si facevano strada, alla richiesta frequente di un parere – «ma tu che ne pensi?» – ora su scelte registiche, ora su questioni di metodo storiografico o su come organizzare un evento, non certo per sollecitare nell’interlocutore risposte capaci di soddisfare improbabili attese narcisistiche quanto piuttosto per la necessità di un confronto reale, schietto e diretto, perché l’opinione altrui era per lui imprescindibile occasione di scambio, verifica, arricchimento.
Con Gianfranco se ne va una fetta importante della storia del teatro italiano degli ultimi quarantacinque anni, una storia che lui ha contribuito a costruire attraverso differenti linee di indirizzo – regista, drammaturgo, organizzatore teatrale, storico dello spettacolo – ma riconducibili di fatto a una sola, definita, piena identità: quella dell’uomo di teatro. Calabrese d’origine – era nato a Crotone nel 1957 – Pedullà era giunto negli anni Settanta a Firenze dove aveva compiuto i suoi studi universitari laureandosi in storia contemporanea – dalla tesi di laurea sarebbe poi nato il volume Il mercato delle idee. Giovanni Gentile e la Casa editrice Sansoni (Bologna, il Mulino, 1986) – per poi perfezionarsi a Parigi presso l’École de Hautes Études en Sciences Sociales e l’Université de Paris VII con una tesi sull’utopia del teatro popolare in Francia nei primi decenni del Novecento. Nella capitale francese aveva anche avuto modo di entrare in stretto contatto con personalità di caratura internazionale quali Georges Banu, Peter Brook, Eugenio Barba.
La sua vocazione di storico, declinata sul versante teatrale, era poi proseguita con un Dottorato di ricerca in Storia della società europea presso le Università di Firenze e Pisa, il cui esito sarà la pubblicazione del volume Il teatro italiano al tempo del fascismo (il Mulino, 1994) vincitore del premio IDI Silvio d’Amico, nonché con una borsa di ricerca giustappunto dedicata all’illustre critico teatrale, cui Pedullà rivolgerà negli anni costante attenzione, sia attraverso la cura delle introduzioni ai volumi delle Cronache 1914-1955 (Palermo, Novecento, 2001-2005), sia con la recentissima importante monografia Silvio d’Amico. Una biografia (Perugia, Morlacchi, 2023). A queste linee di ricerca si aggiunge, in piena coerenza cronologica, l’interesse per Edward Gordon Craig: una presenza assidua, riscontrabile nell’influenza esercitata in molte delle sue regie e frequentata proficuamente anche nella ricerca storica in numerose occasioni, a cominciare dalla serie di eventi intitolata Per un teatro vivente: Gordon Craig in Italia da lui organizzata nel 1989 a Campi Bisenzio insieme a Gianni Isola e comprendente un convegno, un’esposizione e la messa in scena, per la regia dello stesso Pedullà, di Un dramma per pazzi, liberamente tratto dal Drama for fools di Edward Gordon Craig, fino alla partecipazione al convegno internazionale tenutosi a Firenze del 2016 in occasione del cinquantenario della morte del grande regista inglese.
La sua formazione di storico, e di storico del Novecento, è stata alla base della sua pratica scenica sviluppata fin dai primissimi anni Ottanta con la fondazione della compagnia Mascarà Teatro, poi Teatro Popolare d’Arte, col laboratorio Teatro Studio Edward Gordon Craig dedicato alla formazione dell’attore, con una serie cospicua di attività formative disseminate nell’arco di quarant’anni per tutto il territorio toscano, nonché con l’attività di teatro in carcere, intrapresa fin dall’inizio degli anni Novanta presso la casa circondariale di Arezzo e giunta fino ad oggi con le ultime significative esperienze della Gorgona, di cui Pedullà ha lasciato vive testimonianze nei volumi Alla periferia del cielo (Corazzano, Titivillus, 2007) e Il teatro del mare. Le arti sceniche nell’isola di Gorgona (Imola, Cuepress, 2025). Una parte consistente del percorso artistico di Gianfranco Pedullà si intreccia infatti con l’attività del teatro in carcere di cui è stato uno dei maggiori protagonisti nel panorama nazionale e internazionale, e del resto, se consideriamo quella che è stata la prospettiva che ha guidato la sua opera di regista e drammaturgo è praticamente impossibile tenere distinti i diversi ambiti, così come non possiamo che ripercorrere sommariamente la sua folta esperienza registica.
Quello che emerge dal suo lungo percorso artistico è un diretto confronto con un repertorio prevalentemente novecentesco, da Samuel Beckett (Aspettando Godot) a Pirandello (I giganti della montagna), a Bertolt Brecht (Santa Giovanna dei macelli; L’anima buona del Sezuan), non senza tuttavia incursioni nella grande tradizione del teatro europeo, da Shakespeare (La tempesta nella versione di Eduardo De Filippo, Re Lear) alla Commedia dell’Arte, oppure proponendo proprie drammaturgie (da La vita immaginaria di Stenterello a Pulcinella, fino ad arrivare a La scomparsa delle lucciole, terzo episodio della trilogia Dopo Salò, in collaborazione con Massimo Sgorbani), o ancora, forse più frequentemente, con riscritture e adattamenti da Italo Calvino, Michael Ende, Werner Herzog, Alfred Jarry, Nietzsche, Orwell, Shakespeare, Oscar Wilde, rifondendo le differenti declinazioni di questi linguaggi in molte delle sue regie per il tramite di suggestioni craighiane, registri talvolta grotteschi capaci di valorizzare al meglio le capacità performative degli interpreti e momenti di forte distanziazione critica di stampo brechtiano.
Dal 2010 Direttore del Teatro delle Arti di Lastra a Signa, Gianfranco Pedullà ha contribuito allo sviluppo delle arti dello spettacolo anche in termini istituzionali, promuovendo nel 2002 la Rete Teatrale aretina e dando vita nel 2011, insieme a Donatella Massimilla e Vito Minoia, al Coordinamento Nazionale Teatro in carcere, ormai punto di riferimento imprescindibile per una sessantina di compagnie e operatori teatrali della penisola.