Fra sanitŕ e follia

di Riccardo Cenci

Data di pubblicazione su web 21/07/2026

Don Chisciotte Della Mancia

«Ho perso la cognizione del tempo e dello spazio», scrive Azorín nel suo libro Sulle tracce di Don Chisciotte, sorta di diario di viaggio vergato nel 1905 visitando i luoghi del romanzo, dove si ambientano le avventure del celebre hidalgo. Un percorso che, inevitabilmente, conduce nei territori del sogno e dell’irrealtà. Forse a questo pensava Hans Werner Henze quando, nel 1976, alzava il sipario sull’utopia artistica del Cantiere Internazionale d’arte di Montepulciano proprio con il Don Chisciotte della Mancia, opera buffa di Paisiello su libretto di Giovanni Battista Lorenzi andata in scena per la prima volta nel 1769. Una rilettura del classico settecentesco che si avvale della revisione librettistica operata da Giuseppe di Leva, e della rielaborazione orchestrale dello stesso Henze. Una scelta peculiare, allora allestita in Piazza Grande, scenografia ideale per un progetto ambizioso ma dai mezzi forzatamente limitati, oggi riproposta nell’ambito più raccolto del Teatro Poliziano a cento anni dalla nascita del musicista e a cinquanta dalla scaturigine del Cantiere.


Un momento dello spettacolo
© Irene Trancossi

Perché un compositore impegnato politicamente come Henze sentì il bisogno di mettere mano a un lavoro del passato, fra l’altro di scarsa fama e ridotta circolazione? In primo luogo, per coinvolgere le maestranze locali in un progetto ricco di spunti di riflessione, contrapponendosi a manifestazioni più blasonate e di carattere elitario, anche se tale spiegazione non appare del tutto esaustiva. Cervantes scrive il suo capolavoro in un’epoca di crisi e di violenza, che per molti aspetti appare vicina al mondo coevo, ovvero all’Italia degli anni Settanta. La figura allampanata del cavaliere errante simboleggia quello che l’ispanista Vittorio Bodini chiamava “l’oppio cavalleresco”, ovvero l’evasione fantastica. La svalutazione dell’esperienza concreta è il male denunciato da Cervantes; per questo di Leva, sollecitato dal musicista, include alcuni aspetti del romanzo nelle parti recitate, offrendo respiro più ampio all’azione. L’opera di Paisiello diviene così altra cosa, immersione nella contemporaneità, pur mantenendo le vestigia dell’intrattenimento buffo. 

La dicotomia orchestrale, ovvero la divisione fra un ensemble da camera e una banda vera e propria, addita due diversi modi espressivi. Il mondo cavalleresco viene strappato dalle sue auliche altezze e ricondotto alla più rozza verità. A ben guardare la malinconia di Don Chisciotte e la gaiezza di Sancho, lungi dal rappresentare un dualismo irrisolto, sono aspetti della medesima realtà. «Ti stai facendo ogni giorno più acuto e saggio amico mio», dice significativamente il cavaliere al suo scudiero. L’apparentemente rustico Sancho affina la propria capacità di riflettere, impadronendosi dei territori del pensiero. Il protagonista, al contrario, affonda nella follia, che di per sé non è garanzia di libertà. In tal senso l’artista stesso è un po’ Don Chisciotte, in quanto deve lottare per la propria autonomia, e un poco Sancho, nel suo percorso di progressiva conquista della consapevolezza.


Un momento dello spettacolo
© Irene Trancossi

L’estetica di Henze abbraccia il postmoderno, la poetica del frammento, l’accostamento fra elementi eterogenei. Da questo punto di vista gli intrecci sentimentali derivati dal libretto originario assumono carattere disturbante, in quanto inseriti in un contesto polimorfo che aspira a descrivere la degenerazione e le tare della modernità. Le melodie originarie vengono contrappuntate in maniera del tutto particolare dal tessuto sonoro predisposto da Henze con pregnante sensibilità timbrica. I tradizionali personaggi amorosi appaiono logori e avvolti da un’aura di irrealtà, come figure anacronistiche sul punto di svanire. Il loro ostinarsi a essere ancora in scena ha un carattere disperante. Sovraccarichi di significato che, forse, non sono emersi del tutto dal pur apprezzabile allestimento. 

Il regista Michael Dissmeier, coadiuvato dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, confeziona uno spettacolo ben impaginato, dalle atmosfere infantili e sognanti. Gli attori e i cantanti si muovono sulla scena e in platea, nel dichiarato intento di coinvolgere il pubblico, di spezzare ogni barriera fra fruitori e artisti nel solco tracciato da Henze; la libertà è davvero al potere. Se qualcosa manca è il dubbio, la critica sociale, quella veste politica che il compositore aveva in mente nell’accostarsi all’opera di Paisiello.

Bravi tutti gli interpreti, con una menzione particolare per il Don Chisciotte di Nicola di Filippo, ben cantato e interpretato in maniera altrettanto egregia, per il Don Calafrone di Paolo Mascari e per la Contessa di Emelina Medina Martínez. Bravi anche gli attori Alessandro Zazzaretta e Anelio Salvadori, rispettivamente Don Chisciotte e Sancho Panza.


Un momento dello spettacolo
© Irene Trancossi 

Marco Angius ha diretto con ammirevole chiarezza l’Ensemble strumentale dell’Ateneo Renano, mentre la Banda Poliziana si avvaleva del controllo di Giacomo Valentini. I due complessi, disposti in buca su piani diversi, hanno raggiunto l’equilibrio necessario a costruire una tessitura semanticamente varia e pregnante. 

Arricchiva il discorso sulla eclettica proposta drammaturgica di Henze il concerto di apertura del Festival, in scena presso il tempio di San Biagio il 17 luglio. In programma Nachtstücke und Arien del 1960 nella versione per soprano e piccola orchestra di Detlev Glanert, appositamente commissionata dal Cantiere. Tre musiche notturne di grande suggestione a incorniciare due poesie di Ingeborg Bachmann, sulla natura e sullo sfacelo che minaccia il nostro mondo. Marcus Stenz modella le atmosfere sognanti della prima musica notturna, guidando l’ascoltatore in un drammatico crescendo. L’Orchestra Sinfonica delle Alpi si mostra compagine affidabile e di grande maturità, nonostante la giovane età dei suoi componenti. Bravo il soprano Marily Santoro nel cogliere le molteplici sfumature dei testi, mostrando abissi di significato. Concludeva la serata la Terza di Beethoven, che Stenz dipana a mani nude con olimpico controllo del suono. L’utopia del Cantiere, dopo cinquanta anni, è ancora viva e in grado di parlare alla nostra contemporaneità.



Don Chisciotte Della Mancia

Cast & Credits




Cast & credits

Titolo 
Don Chisciotte Della Mancia
Origine 
Italia
Anno 
2026
Data rappresentazione 
18 luglio 2026
Città rappresentazione 
Montepulciano
Luogo rappresentazione 
Teatro Poliziano
Adattamento 
Giuseppe Di Leva, Hans Werner Henze
Libretto 
Giovanni Battista Lorenzi
Regia 
Michael Dissmeier
Interpreti 
Emelina Medina Martínez (La Contessa )
Yewon Lee (Carmosina )
Seoyoung Jang (Cardolella )
Luzia Ostermann (La Duchessa inglese )
Nicola Di Filippo (Don Chisciotte )
Paolo Mascari (Don Calafrone )
Biran Özgür Sariyer (Sancho Panza )
Lee Kihyun (Don Platone )
Produzione 
Coproduzione Cantiere Internazionale d’Arte, Palazzo Ricci Accademie delle Arti e Kolleg der Künste/Ateneo renano (Hochschule für Musik Detmold, Hochschule für Musik und Tanz Köln, Robert Schumann Hochschule Düsseldorf, Folkwang U
Musiche 
Giovanni Paisiellora
Orchestra 
Ensemble strumentale dell’Ateneo Renano; Banda Poliziana
Direzione d'orchestra 
Marco Angius
Note 
Scene e costumi: Julius Bach, Franziska Bruns, Laura Goerner, Hanna Pakhmutova, Emiliyan Todorov, Suna Osankan, Anastasiya Trifonenko, Elina Zaitseva, Ziqian Zhang, sotto la direzione di Lena Newton, Ruth Groß e Hans Diernberger; Alberto Montino lighting designer junior per Guido Levi Lighting Lab; Cristian Zucaro lighting designer tutor per Guido Levi Lighting Lab; Mimma Campanale assistente del direttore d’orchestra; Mattia Dattolo, Yuna Kim, Ainoa Padrón maestri collaboratori; Cloe Luciano maestro di palcoscenico; Elisa Paolini maestro alle luci