Il filo giallo che unisce Françoise e Alice
Nato a Nantes nel 1978, Mickaël Phelippeau rappresenta una delle figure più originali della scena coreografica francese contemporanea. Prima di dedicarsi alla danza ha studiato arti plastiche e visive, per poi perfezionarsi nel prestigioso programma ex.e.r.ce del Centre Chorégraphique National de Montpellier. Questa duplice formazione permea ancora oggi profondamente la sua poetica. Il coreografo, non a caso, rifiuta i tradizionali provini per i propri interpreti, preferendo costruire i suoi lavori a partire dall’incontro con persone portatrici di esperienze di vita straordinarie. De Françoise à Alice nasce proprio da uno di questi incontri: il primo risale al 2015, durante un workshop organizzato dall’associazione ART21 a Laon, realtà fondata per promuovere la danza condivisa tra persone con e senza disabilità intellettive. In quell’occasione Phelippeau rimase colpito da una performance di Alice Davazoglou, Le Grand Plongeon, intuendo immediatamente come il suo linguaggio scenico meritasse di essere approfondito attraverso una creazione dedicata. Da quell’incontro prese avvio un lungo percorso di confronto che, nell’arco di oltre dieci anni, avrebbe portato alla nascita dello spettacolo. Pronto a debuttare nel marzo 2020, il progetto fu inevitabilmente sospeso a causa della pandemia, trovando finalmente la sua prima assoluta soltanto nel maggio 2021 al Festival Actoral di Marsiglia.

Un momento dello spettacolo
© Philippe Savoir
Alice ha la sindrome di Down; Françoise, sua madre, viene comunemente definita una ballerina “normodotata”. Phelippeau prende proprio queste etichette come punto di partenza per mostrarne tutta l’inadeguatezza. Lo spettacolo non cerca di cancellare le differenze, ma invita a guardarle nella loro complessità, creando una riflessione tanto politica quanto umana, che rifiuta qualsiasi forma di pietismo per restituire alle due protagoniste la loro piena individualità. La relazione tra madre e figlia costituisce l’autentico centro emotivo della creazione. Françoise e Alice non interpretano due personaggi: portano sulla scena il proprio vissuto, fanno della biografia materia coreografica. La loro relazione viene mostrata in tutta la sua complessità, attraversando con assoluta naturalezza momenti di tenerezza, ironia, rabbia e riconciliazione. Il dialogo verbale in lingua francese (con sottotitoli in inglese e tedesco proiettati sul fondale) si intreccia continuamente al movimento. Come hanno raccontato le stesse interpreti al termine dell’esibizione, il processo creativo le ha condotte verso «luoghi sconosciuti e intimidatori». Eppure, proprio questa esposizione rappresenta la forza dell’opera. Alice ha più volte dichiarato che il suo desiderio era semplicemente quello di permettere al pubblico di capire «chi siamo davvero». Lo spettacolo raggiunge pienamente questo obiettivo, tramutando una storia familiare in una riflessione universale sul riconoscimento dell’altro, sul diritto all’autodeterminazione e sulla necessità di superare ogni sguardo paternalistico.
Sul palcoscenico tutto appare ridotto all’essenziale. Non vi sono scenografie spettacolari né artifici drammaturgici. Phelippeau sceglie deliberatamente la via della sottrazione, lasciando che siano i corpi, la voce e la relazione a occupare lo spazio scenico. Anche i costumi contribuiscono a questa ricerca di autenticità: Françoise e Alice non indossano abiti teatrali, ma vestiti scelti insieme al coreografo direttamente dai rispettivi armadi di casa, trasformando la scena in un luogo di verità condivisa. All’interno di questa essenzialità emerge con forza un unico elemento cromatico dominante: il giallo. Più che una scelta estetica, esso rappresenta uno dei segni distintivi dell’intero universo creativo di Phelippeau. Più che un elemento cromatico, indica la cifra poetica del suo linguaggio. Il coreografo organizza infatti le celebri Yellow Party, momenti di festa collettiva nei quali pubblico e performer condividono l’esperienza della danza in maniera inclusiva. In De Françoise à Alice questa tonalità assume un valore ancora più profondo: il giallo illumina indistintamente i corpi delle due protagoniste, annullando sul piano visivo qualsiasi distinzione tra normalità e diversità.

Un momento dello spettacolo
© Philippe Savoir
Gran parte della tessitura sonora è costituita dalle voci dal vivo di Françoise e Alice, alle quali si affianca una linea vocale registrata curata da Valérie Castan. Il ritmo del francese parlato, i cambi improvvisi d’intonazione, il respiro affannato dopo lo sforzo fisico e i silenzi che interrompono il dialogo assumono il valore di una vera partitura, scandendo il tempo della relazione prima ancora di quello della danza. La musica compare soltanto in momenti accuratamente selezionati e trae origine da un processo creativo autobiografico: Phelippeau ha infatti chiesto alle due protagoniste di scegliere alcuni brani significativi del proprio vissuto personale, costruendo quella che potrebbe essere definita una vera e propria “playlist affettiva”. Tra i brani selezionati emerge la toccante scelta di Perfect Day di Lou Reed. Anche il disegno luci firmato da Abigail Fowler contribuisce a costruire questa dimensione di intimità, sena mai sovrastare la relazione tra le interpreti. Le variazioni accompagnano costantemente e con discrezione l’intera evoluzione emotiva della relazione.
La costruzione drammaturgica procede lungo un doppio binario emotivo di straordinaria efficacia. Da una parte emerge l’immensa dolcezza che caratterizza il rapporto tra madre e figlia, fatta di complicità e protezione reciproca; dall’altra affiorano improvvisi scatti di rabbia, frustrazione e dolore, che restituiscono tutta la fatica di una quotidianità continuamente attraversata dal giudizio sociale. Phelippeau evita qualsiasi retorica dell’inclusione, scegliendo invece di mostrare la realtà nella sua irriducibile complessità. La vicenda personale diventa lentamente uno specchio nel quale il pubblico è chiamato a riconoscere i propri pregiudizi, mentre Françoise e Alice espongono la propria intimità senza mai indulgere in alcuna richiesta di compassione, affidando allo spettatore la responsabilità di uno sguardo nuovo, libero da stereotipi e semplificazioni. La calorosa standing ovation che accompagna il termine della rappresentazione suggella un dialogo profondo tra scena e platea. Ecco perché, quando le luci si riaccendono, non è il pietismo a far inumidire gli occhi, ma la lucidità con cui rabbia e ingiustizia sono state trasformate in gesto artistico.
De Françoise à Alice

Un momento dello spettacolo
© Philippe Savoir
Cast & credits
| Titolo
De Françoise à Alice |
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| Origine
Francia |
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| Anno
2026 |
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| Data rappresentazione
14 luglio 2026 |
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| Città rappresentazione
Vienna (Austria) |
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| Luogo rappresentazione
Kasino am Schwarzenbergplatz |
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| Evento
ImpulsTanz - Vienna International Dance Festival 2026 |
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| Autori
Mickaël Phelippeau |
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| Regia
Mickaël Phelippeau |
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| Interpreti
Alice Davazoglou (Alice) Françoise Davazoglou (Françoise) |
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| Produzione
Fabrik Cassiopée |
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| Distribuzione
Fabrik Cassiopée |
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| Scenografia
Isabelle Morel (allestimento) |
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| Costumi
Karelle Durand |
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| Coreografia
Mickaël Phelippeau |
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| Suono
Laurent Dumoulin |
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| Luci
Abigail Fowler (progetto luci) - Antoine Crochemore (direzione luci) |
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| Note
Collaborazione drammaturgica: Anne Kersting. Descrizione audio e voce registrata: Valérie Castan. Produzione esecutiva: bi-p. Coproduzione: L’Échangeur – CDCN Hauts-de-France; Atelier de Paris – CDCN; Espace 1789 – scène conventionnée danse de Saint-Ouen; Les Quinconces – L’Espal, Scène nationale du Mans; Scène nationale d’Aubusson; Entresort – Centre national pour la création adaptée; La Filature – Scène nationale de Mulhouse. Con il sostegno di La Pratique – atelier de fabrique artistique (Vatan). Ringraziamenti: Yohan Chambonneau, Florian Laze, La Pratique – atelier de fabrique artistique, La Spirale de Caroline – Olivia Grandville. |