Al di qua di Wagner

© Nurth Wagner-Strauss
Convince meno l’anestetizzazione di ogni sollecitazione carnale, la cancellazione della seduttività peccaminosa dei personaggi femminili in nome forse di scrupoli antisessisti: snodo ineludibile della drammaturgia dell’opera, il richiamo dei sensi di cui Kundry è portatrice qui cede il passo alla raffigurazione di un’algida dea indiana; e le sensualissime Fanciulle-Fiore sono le stesse asessuate donne-scudiero del primo atto. Non c’è recitazione – sostanzialmente – in questo Parsifal, né alcuna attuazione delle didascalie del libretto: il protagonista non si slancia furente contro Kundry, nessuna seduce nessuno, la ferocia di Klingsor è a un dipresso dall’atarassia. Ne scaturisce una sorta di dimensione oratoriale – o, meglio, di grande video-oratorio – dove la mancanza di gestualità ingenera confusione, ma potrebbe anche trasformarsi in trascendente valore rappresentativo. Purtroppo così non accade, o accade solo di rado. E a misura che la non-azione si dipana lungo oltre quattro ore di musica il Parsifal di Kennedy – Selg lascia inespresse le sue potenzialità, non traduce i propri limiti in caratteristiche, appare sempre più videogame e sempre meno sperimentale.Anche la scelta di affiancare una direttrice a una regista suona più come intento programmatico che reale alchimia tra orchestra e palcoscenico. La taiwanese Yi-Chen Lin sigla una lettura pulita e precisa, dove non c’è spazio per il soggettivismo romantico, ma ne resta poco pure per le emozioni. I tempi sono tendenzialmente lenti: di una lentezza, però, priva di solennità e dettata semmai dal bisogno di allargare le maglie del tessuto strumentale per governare ogni dettaglio. Il contrappunto viene evidenziato con diligenza, senza restituirgli il suo ruolo di strumento drammaturgico; i Leitmotiv del Preludio suonano ben scanditi, ma non perfettamente concatenati; la trasparenza luminosa del suono (l’Orchestra Sinfonica della Radio di Vienna serve benissimo la direttrice) sembra dettata dall’accuratezza fonica più che da una reale idiomaticità sonora. E contare su un cast interessante, che assembla wagneriani della vecchia guardia con validi elementi di nuova generazione, non ha ingenerato dal podio un’autentica “regia vocale”.Tutti comunque – i vecchi e i giovani – sembrano propensi a un Wagner di consolidata tradizione bayreuthiana, tendente cioè al declamatorio piuttosto che al cantabile, quando non incline a un vero e proprio Sprechgesang. Ed è una linea canora che, a ben vedere, poco si amalgama con il mondo visivo di Selg, le cui immagini colorate e ridondanti avrebbero forse dialogato meglio con una vocalità wagneriana meno spigolosa e più lirica, meno disadorna e più sontuosa. Ormai settantenne, Albert Dohmen suona piuttosto prosciugato timbricamente: resta peraltro, salvo errore, l’unico cantante che – oltre a Hans Hotter – nell’arco della propria carriera abbia interpretato tutti e quattro i ruoli gravi del Parsifal; e sebbene il Dohmen basso di oggi sia meno interessante del Dohmen baritono di ieri, il suo Gurnemanz nobilmente affaticato è una raffigurazione di gran spessore. Quanto al settantottenne Kurt Rydl è l’icona di sé stesso, come spesso accade con i bassi chiamati a interpretare il fulmineo e sepolcrale ruolo di Titurel: Rydl lo fa con voce senile per stabilità di suono, ma non certo quanto a volume e risonanza. Ed è un peccato che il suo episodio sia uno dei meno valorizzati dalla direttrice e dalla regista.

Un momento dello spettacolo
Compenetrato nella sua raffigurazione di Messia nero, Thomas appare però poco interiorizzato sul piano del fraseggio. Alla solidità della linea corrisponde un eccesso di semplificazione: ne deriva una certa superficialità del personaggio, che contribuisce a rendere epidermico questo spettacolo. Vocalmente robusto e senza troppe tentazioni introspettive sarebbe anche Kartal Karagedik; tuttavia, a favore del baritono turco, gioca un timbro naturalmente tenebroso, assai efficace nel rinviare ai tormenti di Amfortas. Werner Van Mechelen è un Klingsor un po’ sommario in senso sia vocale che interpretativo, mentre Dshamilja Kaiser rappresenta la punta più alta del cast. Risolve in chiave puramente mezzosopranile il ruolo ibrido di Kundry – sicché qualche impennata acuta non è del tutto a fuoco – e non le giova la totale perdita di sensualità con cui la regia affligge il personaggio: ma le sfumature appassionate che imprime al duetto con Parsifal neutralizzano ogni algidità scenica, mentre nel terzo atto la sua concentrazione rarefatta imprime invece un’eleganza addirittura liederistica.Straordinario come sempre l’amalgama dell’Arnold Schönber Chor, istruito dal veterano Erwin Ortner. Pubblico diviso, sebbene quello delle Wiener Festwochen sia tutt’altro che tradizionalista. E ad aleggiare un sentore di scommessa persa: come d’una messinscena che – ferme restando certe sue indubbie singolarità – volesse andare al di là di Wagner, ma forse riesce solo a restarvi al di qua.

© Nurth Wagner-Strauss
Parsifal

Un momento dello spettacolo
© Nurth Wagner-Strauss
Cast & credits
| Titolo
Parsifal |
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| Sotto titolo
Dramma sacro in tre atti |
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| Anno
2026 |
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| Data rappresentazione
17 giugno 2026 |
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| Città rappresentazione
Vienna |
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| Luogo rappresentazione
Museum Quartier - Sala E |
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| Prima rappresentazione
15 giugno 2026 |
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| Evento
Wiener Festwochen |
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| Titolo originale
Parsifal |
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| Libretto
Richard Wagner |
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| Autori testo d'origine
Richard Wagner |
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| Regia
Susanne Kennedy |
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| Interpreti
Russell Thomas (Parsifal) Dshamilja Kaiser (Kundry) Albert Dohmen (Gurnemanz) Kartal Karagedik (Amfortas) Werner Van Mechelen (Klingsor) Kurt Rydl (Titurel) |
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| Scenografia
Markus Selg |
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| Costumi
Andra Dumitrascu |
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| Coreografia
Dominic Santia |
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| Sceneggiatura
Tobias Staab |
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| Luci
Sascha Zauner |
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| Orchestra
Orchestra ORF |
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| Coro
Arnold Schönberg Chor |
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| Maestro del coro
Erwin Ortner |
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| Note
Drammaturgia musicale Piet De Volder Konzept Susanne Kennedy e Markus Selg Yi-Chen Lin |