Dolore d'un popolo sterminato dai suoi governanti

Un momento dello spettacolo
© Giulia Lenzi
La scenografia risalta nell’unico oggetto manufatto, il traliccio del giaciglio privo d’ogni corredo. Centro dell’organismo di governo superstite, appare la dimora regale deturpata nel suo fasto simbolico. La luce varia appena, nelle sequenze ritagliate, divise, scarnite, gli indizi dello spaventoso sisma conflittuale, per imporre personaggi sempre soli con sé stessi, pure rappresentanti di volta in volta un regno, una gente, una funzione, un’umile mansione. La vicenda inizia dunque dal portale sul fondo, donde il messaggero avvia da Salamina la sua corsa, tesa a comunicare la notizia infausta. Corsa che ricalca quella leggendaria di Maratona ed è praticata sul posto, lungo venti minuti di sforzo intensamente ritmato. Prestazione atletica per esprimere la fatica dell’annuncio atteso e temuto. La voce del coro sorge lentamente e cresce da un attore mosso da un accesso di memoria straziata. In Enrico Campanati la scansione è secca, epica, subito dolente nel rosario dei nomi dei soldati caduti, commosso lo sguardo dalla nobiltà umiliata, spaventato dalla realtà futura. Il flusso sommesso e penetrante del lamento termina nell’invito alla meditazione. Allora Atossa narra del sogno premonitore e vi s’immerge ansiosa per la sorte del figlio, condottiero invasore. L’incubo le svelerà la verità insostenibile. All’apparire, la sua prima voce è una canzone swing ballabile, quale evento anacronistico e straniante, che all’arrivo del messaggero subirà inversione di senso. Il racconto della battaglia di Pietro Giannini è più urgente e realistico di quello immaginato dal coro, per infondere nella regina e madre la forza dell’inchiesta e della presa di coscienza disperata. Così intensa da indurle il bisogno d’un esorcismo del dolore, una danza folle, sorprendente per l’autoanalisi, nella confessione e la pietà che abbraccia il figlio, la famiglia e il popolo insieme. È il culmine interpretativo, la reazione alla verità, la sequenza di un girotondo rituale e nevrotico; catarsi patologica sfogata stupendamente nel tormento d’un vocalizzo irrazionale lancinante. L’ombra di Dario è evocata quale momento d’accusa e di giudizio del colpevole, da parte del sovrano severo con il peccato del figlio. La sostanza evanescente del personaggio si mostra nell’agire sotto la guida d’una figura supplente, Marco Santi, emanazione di forze infernali. E la presenza di Serse, resa in crescendo da Giannini, riecheggia il lamento già corale che, attraverso l’elencazione dei nomi dei compagni, contribuisce a scavare profondamente l’abisso che separa dai morti.

I costumi attuali rendono odierni i testimoni della sconfitta d’una parte e della rovina di tutti. Così la guerra antica è sensibilmente contemporanea nella miseria e nell’orrore. L’importanza attribuita alle vesti, rappresentanti all’origine la condizione dei ruoli, torna qui in Serse e in Atossa che vi insistono con gesti e allusioni, più che esaltando visivamente il simbolismo dell’abbigliamento. Domina il nero, accanto al torso dell’atleta, che interpreta anche il padre e il figlio, spogli d’ogni segno del ruolo. Nella regina, la veste raffinata è ormai stinta, come l’oro striato dei capelli, co-protagonisti della furia e del lutto travolgenti. La musica di Pietro Guarracino, seguente la Canzone, insiste come nota isolata, tenuta, stridente e tagliente come una sega meccanica. Peraltro, si trasformano in musica i passi del podista e, specialmente, le parole che gli attori attingono a profondità inaudite, avendole strappate al testo e masticate, rese assolute nel tempo dell’attesa memoriale, quasi materia vocale dell’intimo personale sconvolto e martoriato. Così la parola-suono mutata in musica assume significati più profondi del significante. La scelta del silenzio, seguente le grida alte, insostenibili del poema antico, trapassano in liturgia inconscia protesa a una libertà inaccessibile. S’attenua pure la retorica moralistica rivolta ai vizi radicali della violenza e della prevaricazione. Il ripudio – l’esplicita condanna al ricorso alla guerra quale soluzione delle differenze rivali per gli interessi e le ideologie – viene superato dall’atto fisico in forma e sentimento poeticizzati, unica risposta plausibile. Perciò gli spettatori tardano un lungo attimo sospeso, prima di applaudire gli attori che s’inchinano.

Un momento dello spettacolo
© Giulia Lenzi
I persiani

Un momento dello spettacolo
©Giulia Lenzi
Cast & credits
| Titolo
I persiani |
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| Durata
60 min. |
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| Data rappresentazione
6 giugno 2026 |
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| Città rappresentazione
Genova |
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| Luogo rappresentazione
Ex Caserma Gavoglio |
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| Prima rappresentazione
4 giugno 2026 |
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| Titolo originale
Pèrsai |
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| Adattamento
Giovanni Ortoleva |
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| Autori testo d'origine
Eschilo |
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| Traduzione
Giorgio Ieranò |
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| Regia
Giovanni Ortoleva |
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| Interpreti
Enrico Campanati (Coro) Pietro Giannini (Messaggero, Ombra di Dario, Serse) Valentina Picello (Atossa, Regina) Marco Santi (Figura in nero) |
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| Produzione
Fondazione Luzzati - Teatro della Tosse, Genova |
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| Costumi
Daniela De Blasio |
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| Luci
Marco Santi |
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| Musiche
Pietro Guarracino |