Il pas de deux di speranza e disillusione
Interno, luce fredda, su un tavolo al centro della scena Nina e Mark fanno colazione: lei è una deputata in lotta contro la chiusura di una casa rifugio per donne, minacciata da una società di investimenti; lui un ex avvocato in crisi ora maestro alle elementari che, quando è solo in casa, tira fuori una bottiglia di vodka che tiene nascosta dietro il minifrigo, grande abbastanza solo per loro due perché di avere un figlio non se ne parla proprio. Intorno, in una scatola scenica di velluto nero, alcuni oggetti che tratteggiano con spietato minimalismo ambienti familiari ma al tempo stesso interscambiabili: un divano, un televisore poggiato per terra, sedie di ogni tipo, diversi appendiabiti e in fondo un piccolo camerino con specchio illuminato e lavatesta. Poi i due si salutano e prendono strade diverse per la giornata che li aspetta: basta varcare lo stipite senza anta di una porta sul fondo della scena, per far sì che il luogo dell’azione cambi completamente, pur rimanendo in apparenza identico. Allo stesso modo i personaggi, oltre quella soglia, non saranno più gli stessi.
Da qui il titolo Changes, ossia “cambiamenti”, o per meglio dire “trasformazioni”, perché i due attori in scena interpretano ben ventitré personaggi unici, cambiando rapidissimamente aspetto e modi di fare attraverso cambi d’abito, parrucche e baffi finti. Il regista, nell’intervista per questo spettacolo, si rende conto quanto «solo un lieve cambiamento nel tono, un sottile cambiamento nella dizione e, forse, un piccolo cambiamento nel modo in cui il personaggio si muove fisicamente» sia sufficiente per cambiare carattere e trasformarsi in un altro personaggio (quando, ovviamente, si hanno a disposizione due attori straordinari in grado di farlo).

Un momento dello spettacolo
© Arno Declair
Il realismo quotidiano delle situazioni che i due si ritrovano ad affrontare si scontra con la finzione manifesta dei travestimenti a scena aperta a cui gli attori si sottopongono: un patto di sospensione dell’incredulità a cui il pubblico scende senza fare troppi compromessi, sia per la rapidità e precisione tecnica con cui questi sono risolti, sia perché il fatto di vedere gli attori cambiarsi e travestirsi in scena aggiunge uno strato di significato ulteriore. Nel momento in cui gli attori si guardano allo specchio per sistemarsi l’acconciatura prima di impersonare un nuovo personaggio, si ha la possibilità di riflettere su come questo sia un cambiamento al tempo stesso esteriore e interiore. I diversi personaggi sono tutti interpretati da Jörg Hartmann e Anna Schudt: nel loro continuo trasformismo, viene da domandarsi se Mark e Nina non portino con sé qualcosa della soggettività dei personaggi che attraversano, che pur nella loro diversità hanno i corpi dei due attori come denominatore comune. Non solo, i travestimenti aiutano lo spettatore a seguire il fitto alternarsi delle vicende dei protagonisti: dall’ufficio del preside della scuola in cui lavora Mark si passa allo zoo in cui Nina ha un confronto difficile con il padre, che le chiede se forse non sia giunto il momento di mettere da parte la carriera per diventare tre insieme a Mark. Se non fosse che lui, poco prima, al gruppo di alcolisti anonimi la tradisca con un’altra donna (nei fatti sempre la stessa Anna Schudt), per diventare pochi istanti dopo nientemeno che un elefante che lei vede allo zoo e con cui ha un siparietto comico.
Il testo tedesco di Maja Zade viene reso comprensibile a un pubblico internazionale grazie a dei sovratitoli in italiano e inglese, la cui fruizione talvolta impedisce di cogliere tutte le sfumature e le microespressioni della recitazione “cinematografica” dei due, resa ancora più sottile e sfaccettata dai loro continui cambi di personalità. Non si può parlare tedesco senza parlare di Berlino: gli spostamenti tra un luogo e l’altro della città vengono rappresentati attraverso delle proiezioni su alcune superfici degli oggetti di scena, raffiguranti vedute dall’alto di paesaggi urbani in bianco e nero. Queste immagini, come delle “virgole drammatiche”, sono momenti di sospensione che servono allo spettatore per prendere fiato dal rapido susseguirsi dei frammenti della giornata dei due.
La grande metropoli, consacrata dal cinema di Wim Wenders, nel suo incedere inesorabile sembra impassibile di fronte ai tentativi di Mark e Nina di cambiare sé stessi e il mondo che li circonda. A un certo punto, Mark si prende cura di una sua alunna delle elementari che avverte un leggero mal di pancia (forse causato dall’ora di matematica) e nell’attesa che i suoi genitori la vengano a prendere, si sporge dalla ribalta per guardare giù, dal piano sopraelevato del suo ufficio, come se in realtà non fosse a un metro dal pubblico in prima fila. Impossibile non pensare agli angeli di Il cielo sopra Berlino (1987), che dall’alto dei palazzi guardano con distacco la città senza colori e sono visibili solo agli occhi innocenti dei bambini. Nella regia di Thomas Ostermeier non c’è spazio per il colore nemmeno per gli abiti e gli oggetti di scena: come per gli angeli nel film di Wenders, anche il mondo di Nina e Mark sembra in bianco e nero. Che sia forse questo il film che sul finale, al termine di questa lunga giornata, decidono di vedere insieme?

Un momento dello spettacolo
© Arno Decalir
Cast & credits
| Titolo
Changes |
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| Anno
2024 |
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| Durata
125' |
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| Luogo rappresentazione
Teatro della Pergola, Firenze |
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| Autori
Maja Zade |
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| Regia
Thomas Ostermeier |
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| Interpreti
Jörg Hartmann (Mark) Anna Schudt (Nina) |
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| Produzione
Schaubühne Berlino |
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| Scenografia
Magda Willi |
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| Costumi
Nehle Balkhausen |
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| Fotografia
Arno Declair |
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| Luci
Erich Schneider |
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| Musiche
Sylvain Jacques |
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| Note
Video Sébastien Dupouey |