Coatti nella convivenza
Dalle poltrone del Nuovo Rifredi Scena Aperta, l’aria sembra
irrespirabile: mentre il pubblico prende posto, il fastidioso frinire delle
cicale occupa già la sala, interrotto solo da un grido di Gioia Salvatori dopo
aver visto, a detta sua, una zebra. Lei, insieme a Riccardo Goretti e Simona
Senzacqua sono tre condomini, tre lavoratori precari costretti a fare (e a
essere) gli Straordinari, nella nuova produzione del Teatro della
Toscana in debutto per la stagione 2025/2026.
In una calda giornata d’agosto, tre condomini squattrinati hanno l’idea
assurda di fingere di essere in vacanza, allestendo una spiaggia improvvisata
sul terrazzo condominiale: ombrellone, sabbia finta, lettino e sdraio, per
prendere il sole sul cemento del centro città e forse anche per provare a
stringersi in una comunità, sfuggire alla solitudine, o quantomeno tentare di
condividerla, coi piedi ammollo in un mare (una bacinella blu) di disillusione.
Tre personaggi straordinariamente ordinari, che la collaborazione artistica di Andrea
Macaluso vuole chiamati con il loro vero nome di persona, senza creare
alcun alter ego.
Gioia è una docente precaria che studia per il concorso per diventare
professoressa, sineddoche di tutti quei lavori “di vocazione” di cui è sempre
più difficile vivere. Riccardo è un ex dipendente d’azienda che convive con il
rimorso di essere stato obbligato dai suoi capi a licenziare quattrocento
dipendenti con una misera e-mail precompilata. Simona, ostentando un coraggio
che non le appartiene, occupa con fierezza la posizione di “persona con
disoccupazione”, come dice in una brillante battuta Riccardo Goretti per
evitare di identificare la persona con la sua condizione lavorativa: dire
“disoccupato” sarebbe un insulto, significherebbe
colpevolizzare un’inadempienza, perché in un mondo in cui il lavoro determina
la nostra identità sociale, esserne privi è una condanna.

Un momento dello spettacolo
© Manuela Giusto
I tre personaggi condividono un’esistenza precaria, proprio come lo è
il loro lavoro, e rappresentano una generazione che soffre di un senso di
inadeguatezza endemico in cui il pubblico non può far altro che riconoscersi.
La cifra comunicativa dello spettacolo parte dai canoni della relatable
comedy, in cui si ride dei disagi della vita quotidiana, per poi fare un
passo indietro per abbracciare un linguaggio sempre più grottesco, surreale,
onirico. Stretti in questa sorta di “lettiera gigante” allestita come una
piccola spiaggia, con un asciugamano che rappresenta l’immagine del mare steso
sullo sfondo, i condomini cercano invano di convivere, misurando con delusione
la distanza tra loro stessi e le loro ambizioni – una casa, una famiglia, un lavoro stabile –, un tempo sogni legittimi, adesso utopie
irraggiungibili.
Proprio in apertura del sipario, Gioia ricerca nel pesante dizionario
di greco che tiene in braccio la definizione di óneiros: “sogno”,
“premonizione”; e in questo modo tenta di avvertire il pubblico che quelle che
sta per vedere sono situazioni certo concrete, ma offerte in una cornice
formale onirica. I tre cercano di trovare qualcosa a cui aspirare ma i soldi,
quando mancano, sono un vicolo cieco. Durante i loro dialoghi, come allucinati
dal caldo torrido, si immaginano di veder passare animali da circo: una zebra, un elefante, un leone. Poco a poco, la
tragicommedia si rivela nella sua assurdità. Mentre Riccardo sfoglia sulla
sdraio una rivista di enigmistica (evitando i cruciverba troppo difficili da
risolvere), decide insieme alle altre di giocare a identificarsi in un animale:
lui è un gorilla e racconta di Koko, un
gorilla diventato depresso perché un gruppo di scienziati gli ha insegnato che
cos’è la morte; Simona è una zebra, un animale simile al cavallo ma, a
differenza sua, unico e indomabile; invece Gioia è una giraffa, che a causa
della lunghezza del suo collo ha bisogno di un cuore molto forte per
sopravvivere.

Un momento dello spettacolo
© Manuela Giusto
A un certo punto, da una radio portatile si sente che un circo andato
in bancarotta sta liquidando tutta la sua strumentazione e per errore si è
fatto scappare i suoi beniamini: la cornice che delimita la spiaggia finta si
illumina e dall’alto scende quello che sembra un tendone a spicchi, mentre i condomini si trasformano in tre performer
circensi. Il mondo del lavoro sarebbe, appunto, un circo in cui ogni decisione
fa tremare il cuore, come staccare le mani dal trapezio, come saltare nel
cerchio di fuoco; uno show nel quale, come
animali ammaestrati, siamo costretti a seguire la bacchetta dell’imbonitore, a
essere frustati e frustrati. «La depressione» – dice
Riccardo Goretti nell’intervista per questo spettacolo – «è figlia di un
contesto ingiusto che opprime. Quando le cose vanno così, in maniera faticosa,
la gente tende a pensare a sé stessa»: essere “straordinari” significa non solo
resistere all’inflazione del mercato del lavoro ma anche e soprattutto
all’inflazione degli affetti, riuscire a non cedere alla tentazione di vivere
«coatti nella convivenza», come canta Franco Battiato nel brano Gente
in progresso (a cui lo spettacolo fa un piccolo omaggio musicale),
costretti nostro malgrado nei rapporti umani per restare, invece, liberi e
attivi partecipanti di una comunità.
Straordinari

Un momento dello spettacolo
© Manuela Giusto
Cast & credits
| Titolo
Straordinari |
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| Sotto titolo
Cantata per la fine del mese |
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| Anno
2026 |
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| Durata
70' |
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| Data rappresentazione
5 maggio 2026 |
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| Città rappresentazione
Firenze |
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| Luogo rappresentazione
Nuovo Rifredi Scena Aperta |
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| Prima rappresentazione
5 maggio 2026 |
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| Autori
Riccardo Goretti, Gioia Salvatori, Simona Senzacqua |
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| Interpreti
Riccardo Goretti Gioia Salvatori Simona Senzacqua |
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| Produzione
Teatro della Toscana |
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| Scenografia
Federico Biancalani |
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| Costumi
Anna Missaglia |
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| Fotografia
Manuela Giusto |
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| Luci
Samuele Batistoni |
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| Musiche
Simone Alessandrini |
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| Note
Con la collaborazione artistica di Andrea Macaluso |