Dubbi e dolori dell’innamorato contestatore

di Gianni Poli

Data di pubblicazione su web 24/04/2026

Il misantropo

All’entrata in sala, a sipario aperto, il palco appare come fosse l’atrio del teatro nel quale si prepara la rappresentazione, mentre gli attori si riconoscono man mano nei personaggi della commedia che stanno per recitare. Il progetto di Andrée Ruth Shammah, memore dalla sua collaborazione all’allestimento di Franco Parenti (1977), è felicemente condizionato dalla traduzione, in versi e in rima, di Valerio Magrelli, autore d’un testo arduo e raffinato, avvincente e pur ricco d’insidie. Poiché la “scena è a Parigi”, la scenografa organizza più lo spazio che l’arredo del luogo deputato, un salotto dell’appartamento dove Celimene riceve i suoi ammiratori. Margherita Palli lo disegna geometrico, semplicemente austero, in toni grigi. Poche suppellettili e due lampadari importanti, giusto per la funzione simbolicamente espressiva loro demandata.

Lo spettacolo affidato alla parola, ritenuta essenziale e decisiva, richiede ascolto. Antoine Vitez lo sentiva “tragedia della conversazione” in cui nulla succede. Lo spettacolo, però, ammette una coreografia, a sottolinearne l’aspetto cerimoniale. Così diventa l’autocelebrazione narcisistica ciarliera, un po’ monotona, pretenziosa e savante del passa-tempo del clan cortigiano (del re percepiamo la presenza dai segni dei suoi burocrati e messaggeri) che esibendosi s’illude di influire sul mondo degli altri, restando in effetti giudice di sé stesso. Del processo è interprete Alceste, misantropo radicale per principio, autolesionista masochista a scopo riformistico. Dal sottotitolo, atrabiliare innamorato, spunta una nota patologica. Lo sventurato s’è invaghito della coquette in auge, al centro della scena e dell’attenzione dei suoi spasimanti, fra i quali l’autentico innamorato è la vittima predestinata.


Un momento dello spettacolo
© Asia Ludovica Serpe


Priva di trama avventurosa, la commedia ligia alle tre unità segue la traiettoria definita dalla regia che, partendo dal protagonista, attraversa i suoi dubbi e patemi, per rivelarlo perdente nei suoi sforzi, morali e razionali; inadatto, alieno al mondo che intendeva castigare. La “giornata di passione” scorre nel viaggio estenuante dell’eroe irresoluto e un po’ romantico. Così lontano il suo tempo dal nostro, eppure impaniato nelle convenzioni e convenienze, guidate dall’ipocrisia che rode soprattutto chi la pratica. Fausto Cabra s’impegna nel suo ruolo con dedizione, velleità riconosciuta, fallimento che lo delude e lo annienta. Sorta di “M’ama / Non m’ama”, il suo tormento, la sua sfida; lotta reiterata contro l’evidenza di come la passione diventi malattia. Abilmente discorsivo, sottile nella scherma dialettica, anche con la donna, amante e rivale, cedevole al sentimento che lo sconvolge.

Al protagonista giova la presenza dell’amico Philinte, un Angelo Di Genio dalla calma calibrata, grande sobrietà e accenti decisi. Per la misura della recitazione tra buon senso ed espressione persuasiva, è perfetto e aggiornato raisonneur. Il confronto di Alceste s’inasprisce con Celimene (Bea Barret), il cui antagonismo nasce dal comportamento ambiguo, ostinato, di seduttrice per puro gusto di conquista. Vizio dongiovannesco volto al femminile o vocazione d’autonomia pseudo femminista? Abbozzata la figura, meno completa resta la sua resa. Infatti, per l’emploi di coquette (grande coquette), che le viene attribuito da tradizione, le converrebbe una molteplicità di registri che l’interprete non pare gestire appieno e che, nell’esito richiesto in particolare dai ritmi spezzati e dalle rime, rimangono latenti. Forse intervengono problemi di distribuzione sorti dopo la creazione, causati da sostituzioni che guastano l’omogeneità della compagnia e contrastano con la cura filologica che Shammah presuppone in interpreti avvertiti e collaudati. Del resto, Eliana (Margherita Laterza), cugina di Celimeme, appare – come ingenue o amoureuse – più intonata e a suo agio, sia per la gestualità sia per le varianti vocali; altrettanto Emilia Scarpati Fainetti (Orsina, di Celimene amica) nell’esplicitare fascino e intenzione con allusioni comprensibili ed efficaci.


Un momento dello spettacolo
© Asia Ludovica Serpe


La servitù, impiegata anche in parti di servi di scena, offre un apporto corale continuo all’azione. Armonia mostra la scelta dei costumi, che riconoscono l’evoluzione dalle maschere verso caratteri più confacenti ai protoborghesi cortigiani. Tutti in fogge similari, con tonalità di colore che denunciano un censo, una mansione, un’attribuzione gerarchica. 

La tavolozza di Giovanni Buzzi veste i personaggi in giallo, verde, azzurro e ocra (in nero Alceste), distinguendo con il viola melanzana Oronte, versatile guitto e poeta, nella caricatura dosata che ne fa Corrado D’Elia. La recita del suo sonetto invita allo scontro Alceste che lo disapprova e ne subisce querela e condanna con danni ritardati aggravati. Le interpretazioni colorite dei due marchesi, Lacasta e Clitandro, stucchevoli scherzosi, sono di Edoardo Rivoira e Filippo Lai. Le note musicali diffondono con discrezione sensibili sussulti in radi, rarefatti impulsi emotivi. La luce interpreta l’interno scenico quasi fosse spazio mentale. Usa due fonti, l’elettricità e le candele, per instaurare rapporti sinestetici preziosi e suggestivi. I lampadari assumono funzione metaforicamente rappresentativa con la caduta, la rovina, quando scendono prima sul pavimento, poi infranti si spengono. 

In quel finale di tentativi di rinuncia definitiva, il misantropo sconfitto e avvilito perde forze e potere. Abbandonato dalla donna tanto amata che non accetta il suo esilio di protesta e testimonianza, in disparte, si nasconde, coprendosi con una falda di sipario, nell’ultimo gesto sintetico, ridondante di Teatro. La problematica dell’opera recupera temi e forme della coeva Tartuffe, come la critica dell’ipocrisia e dei vizi affini, con varianti sul rischio che l’anomalia della coppia possa estendersi ai rapporti sociali interi. Durante la replica genovese si percepiva, da spettatori, un certo disagio per incomprensione di snodi significativi. Nell’infittirsi veloce delle battute, sempre più laboriose e allusive ai complessi legami fra i ruoli, andava così un po’ sminuito il senso più generale del conflitto tragicomico rappresentato, sospeso fra il godimento gratuito del gioco e il giudizio etico sollecitato.

 

Il misantropo

Cast & Credits





Un momento dello spettacolo
© Asia Ludovica Serpe

Cast & credits

Titolo 
Il misantropo
Durata 
2h 30 min.
Data rappresentazione 
15 aprile 2026
Città rappresentazione 
Genova
Luogo rappresentazione 
Teatro Ivo Chiesa
Prima rappresentazione 
19 novembre 2024
Titolo originale 
Le Misanthrope
Autori testo d'origine 
Molière
Traduzione 
Valerio Magrelli
Regia 
Andrée Ruth Shammah
Interpreti 
Fausto Cabra (Alceste)
Angelo Di Genio (Philinte)
Corrado D'Elia (Oronte)
Bea Barret (Celimene)
Andrea Soffiantini (Basco, cameriere)
Margherita Laterza (Eliana)
Filippo Lai (Clitandro)
Edoardo Rivoira (Lacasta)
Emilia Scarpati Fainetti (Orsina)
Marco Balbi (Du Bois, cameriere)
Manuel Bonvino (Servitore)
Francesco Maisetti (Guardia)
Produzione 
Teatro Franco Parenti. Fondazione Teatro della Toscana.
Scenografia 
Margherita Palli
Costumi 
Giovanni Buzzi
Coreografia 
Isa Traversi
Luci 
Fabrizio Ballini
Musiche 
Michele Tadini