Igor Esposito firma questa riduzione-trasposizione in chiave di monologo dell’
Orestea di Eschilo, l’unica trilogia attica arrivata fino a noi, e per farlo evoca i suoi personaggi principali dando ad ognuno di loro non soltanto una voce, ma anche un corpo e un’anima.
Un
disk jockey che sa di corifeo ci accompagna alla scoperta di questo radiodramma. «Buonasera dal vostro amico delle sere» dice in apertura di ogni intervento, e così facendo ci accoglie in questa sua trasmissione radiofonica “serale”. Eh già, perché le storie che si accinge a presentare non possono essere raccontate alla luce del giorno e non sono adatte per essere ascoltate da tutte le orecchie. Sono storie che parlano di violenza, di potere e di guerra, ma anche di matricidi, infanticidi e regicidi.
Il racconto di Ifigenia, con cui si apre il dramma, ci conduce subito in questo mondo violento e bugiardo; il registro infantile si trasforma progressivamente in un pugno nello stomaco, mentre accompagniamo la protagonista verso la morte. Così Clitemnestra e Egisto diventano due amanti che battibeccano: lui, parlando in siciliano, tenta di assoggettare la regina, facendosi simbolo e portavoce di un maschilismo tossico. Ne emerge la figura di un uomo insieme violento e pavido, che richiama Gennarino Carunchio, protagonista di
Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di
Lina Wertmüller.

Un momento dello spettacolo presso
© Il Funaro di Pistoia
Agamennone, con i suoi occhiali scuri e il suo giubbotto antiproiettile, veste i panni del guerrafondaio, dell’uomo di potere che – a detta sua – contrappone sempre il bene dello Stato a quello personale. Finge di piangere quando parla della figlia che ha ucciso ma subito dopo si giustifica dicendo di non essere meno colpevole del resto degli uomini. Un personaggio che – è impossibile non notarlo – porta i tratti di alcuni uomini di potere contemporanei e non solo. Cassandra porta una maschera e canta la sua tragedia, quella di prevedere il futuro ma di non essere mai creduta. Ricorda una
chanteuse di un fumoso cabaret francese: un cigno che va incontro alla propria fine continuando a cantare.
Nel finale entra in gioco Oreste che, con piglio da
stand up comedian – rivolto direttamente al pubblico col microfono in mano – espone le sue ragioni. È lui il vero protagonista della tragedia, costretto a decidere se uccidere la madre o no, obbligato a scegliere se vendicare la memoria del padre oppure mantenere in vita la donna che gli ha regalato la vita. Esiste una scelta giusta?

Un momento dello spettacolo presso
© Il Funaro di Pistoia
Sette personaggi per cinque scene. Sei vite distrutte e disperate, infelici e monumentali, quelle dei protagonisti delle tragedie. Cinque scene perché una è un dialogo, quello tra Clitemnestra e Egisto che, al ritorno di Agamennone, discutono su come uccidere il re dei re.
All’interno di una scena scarna e poco illuminata
Peppino Mazzotta interpreta tutti i personaggi. Grazie a minimi camuffamenti, modulazioni di voce e gesti calibrati, l’attore riesce sempre a mantenere l’attenzione di chi lo guarda diventando ipnotico. Le storie di questi infelici si susseguono e ognuna ci racconta il suo punto di vista. L’espediente drammaturgico più interessante sta nel fatto che per narrare questi racconti l’autore usa registri di scrittura diversi. Ogni personaggio non è quindi caratterizzato esclusivamente dall’unicità della sua vicenda, ma anche dal modo di esprimersi: il ritmo, le pause, l’utilizzo del dialetto e la canzone aiutano lo spettatore a entrare in empatia con ciascuno di essi.

Un momento dello spettacolo presso
© Il Funaro di Pistoia
Le musiche di
Massimo Cordovani eseguite dal vivo con
Mario Di Bonito hanno il sapore del coro a cui Eschilo conferisce importanza e autonomia, come fosse un personaggio collettivo che guarda, ascolta, si fa un’opinione e la vuole esprime. Le note, come le parole, graffiano e sono sporche, non cercano mai di accontentare chi le ascolta ma si adattano a quello che i personaggi vivono. Composizioni corrosive e oniriche che si avvalgono di strumenti musicali variegati: non solo chitarra, batteria e tastiere, ma anche sintetizzatori, hang e matallofoni.
«Strappate da voi la vanità». Con queste parole Oreste ci invita, al termine dello spettacolo, a non aggrapparci a quel bisogno di piacere a noi stessi e agli altri che, spesso, ci rende la versione peggiore di noi. Un’attitudine alla quale siamo ormai così assoggettati che l’unico modo per liberarcene sembra essere, appunto, un gesto violento: un male da estirpare.