Immagini e sentimenti veneziani, nei secoli fedeli
Non tanto sembra essersi ispirato il musicista alla situazione politica e sociale consolidata nel Fascismo, favorevole a un nazionalismo attinto dal passato, quanto alle proprie radici, al gusto dell’infanzia sensibile e precoce. Il Campiello è l’ultima opera a soggetto goldoniano fra le cinque composte da Ermanno Wolf-Ferrari (1876-1948), nata nel momento fra le due Guerre, fervido comunque di vocazioni musicali europee originali e di lunga portata. Questa «commedia lirica in tre atti», bene accolta alla sua uscita nel 1936, ha atteso a lungo la riproposta in scena. L’edizione odierna riprende quella data all’Arena veronese nel 2024, apprezzabile per modernità e naturalezza, nel rispetto dei suoi connotati primari, seppur datati. Nel disegno unico e fisso di Giulio Magnetto la scena è un rione veneziano, chiuso e autonomo, dagli edifici collegati e affacciati su uno spazio centrale. Gli abitanti del piccolo gruppo interdipendente vi tessono rapporti famigliari quotidiani, in stretti legami parentali, occasionalmente visitati da forestieri che ne rianimano suscettibilità e interessi più esclusivi.

Un momento dello spettacolo
© Marcello Orselli
Il libretto di Mario Ghisalberti resta fedele a tale impostazione goldoniana, basata anche sulla spiccata peculiarità linguistica dialettale. In accordo, il compositore godeva a riprendere il Settecento della Commedia dell’Arte e d’impronta mozartiana, per modellarlo in commedia musicale, presentendo le novità proposte dalla diffusione del cinema sonoro. Magari all’antica, insisteva sul dominio formale; con grazia sapiente e (qualche) malinconia, la partitura ricorreva a preludi e suites introduttivi ad atti e scene; scandiva recitativi colti dalla spontaneità popolare, dedicando arie alle figure d’elezione, rese funzionali alla vicenda, come quelle di Gasparina o di Luçieta, o svolgendo duetti o trii d’affrontamento rude e d’esuberante contrasto. Iperattive le relazioni di coppia, in varianti e interferenze regolate dal potere (carisma o censo), quali l’iniziativa del Cavalier Astolfi, estemporaneo “foresto”, accorto conduttore d’un intrigo di riconquista di prestigio e di ruolo. L’intesa fra direttore e regista induce una bella stilizzazione degli scambi personali. La drammaturgia vive spesso in pantomima (incontro fra Gasparina e il Cavaliere, atto I) e nella gestualità latente dei personaggi che meglio si concretano nelle misure della danza. La perizia e la raffinatezza recitativa e canora degli interpreti alimentano la commedia nella continuità comica, con notazioni ora descrittive, ora più profondamente espressive di stati d’animo e d’umori caratteriali.
Pare efficace la scelta di due tenori a rappresentare Dona Cate e Dona Pasqua, madri di Luçieta e di Gnese. Ruoli che, nel travestimento, s’intonano anche figurativamente alla farsa, ma soprattutto citano puntualmente il barocco che denuncia il sottotesto e, nel gioco della recita, rivela la presenza di convenzione e apparenza, intenzione di confronto fra ragioni identitarie. Mai però il giudizio è critico, severo quanto quello di Goldoni, più diretto a destini personali profondi e responsabili. Lontani dal dramma, investiti da un senso più umile e dolente, i protagonisti del libretto, tutti coinvolti nella passione dell’esistere, verace nei suoi limiti e nella dimensione caduca. In coerenza d’accenti la partitura s’adatta ai momenti ondeggianti fra l’allegria sfrenata e il rimpianto malinconico. La luce diffusa da Claudio Schimd, in ossequio alla visione del commediografo, lascia lo spazio come sospeso, «rischiarato da una luce crepuscolare irreale, fantastica». Note di regia che Federico Bertolani lega alla memoria della messa in scena che Giorgio Strehler intendeva dedicata a un «Carnevale che non oltrepasserebbe mai queste povere mura [del campiello]».

Un momento dello spettacolo
© Marcello Orselli
I costumi di Manuel Pedretti intingono i colori verde, crème, marrone e rosa nella tavolozza dell’ambiente naturale e urbano della città. Festa e rissa, schermaglia verbale o volgare querela s’alternano, esaltando la coralità d’azione che si specchia nel canto e nel suo accompagnamento. La gelosia provoca qualche disastro, qualche offesa risarcibile, come lo schiaffo di Anzoleto a Luçieta, o la zuffa tra comari o un brindisi equivocabile alle nozze ormai promesse.
L’attualizzazione s’evidenzia discreta, ma significativa, grazie alle immagini che illustrano al mutar del tempo l’eterna bellezza veneziana, giunta fino a noi con l’invasiva presenza del turismo di massa. Ciò avviene quando il fondale a portone, apribile sulla laguna, ne mostra varie inquadrature, come il dilagare dell’acqua alta, l’innalzarsi delle barriere protettive del MOSE o la mole incombente della nave da crociera nei canali.
La direzione di Francesco Omassini governa innanzitutto la dinamica e la timbrica di un’orchestrazione necessariamente mutevole. La dizione dei cantanti è bene percepibile nei volumi che il pur denso clangore strumentale non appanna: Anzoleto (Gabriele Sagona, dal fraseggio spigliato) e Zorzeto (Matteo Mezzaro, maturo oratorista). Vivacità e rapidità in gara costante; più rari i momenti di sospensione e raffinazione solistica s’alternano in Gnese (Benedetta Torre, di chiara e trasparente riservatezza) e in Luçieta (Gilda Fiume, d’impeto energico e flessibile). Spicca infine l'Addio, «Bondì, Venezia cara…», levato e vibrante del soprano Bianca Tognocchi, Gasparina. Biagio Pizzuti dà fascino e ironia di baritono al Cavaliere. Ugual registro, importante e incisivo, per lo zio Fabrizio (Marco Camastra). Pubblico giovanile, in particolare, molto partecipe, sentitamente divertito dalla resa spettacolare.
Il Campiello

Un momento dello spettacolo
© Marcello Orselli
Cast & credits
| Titolo
Il Campiello |
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| Origine
Italia |
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| Anno
2026 |
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| Durata
2 ore 40 minuti, con intervalli |
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| Data rappresentazione
13 marzo 2026 |
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| Città rappresentazione
Genova |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Carlo Felice |
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| Prima rappresentazione
13 marzo 2026 |
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| Libretto
Mario Ghisalberti |
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| Regia
Federico Bertolani |
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| Interpreti
Bianca Tognocchi (Gasparina) Leonardo Cortellazzi (Dona Cate Panciana) Gilda Fiume (Luçieta) Saverio Fiore (Dona Pasqua Polegana) Benedetta Torre (Gnese) Paolo Gardina (Orsola) Matteo Mezzaro (Zorzeto) Gabriele Sagona (Anzoleto) Biagio Pizzuti (Il Cavaliere Astolfi) Marco Camastra (Fabrizio dei Ritorti) Roberto Adriani (Attore) Katia Mirabella (Attrice) |
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| Scenografia
Giulio Magnetto |
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| Costumi
Manuel Pedretti |
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| Luci
Claudio Schmid |
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| Musiche
Ermanno Wolf-Ferrari |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro Carlo Felice |
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| Direzione d'orchestra
Francesco Ommassini |
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| Coro
Coro del Teatro Carlo Felice |
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| Note
Allestimento Fondazione Arena di Verona |