76° Festival Internazionale del Cinema di Berlino

di Annarita Susy Fontanella

Data di pubblicazione su web 15/02/2026

76° Festival Internazionale del Cinema di Berlino

La 76a edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino è entrata definitivamente nel vivo da giovedì 12 febbraio e continuerà fino a domenica 22 febbraio. Con la riconoscibile e puntuale direzione artistica di Tricia Tuttle, il festival ha aperto le sue porte con una selezione che non nasconde le proprie ambizioni: essere uno spazio di riflessione e, laddove necessario di denuncia: «Difendere il cinema indipendente significa difendere la possibilità di continuare a correre rischi, in un mondo segnato da conflitti, censure e polarizzazioni».

La Berlinale, del resto, ha una lunga storia di dialogo con la città e con il suo pubblico, nata in un luogo di confine, ha sempre fatto della permeabilità tra arte e politica la propria cifra stilistica. Anche quest’anno, le reazioni nelle sale – tra applausi convinti, silenzi tesi e discussioni che proseguono nei foyer – confermano che la dimensione politica non è un’aggiunta, ma una condizione strutturale dell’esperienza cinematografica berlinese. Tuttle ha più volte ribadito che la Berlinale deve essere un luogo di “pluralità radicale”, aperto a cinematografie marginalizzate e a forme narrative che interrogano il presente senza compromessi.

La selezione 2026 rispecchia questa impostazione: un mosaico di opere provenienti da oltre ottanta paesi, con un’attenzione particolare alle voci femminili, ai registi emergenti e alle cinematografie extraeuropee. Alla guida della giuria internazionale c’è Wim Wenders, figura centrale del cinema europeo e autore profondamente legato alla storia della Berlinale. La sua nomina, accolta con entusiasmo dalla stampa internazionale, porta con sé un significato preciso: riaffermare il cinema come spazio etico e poetico. Se le premesse volevano dunque presentare un festival che riafferma con decisione la propria identità politica e culturale, a pochi giorni dall’inizio, l’equilibrio sembra essere piuttosto delicato. Durante la conferenza stampa inaugurale, infatti, dopo la domanda di un giornalista che faceva riferimento a quanto in passato il festival si sia espresso in solidarietà a popolazioni coinvolte nei conflitti, Wenders ha ricordato che: «I film possono cambiare il mondo, ma non in senso politico. Nessun film ha mai cambiato le idee di un politico». E ancora: «Dobbiamo restare fuori dalla politica perché se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici», sottolineando il ruolo trasformativo dell’immaginazione cinematografica.

Con queste parole, Wenders sembra voler tracciare un confine netto tra l’efficacia immediata dell’attivismo e la potenza trasformativa dell’arte. Per il regista tedesco, il cinema agisce sulla coscienza del singolo, sulla sua sensibilità e sul suo sguardo, ma fallisce quando pretende di farsi strumento diretto di diplomazia o di pressione istituzionale. Una dichiarazione che ha scosso platea e anche voci autoriali come Arundhati Roy, che a due giorni dall’apertura ha scelto di ritirarsi: «Sentirli dire che l’arte non dovrebbe essere politica è scioccante».

La sua reazione riporta al centro una domanda cruciale: chi decide cosa sia politico, e con quali conseguenze? Viviamo in un’epoca che esige schieramenti netti, dove ogni gesto pubblico deve essere pesato con cautela. Da un lato, la linea della direzione artistica che vede il cinema come specchio, e che punta su pellicole che immergono lo spettatore nelle crisi del presente, dalle migrazioni ai conflitti d’identità, credendo fermamente nella funzione sociale della sala. Dall’altro, Wenders che guarda il film come visione, suggerendo che l’eccesso di politicizzazione rischi di trasformare l’opera d’arte in un manifesto, depotenziando la sua capacità di parlare a tutti, oltre le appartenenze ideologiche.

Nonostante la distanza tra queste visioni, la 76° Berlinale sembra volerle contenere entrambe, creando una forte e difficile dialettica. I ventidue film in concorso per l'Orso d'Oro sono la prova che l'impegno politico non esclude necessariamente la ricerca estetica. Se è vero che un film non sposta le decisioni dei governi, è altrettanto che il cinema ha il potere di formare una comunità civile.

Il film d’apertura, No Good Men della regista afghana Shahrbanoo Sadat, è una scelta programmatica: una commedia romantica atipica che intreccia politica, desiderio e ironia, offrendo uno sguardo inedito su un contesto raramente rappresentato dal cinema internazionale. Accanto a Sadat, il concorso ospita opere provenienti da Asia, Africa, America Latina ed Europa, con un equilibrio tra autori affermati e nuove voci. La linea curatoriale privilegia film che sperimentano con la forma, che lavorano sulla stratificazione temporale, che interrogano il rapporto tra individuo e comunità.


Tra i titoli in concorso nella sezione principale esposti sugli schermi di Potsdamer Platz spicca Rosebush Pruning firmato da Karim Aïnouz e con Elle Fanning e Pamela Anderson. Un racconto che propone la decomposizione della famiglia patriarcale e che utilizza il glamour e la satira per graffiare il tessuto sociale. Di segno opposto è il contributo di Kornél Mundruczó con At the Sea. Il regista ungherese si affida a Amy Adams per esplorare le fragilità di una famiglia riunita in un momento di crisi. Qui il politico sembra cedere il passo all’esistenziale, un cinema caro a Wenders, capace di muovere le coscienze attraverso l’empatia e il dolore condiviso. A New Dawn di Yoshitoshi Shinomiya, un film d’animazione giapponese, è la vera sorpresa della sezione in concorso. Attraverso la storia di un piccolo villaggio che lotta per preservare le proprie tradizioni, l’autore trasforma l’ecologia in una fiaba visiva.


Introdotta nelle ultime edizioni prosegue la sezione Perspective, dedicata alle opere prime. I giovani registi di quest'anno sembrano ignorare il distacco di Wenders, portando sullo schermo storie che nascono dalle fratture sociali della Germania contemporanea. Per questi autori lo schieramento non è una scelta editoriale, ma una necessità narrativa: raccontare il presente significa inevitabilmente prendere posizione. L'edizione 2026 si preannuncia dunque come un esercizio di equilibrio. Tra il desiderio di preservare la purezza dell'incanto cinematografico e l'urgenza di un mondo che chiede all'arte una presa di posizione. Il festival si conferma il luogo ideale per indagare non solo cosa sia il cinema oggi, ma anche quale sia il suo scopo in un'epoca di grandi transizioni.



IN CONCORSO


A New Dawn di Yoshitoshi Shinomiya (Giappone, Francia)


At the Sea di Kornél Mundruczó (USA, Ungheria)


À voix basse di Leyla Bouzid (Francia, Tunisia)


Dao di Alain Gomis (Francia, Senegal, Guinea-Bissau)

Dust di Anke Blondé (Belgio, Polonia, Grecia, Regno Unito)

Etwas ganz Besonderes di Eva Trobisch (Germania)

Everybody Digs Bill Evans di Grant Gee (Irlanda, Regno Unito)

Gelbe Briefe di İlker Çatak (Germania, Francia, Turchia)

Josephine di Beth de Araújo (USA)

Kurtulus di Emin Alper (Turchia, Francia, Paesi Bassi, Grecia, Svezia, Arabia Saudita)

Meine Frau weint di Angela Schanelec (Germania, Francia)

Moscas di Fernando Eimbcke (Messico)

Nina Roza di Geneviève Dulude-de Celles (Canada,Italia, Bulgaria, Belgio)

Queen at Sea di Lance Hammer (Regno Unito, USA)

Rose di Markus Schleinzer (Austria, Germania)

Rosebush Pruning di Karim Ainouz (Italia, Germania)

Soumsoum, la nuit des astres di Mahamat- Saleh Haroun (Francia)

The lioneliest Man in Town di Tizza Covi, Rainer Frimmel (Austria)

Wolfram di Warwick Thornton (Australia)

Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren di Anthony Chen (Singapore)

YO Love is a Rebellious Bird di Anna Fitch, Banker White (USA)

Yon Lapsi di Hanna Bergholm (Finlandia, Lituania, Francia, Regno Unito)


Cast & Credits


Per l'elenco completo dei film, visita 
il sito ufficiale della Berlinale













Wim Wenders, 
presidente di giuria al 
76° Festival Internazionale del cinema di Berlino